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sabato 28 settembre 2013

"Fun home" di Alison Bechdel, (e tutte le sue altre opere!) una graphic novel sulla vita e il conto che ci riserva alla fine. Non per forza così terribile.

Qualche anno fa, in una calda ottobrata romana che bramo con ardore da quando vivo al nord, non esisteva la legge Levi (per chi ancora non ne fosse a conoscenza è quella legge che impedisce di fare più del 25% di sconto sui libri, noi tutti ringraziamo). In quei giorni stava chiudendo la storica libreria Rinascita (per poi rinascere mesi dopo sotto altre forme) e c'era il 30% su tutti i libri. Siccome mi sentivo particolarmente depressa, anche se non avevo molto denaro da dare all'industria editoriale, ho deciso di fare come le donne delle riviste femminili: di gratificarmi con un regalo fantastrabilioso. "Fun home" di Alison Bechdel. Ne avevo vagamente sentito parlare da qualche parte e il disegno non mi dispiaceva, così lo comprai. L'acquisto fu uno dei più azzeccati della mia vita per due motivi:
Sono entrata e ho puntato il settore delle graphic novel che, puntualmente, era già stato saccheggiato. Ma ecco apparire dalle tenebre
1) Questo libro fantastico è già  inopinatissimamente fuori commercio (Rizzoli che te dice il cervello???).
2) Mi ha fatto scoprire Alison Bechdel.
 Alison Bechdel è una fumettista americana dalla vita banale e particolare insieme. Come si evince da "Fun home: una tragicommedia familiare", è vissuta fino alla fine delle superiori nella provincia americana, non particolarmente squallida, ma ovviamente non particolarmente eccitante.
 I suoi genitori erano due insegnanti cattolici che sembravano usciti da un libro di Yates. La madre, aspirante attrice, aveva visto sfumare tutte le sue aspirazioni sposando il padre di Alison, un uomo col mito di Fitzgerald (dovrò indagare meglio sull'influsso che Fitz ha sugli uomini americani perché, pur considerandolo un ottimo scrittore, fatico ancora a capirne l'idolatria che essi ne fanno) con un MA grosso come una capanna. Ma omosessuale. Uno di quegli omosessuali repressi pubblicamente, ma non privatamente, che durante il matrimonio e nonostante tre figli non smetterà mai di avere storie con ragazzi molto giovani. La Bechdel che viene a scoprirlo solo adulta, quando dichiara in famiglia la propria omosessualità, costruisce su questo doppio coming out, su questa vita parallela tra lui e suo padre, un libro fantastico.
Infarcito di riferimenti letterari, di finezze di una trama che si interseca in più punti e che, nonostante tutti gli ingredienti per una famiglia disfunzionale, falsa, prosperata (male) sull'inganno, donano  infine un quadro tragicomico, quasi nostalgico di un interno americano anni '60-'70.
 Il colpo di teatro, ciò che rende la trama vera, ma da un certo punto di vista completamente surreale è già nascosto nel titolo: la sua 'fun home' non è solo una casa ironicamente divertente, ma il luogo di lavoro di suo padre 'funeral home'. Insegnante e impresario di pompe funebri (azienda di famiglia) al tempo stesso.
 Se riuscite a trovarlo, in qualsiasi modo, è uno di quei libri che non consiglio neanche di prendere in prestito ma direttamente di comprare!
 In Italia di quest'autrice bravissima sono poi arrivati: "Dykes" (con un'inutile, sconcertante, prefazione di Melissa P. suppongo sempre perché lesbica = sesso, e un sottotitolo imbecille che mi rifiuto di scrivere), una raccolta di strisce tradotta in modo incivile, sulla vita di un gruppo di amiche lesbiche e non, che da qualche decennio la Bechdel pubblica su varie riviste. Di queste, persino io che mastico malissimo le lingue, consiglio la versione originale.
 E infine, "Sei tu mia madre?", che avevo comprato con tante speranze quest'inverno, e invece si è rivelato un buco nell'acqua. E' il tentativo della Bechdel, speculare a "Fun home", di parlare del rapporto con sua madre facendo riferimento ai classici non della letteratura, ma della psicanalisi. Un fiasco su tutti i fronti: pesante, forzato, forzoso, farraginoso. Le ellissi narrative risultano confuse, il concetto di fondo anche. Più che del rapporto con sua madre, sembra che volesse parlare di quello con le sue varie psicanaliste.
 Già che siamo in tema Bechdel, c'è un libro che voglio consigliare come complementare a "Fun home": trattasi de "La lingua perduta delle gru" di David Leavitt.
 Non è una storia autobiografica né un ritratto di famiglia, rientra piuttosto nei canoni del romanzo di formazione: ragazzo gay insicuro di sé incontra ragazzo gay sicuro di sé e vive la sua prima storia d'amore. Parallelamente suo padre e sua madre vivono un dramma tutto interiore: al coming out del figlio, il padre segretamente omosessuale ripensa a tutta la sua vita e la madre, che viene a scoprirne il segreto, non ne fa un dramma, ma analizza con triste precisione l'arco delle loro vite ormai unite per sempre. 
 Il più grande punto in comune di queste storie non è tanto l'omosessualità, quanto quella qualità umana che, secondo me, è il segreto di una vita sempre e comunque dignitosa: la capacità di reggere il peso di tutte le proprie scelte riuscendo, infine, a tirare le fila e a pensare che il percorso fatto, comunque sia andata, ha sempre avuto dei lati positivi.
 Pensando alla vita di suo padre, vissuto in un'epoca in cui era quasi impossibile essere gay alla luce del sole, la Bechdel pensa:
  "C'è un certo opportunismo emotivo nel dichiararlo una tragica vittima dell'omofobia, ma è un filo logico problematico. Innanzitutto mi rende più difficile biasimarlo. Poi mi porta in un cul de sac curiosamente letterale. Se mio padre avesse fatto il suo coming out da giovane, se non avesse incontrato e sposato mia madre... che ne sarebbe stato di me?"
ps. Questo è il sito della cara Alison, fateci un salto: Alison Bechdel, sito ufficiale.

giovedì 26 settembre 2013

La terribile provincia della narrativa italiana: triste, desolata, orrenda, squallida e piena di gentaglia. Ma è veramente così?

 In uno dei commenti al post sui libri peggiori mai letti, veniva citato "Acciaio" della Avallone.
Da "La guerra degli Antò"
 A lei, rea, secondo gli abitanti di Piombino, di aver creato un microcosmo di perdizione, orrore e degrado che non appartiene alla città, avevo subito inconsciamente collegato Ammaniti, un altro che sul presunto oscuro squallore della provincia italiana ci campa da anni. Poi la rete di collegamenti mentali si è allargata, investendo i moltissimi libri italiani che ho letto con cognizione di causa o che ho semplicemente sfogliato perplessa, rendendomi conto la stragrande maggioranza dipingevano le perdute valli della provincia italiana in modo devastante.
La provincia sta allo scrittore italiano esattamente come la saga familiare: è un cliché, una di quelle teste di morto di cui pare non possa proprio fare a meno. Sembra che faciliti loro il lavoro: se premetti che ti trovi in una provincia del nord/est allora ti immaginerai automaticamente nebbia, ricchezza, gente chiusa, tanti immigrati, persone che tra loro non vanno d'accordo a causa di profonde e diverse identità cultural/locali/sociali radicate. Non devi manco prenderti il disturbo della descrizione o della creazione minima del contesto. Che poi possa esistere nella massa gente che studia, magari un'università locale, circoli arci, gente con piglio diverso, insomma pare che non sia previsto. Se, per dire, il commissario X deve indagare tra i loschi affari delle ditte nordiche in mezzo alla nebbia DEVE trovare solo diffidenza e chiusura mentale che, sottolineiamo, essendo nord si chiama "riservatezza" e non "omertà".
Un esempio veneto per tutti è "Savana Padana" ed. Tea di Matteo Righetto, con carabiniere terrone (io multerei chiunque osi ancora usare questa parola in mia presenza, persone del sud che si credono spiritose comprese), zingari, ultrà del Padova e la solita grettezza provinciale che sfiora il manicomio, anche se si è sempre speranzosi di sfiorare Lansdale (mettiamoci in testa che Vicenza non è in Nebraska).
Nel caso volesse prendervela a male in modo definitivo prendete "Semina il vento" di Perissinotto: quando un matrimonio va a scatafascio perché si sceglie di vivere in mezzo ai monti e non a Parigi.
 Se invece ti trovi in una provincia del sud devi essere ignorante: disoccupato, con qualche serio problema familiare, gli amici sono la tua famiglia (qui la gente è aperta, quindi è ammissibile che parli al vicino di casa), possibilmente, in quanto disoccupato, sarai anche sfaccendato che la noia di provincia è la Noia con la Enne maiuscola. Imbattibile.  Le province del centro Italia in genere sono luoghi mediamente più addormentati, buoni per quelle fiction alla Don Matteo, Carabinieri, Maresciallo Rocca, come ne "Il principe dei gigli" di Hans Tuzzi. Fa eccezione l'Abruzzo che dai tempi delle "Novelle della Pescara" di d'Annunzio appare come una landa di pura disperazione.
 Se invece sei Ammaniti va bene qualsiasi provincia.
A me come scrive lui piace molto, ha questo modo scorrevole, una grande capacità di intrecciare la trama e far quadrare tutto come se fosse perfettamente plausibile anche se siamo nell'universo della totale improbabilità. L'ho snobbato per anni, poi ho letto qualche libro e l'ho beccato in epic fail perché io, una delle province che lui descrive la conosco molto molto bene, e non ha nulla a che spartire con quella del libro.
 Non si tratta di orgoglio campanilista né di "i panni sporchi ce li laviamo a casa nostra" di Andreottiana memoria. Io parlo proprio dell'inventare con cognizione di causa seduto in una casa a Roma (egli è figlio di un esimissimo psicologo, la famosa provincia manco col binocolo l'avrà mai vista), un coacervo di personaggi stralunati che per carità possono anche benissimo esistere (chi non ne ha conosciuti?), ma non possono far parte di un intricatissima rete di orrore perpetuo. Nei suoi libri i provinciali sono tutti: brutti al limite del lombrosiano, vecchi e con mogli vecchie a 40 anni, rimbambiti dalla tv, pedofili, dediti alle prostitute o alla prostituzione, pazzi violenti con figli cresciuti con metodi fascisti e lasciati a loro stessi perché gli assistenti sociali sono pure sfigati, figli di papà purulenti. Per non parlare di satanisti, insegnanti vergini, cubiste con aspirazioni televisive e ovviamente squallore suburbano a perdita d'occhio tra capannoni industriali, terre coltivate o non coltivate ('sta pora terra sia che si dia da fare sia che stia ferma, se non è dell'Urbe deve fa' schifo).
 Suppongo che, come me, buona parte delle persone che leggono questo blog provenga da una provincia. La domanda è: perché permettiamo che avvenga ciò? Perché dobbiamo scimmiottare la provincia americana, quando da noi è estremamente improbabile vivere in una casa piantata nel nulla come in Kansas? Io non dico che abitiamo tutti in luoghi fioriti, ma c'è modo e modo di descriverli e soprattutto di inventare una storia. Poi non possiamo lamentarci se della nostra somma narrativa contemporanea all'estero arriva Federico Moccia. Almeno lui a Ponte Milvio ci viveva sul serio.
La parrucchiera dove andavo durante l'università, estasiata, diceva che lui sì che aveva colto il vero spirito della loro zona.
 Ora tocca trovare qualcuno che colga il vero spirito del resto d'Italia.

mercoledì 25 settembre 2013

Sexy angeli caduti e vampiri con una certa inclinazione alla violenza vs giovani vergini tremanti. Ma questo strano schema amoroso non ricorda forse qualcosa?

So che mezzo web ha già scritto di questa passione dei vampairi, di sexy adolescenti assetati di sangue pronti a mettere la testa a posto sposandosi senza prendere fuoco all'altare, figliando anche post mortem bambini che non capisco bene come anche pindaricamente possano essere generati, quindi il mio post è diciamo non indispensabile. Tuttavia, se lavorate in una libreria, non potete rimanere muti davanti al gettito continuo di inquietanti storie di amore/sesso/violenza/non morti che arrivano ogni giorno.
 Premetto, se capitate nella sezione horror e date un'occhiata alle trame, sarete costretti a rivalutare "Twilight" e per tanti motivi. Io non lo metto alla pari con roba seria come i libri di Anne Rice,  lungi da me forever, dico solo che è sicuramente superiore e meno pericoloso dei suoi simili. 
 C'è infatti un aspetto molto frequente in queste storie a base di sangue caldo, donzelle terrorizzate e perenni battaglie per il possesso dell'unica inimitabile perfetta fanciulla (la protagonista ovviamente) che almeno in "Twilight" viene toccato in modo diverso: la violenza.
 E' ovvio che un libro che parla di non morti non sia all'acqua di rose, io non dico che non debbano volare paletti assassini o che la gente non si debba sventrare a mani nude, altrimenti che horror è? Quello che colpisce nella trama tipo è:
Non morto/Angelo caduto ha un problema. E' tipo in mezzo ad una guerra, ad un conflitto post-apocalittico, ad una faida familiare e via dicendo. Incontra lei, pura, bellissima, ingenua, solitamente vergine, in attesa del primo palpitante amore, terrorizzata dal mondo intero. Si incontrano in qualche circostanza di tragedia e si innamorano. Lei diciamo che istintivamente non si fida di lui perché insomma, l'ha visto sgozzare a mani nude sei persone o perché essendo un angelo caduto è malvagio e assetato di sangue umano, oppure tende a sventrare qualsiasi cosa si muova nell'arco di mille km, ma qualcosa la attrae irresistibilmente.
 A questo punto inizia tutto un: fremere, eccitare, palpitare, tremare, sussurrare, tormentare, sentire il sangue che pulsa, le labbra avide, le mani vogliose. Sì lui è violento, sì lui insomma vuole farmi la pelle e farsi una collana con le mie ossa, ma io io io sono irresistibilmente attratta. So che non è così malvagio, io lo salverò, lui guarirà o almeno mi farà vampira così saremo giovani, immortali, ma sono certa meno violenti, insieme e per sempre.
 Lui allora, tentenna si fa qualche scrupolo morale, cede alla violenza perché è la sua natura, poi si pente, chiede scusa, promette di cambiare perché vuole stare con lei, lei col suo amore l'ha cambiato. Poi vabbeh in tre o quattro libri (in cui solitamente arriva anche un bravo ragazzo, ma non immortale e troppo buono che quindi viene mollato in poche rapide mosse) l'amore trionfa e la violenza scompare.
 Spulciando questi vari titoli, mi sono fatta delle domande: che cazzarola di schema amoroso è, uno che ti propone come protagonista una donzella sempre tremante ed eccitata e un tizio violento assetato di sangue che si pente regolarmente? Mmm ma non mi ricorda qualcosa? Tipo uomini che menano donne che li giustificano sempre perché è la loro natura, ma il loro amore li cambierà?
 A me da adolescente piacevano da morire i libri di Anne Rice.

Non è che lei ci andasse leggera con la violenza, anzi, ma le storie erano fichissime. Innanzitutto i vampiri erano bisex, cosa che ti permetteva di circuire pure ragazzini che poi tanto indifesi non erano (Armand) e giornalisti vogliosi di una nuova gloriosa vita yuppie post mortem (in "Intervista col vampiro"), ma poi, pure le donne non è che te la mandavano a dire. Diventavano delle assassine violente pure loro: la madre di Lestat, Pandora, Claudia la ragazzina di 10 anni intrappolata per sempre in un corpo non suo. Altro che giovinette tremanti. Diciamo che c'era una cosa chiamata "Profondità psicologica" nonché "Capacità di intessere una trama".

 La signora Meyer, rea di aver ispirato i suoi mille mila epigoni come "I promessi vampiri", "Il bacio dell'angelo caduto" "A cena col vampiro" (by Abigail Gibbs, una 17enne che si definisce tossicodipendente di caffeina), aveva un'idea precisa quando ha creato Bella/Edward, ed è probabilmente il segreto del suo successo. 
 Lei, mormone praticante, voleva trasmettere dei valori bigotti: i due non fanno sesso prima dell'improbabile matrimonio, lui è vampiro, ma è buono (peraltro onore ad Edward quando capisce che potrebbe farle del male prende e la molla non è che rimane lì a tartassarla), i vampiri violenti sono cattivi e periranno nel dolore. Concezione elementare e infantile completamente opposta a quella di Lestat & co. (che infatti dentro sono adulti anche quando esteticamente rimangono adolescenti: Armand ha 16 anni e l'anima di uno di 500, Edward ha 17 anni dentro e fuori anche se dentro dovrebbe averne un centinaio in più), ma almeno sorretta da uno schema di valori espresso in modo molto forte.
 I suoi epigoni, che non hanno questo schema, fanno un gran mescolone.
A partire dalla scelta di usare ultimamente gli angeli caduti (come anche ne "Il bosco dei cuori addormentati"), dove in via teorica si dovrebbe sottolineare gli ambigui confini tra bene e male, in via pratica la scema di turno vuole redimere il cattivo di turno certa che tornerà ad essere buono grazie alla forza del suo incontenibile amore. Non chiedendosi mai molto seriamente per quale arcano motivo quest'angelo sia caduto (e se il motivo c'è al 90% è una cosa lacrimevole di cui scusarlo).
 Vi lascio con le parole della quarta di copertina di "L'angelo caduto" di Susan Ee:
"Non dormo da due giorni per paura di perdere l'unica occasione che potrei avere se l'angelo si svegliasse, solo per morire davanti ai miei occhi. Così addormentato sembra un principe azzurro (ndcs. questi angeli stanno devastando la terra). Sanguinante e incatenato nella segreta. Da bambina ho sempre pensato che sarei stata come Cenerentola, ma ora per come mi sono comportata, forse assomiglio di più alla strega cattiva. E d'altra parte Cenerentola non viveva in un mondo post-apocalittico invaso da angeli."
 Figliola, potevi almeno immedesimarti in una fiaba dove prima di diventare princineve biancaspessa non dovevi fare la sguattera per le cattive sorelle. E comunque non temere, sei in buona compagnia, anche la Marzano da piccola sognava il principe azzurro. Ora ha una cattedra alla Sorbona. Pensaci.
 Pensiamoci tutt*.
 Seriamente.

lunedì 23 settembre 2013

Breve carrellata dei magici incontri tra clienti in libreria! Dal professore con l'alunna, agli acerrimi nemici passando per autori stalker e mitomani di successo!

La domenica porta consiglio e si sa, sempre nuovi orrori. La magica giornata in cui si aprono le gabbie dell'umanità porta, davanti a chi dietro le sbarre c'è rimasto (tipo me), la più vasta delle carrellate antropologiche. Questa settimana, un episodio che di seguito narrerò, ha ispirato questo elenco degli incontri più tipici che avvengono in libreria.
 Come in tutti i posti dove la gente passa e spassa, e molto più di altri negozi perché in genere c'è mediamente meno caos (ergo più possibilità di notarsi a vicenda) e si tende a stanziare per più tempo alla ricerca della sempre più introvabile ispirazione per un buon libro, vi è in libreria una tendenza all'incontro che propone dei casi frequenti. Di seguito ve ne darò elenco, protagonisti e motivazioni.

 Perduti amici di infanzia che si rincontrano: Il mondo è un fazzoletto. Tu ignori che Peppuccio il tuo compagno di banco delle elementari si sia sposato, trasferito in Canada e fatto sei figli, poi, trent'anni dopo lo trovi in libreria a vessare il libraio di turno ed è subito amore fraterno.
 "Peppuccio mio da quanto tempo!" "Nooooo da quanto tempo tu!" "Che fine hai fatto? Sempre a leggere eh!" "Sì e tu? E tua madre e tua sorella e il tuo cane?" "Il cane è morto, gli altri bene!"
Insomma, tempo cinque minuti le grida di giubilo per questa commovente carrambata si spanderanno per tutta la libreria, attirando i curiosi pronti a gioire per interposta persona, e i molesti pronti a rumoreggiare stile telefonino che suona in mezzo alla messa: "Eh, ma un po' di rispetto, qui c'è gente che legge"
  Gli incontri dei perduti amici e fratelli durano in genere una molestissima mezz'ora che si conclude con un "Non facciamo ripassare trent'anni" che verrà opportunamente dimenticato appena fuori dal negozio.

Perduti nemici d'infanzia e di vita che si incontrano:
Ogni tanto si assiste a queste surreali scene da film in cui un tizio, se ne sta pacifico a leggere un libro, quando, con la coda dell'occhio, scorge lui. Il nemico. Qualcuno che aveva avuto la saggezza di non rispondere alle sue chiamate, mail, sms, lettere, richieste di incontro tramite interposte amicizie e inimicizie, entra ignaro in libreria e fiuuuum finisce tra le sue grinfie. Inizia allora un balletto minaccioso che ti fa sempre domandare se non dovresti chiamare la polizia.
 "Ehi tu, finalmente ti vedo!" "Ah, lasciami in pace. Non parliamo qui!" "E invece proprio qui parliamo perché non rispondi st***o??" "Non mi pare il posto pr litigare." "E invece lo è!"
Il mondo è un posto pericoloso, pieno di gente strana, con conti in sospeso, debiti, denunce pendenti, tradimenti matrimoniali, bancarotte fraudolente. E sì anche la pacifica libreria fa parte del mondo.

Il professore e la studentessa:
Anziani tremebondi e tranquilli sono lì, in pace, che si leggono l'ultimo libro sulla prima guerra mondiale (di cui tutta una fascia di anziani è superfan, la II guerra la lasciano ai 50enni, non so perché), quando ecco avvicinarsi lei, la ragazza/donna scosciata, con capello fluente e stivale alla moda che, orrendamente, li riconosce.
 "Professoreeeeeeeeeeeee", miagola rischiando di fargli saltare il bypass.
 Comincia allora lo stalking: "Ma cccccome? Non si ricorda di me? Circa 8 anni fa, lei ha fatto una supplenza di mezz'ora nella mia classe! Non può non ricordarsi di noi! Eravamo i più pazzi pazzi dell'istituto!".
 L'anziano allora ha due possibilità: dire che no, lui ha sempre fatto il camionista, altro che professore lei si sbaglia, oppure fingere di ricordare e inventare cose a caso. Nel 100% dei casi, forse per educazione, l'anziano dice che sì, si ricorda, anche se non rimembra una mazza. La ragazza allora attacca un soliloquio di un'ora in cui racconta la sua vita, i suoi successi scolastici, l'importanza per lei di quella supplenza, che fine hanno fatto TUTTI gli altri alunni ecc. ecc. L'anziano stordito vorrebbe evidentemente scappare, ma nulla può salvarlo. 
 Se comunque non è supplenza sarà stato un seminario universitario o mezza giornata di orientamento. Ma si sa, tutti ci crediamo indimenticabili.

Il mitomane al 90% e il fesso che ci casca:
 Talvolta vengono in libreria questi strani soggetti che al 90% sono dei mitomani, ma a cui non riesco a negare un 10% di fiducia. Parlano con cognizione di causa, hanno qualcosa di molto serio. Ma. Sostengono di aver tradotto Gramsci in svedese, di essere gli autori dell'ultima edizione commentata della Divina Commedia in turco o dei miliardari in vacanza. Insomma, c'è di che instillare il dubbio. Un esempio che si è palesato ieri, spiega bene quello che voglio dire. Arriva questa anzianissima, accento inglese, curata, che mi prega di consigliarle dei libri di filosofia perché presto partirà per Dubai, e vuole leggere buoni libri sotto il caldo sole. Io, che di filosofia non ricordo nulla, mi arrampico sugli specchi finché arriva il fesso. E' un uomo ben vestito, di corsa, mi chiede un libro di Sennett, il sociologo che per lui però è filosofo ed indignato mi comunica che no, non posso tenerlo tra i libri di sociologia. Mentre tento di non farmi partire un embolo, l'anziana dice "E' vero! Sennett se la prenderebbe. Sa è un mio caro amico, come lo era Chomsky del resto." A queste parole voi che fareste? Prendereste il libro e via come il vento.
 No. Il fesso rimane estasiato e comunica tutto il suo cv all'anziana, che intanto afferma di aver tradotto Heidegger in inglese e di tenere un colto salotto a NY dove sono passati un po' tutti da Warhol al pupazzo Gnappo. Il fesso è sempre più estasiato, cade in adorazione e comincia a chiedermi millanta libri che vuole consigliare alla signora. Credo si veda a NY a pasteggiare con Chomsky, Keith Haring e il Che.  Li lascio ad amoreggiare tra loro. 
 Poi chi può saperlo, magari io sono una cretina e la signora davvero una delle intellettuali più in vista di NY. Concedo sempre il beneficio del dubbio.

L'autore e i clienti:
Eccolo. Si apposta. Come un predatore nella savana si mimetizza con gli altri, egli è leone gli altri gazzelle, ma gli altri non lo sanno. Ignari, si avvicinano ad alcuni libri generici di narrativa sotto la lettera K. Magari vogliono Kafka, ma sono indecisi. Temporeggiano e sfiorano un libro, forse a caso, forse per curiosità, ed è lì che il predatore coglie l'attimo. 
 "Saaaaaaaaaaalve, scusi se la disturbo, passavo per caso di qui, ma sa che io sono l'autore del libro che ha tra le mani?".
 Alcuni clienti fanno smorfie come a dire: sei pazzo o chissenefrega. Altri no, cadono in adorazione. Magari il libro si chiama "Peccami" e parla delle pornoavventure di una suora carmelitana scalza del XIII° sec. che mai avrebbero comprato, ma davanti ad un AUTORE in carne ed ossa, molti si sciolgono. Inizia un vicendevole gorgheggio di "Come sei bravo" "No signora che dice" "Ma no sei bravo davvero" "Sì forse lo sono sul serio" che termina in verità molto spesso con l'abbandono del libro da parte del deliquiante cliente. Sei bravo sì, ma insomma, il soldo è soldo e non so se "Peccami" a casa mia ci starebbe poi così bene, ma vedrai ti farai strada.

"Peccami" ovviamente è un parto della mia mente (anche se temo che qualcuno abbia davvero partorito questa trama). Tutto il resto invece è reale realtà. 
E voi siete stati vittime di qualche delirante incontro mentre, ignari, vi appassionavate a qualche quarta di copertina?

mercoledì 18 settembre 2013

Distopie poco conosciute. Il gemello cattivo di "1984", mondi antiglobalisti, il momento prima del caos e mostruosi uteri in affitto!

 Di tutti i post che ho scritto nessuno ha riguardato libri di fantascienza tranne quello sulla fantascienza femminista. Dite, "Non ne sentivamo la mancanza" e potrei pure darvi ragione.
  Come detto in quell'occasione, non sono mai riuscita a digerire Asimov, navicelle, guerre con raggi cosmici, alieni e scontri di reciproca baldanzosità. Un genere che però ha sempre fatto molta presa su di me, è la distopia. Essendo portata per mia natura a pensare sempre che accadrà il peggio e solo il peggio, non c'è genere che rispecchi meglio le mie fantasie catastrofiche di uno che mi rassicura sul fatto che sì, un giorno scoppierà la terza guerra mondiale, noi donne verremo recluse in pieno medioevo style e torneremo ad un'epoca preilluminista. Parlarvi di "1984" però sarebbe troppo facile nonché inutile, Orwell non ha certo bisogno di una nuova recensione, tanto meno la mia. 
Oggi volevo perciò consigliarvi tre distopie che ho casualmente incontrato nel mio percorso di lettrice, bivaccando per mercatini dell'usato, prestiti di amici e biblioteche (che sì, non riservano solo orrori a base di Terry Grisedu).
Karin Boye
 Inizio con "Kollacaina" di Karin Boye, autrice svedese che riversò in questa sua opera, scritta in piena II guerra mondiale (1940), tutte le sue angosce. Il romanzo, è ambientato in un'indistinta società molto rigida e ipercontrollata ispirata in qualche modo ad un regime comunista (ma non sarebbe neanche esatto definirla così, perchè la Boye non descrive mai bene la struttura di questo stato) e ha per protagonista un eroe negativo. Leo Kall, il protagonista, è uno scienziato completamente dedito al regime, ci crede, lo adora, lo ama al punto da tradire i suoi amici, da sacrificare i suoi affetti e da inventare un serio della verità che appunto impedisce di mentire e che in mano al regime può diventare un'arma devastante. A questo punto i filoni su cui il libro si divide sono due: la potenza di un serio della verità sull'essere umano che  per sua natura è ambiguo e prima o poi, ha mentito o pensato qualcosa che deviava dalla normalità imposta, e il percorso interiore di Kall. L'odioso Kall è la tipica persona estremista perché ha qualcosa da nascondere, come l'omofobo che in realtà è un omosessuale represso. E infatti, in molti ritengono rispecchi il complesso mondo interiore della stessa Boye, lesbica che faceva di tutto per combattere la sua natura, al punto che infine si suicidò.
 Ve lo consiglio per fare un raffronto con "1984", la scrittura è di tutto rispetto, ma le domande, seppur in un contesto simile, sono altre. Persone e personaggi diversi generano, seppur in contesti simili,  dubbi diversi.
 Il secondo libro è "L'intervento" by Julian May
 Julian May fa parte di quella generazione in cui le autrici di fantascienza donne erano spesso costrette a usare pseudonimi maschili, perché, in un'epoca in cui sulle copertine apparivano giovani donne seminude in attesa di essere spolpate da un granchio spaziale, non si dava una grande credibilità ad un'autrice di sesso femminile. Scrisse due considerevoli serie, "La saga dell'esilio nel Pliocene" e "Il ciclo del Milieu Galattico".  "L'intervento" è il libro che raccorda le due saghe e può essere letto in modo a sé stante.  
 Alcuni esseri umani stanno per scoprire di possedere straordinari poteri psi tanto da indurre una sorta di civiltà galattica di livello superiore a decidere di inglobare la terra. La grande civiltà non si vede mai, non ci sono alieni, non c'è guerra, ma c'è tutta la confusione, l'ingordigia, la malvagità, la paura, il coraggio, che l'umanità è in grado di sprigionare il momento prima del caos, quando si ritrova davanti a qualcosa che non può comprendere ed è enorme, un cambiamento troppo grande.
 Io lo scovai ad un mercatino dell'usato, vi straconsiglio di cercarlo in biblioteca. E' davvero fantastico.
 The last but not the least, voglio consigliare ancora un libro e un'autrice. 
 Il libro è "La salvezza di Aka" del "Ciclo dell'Ecumene" di Ursula K. Le Guin. Ambientato in un futuro in cui molti pianeti si sono uniti in un'alleanza chiamata Ecumene, vede la studiosa Sutty inviata sul pianeta Aka (stile inviata dell'Onu in Siria), a controllare che la cultura locale venga preservata e non inglobata da quella dell'alleanza. Sutty, (che proviene da una terra ormai sconvolta da un terrorismo di matrice religiosa), scopre che gli abitanti di Aka debbono nascondere tutto quello che definiscono e includono in una misteriosa tradizione chiamata "La narrazione". Non si comprende mai esattamente cosa sia, in ogni caso il grande stato/azienda che impera ad Aka, ansioso di ingraziarsi l'Ecumene e di raggiungere i suoi livelli di progresso, perseguita tale Narrazione con sistematicità crudele. E' un'opera che definirei, personalmente, antiglobalista, (e che somiglia a grandi linee in modo straordinario ad un evento recentemente accaduto ad un paese ansioso di entrare in una certa comunità di stati europei), che con la scusa della fantascienza sottolinea le profonde contraddizioni del capitalismo e del progresso posto come bene assoluto.
Notare la copertina classica
donne/fantascienza=
 seni al vento
 Infine, visto che questo post è già abbastanza lungo, voglio citare Octavia Butler. Tra le primissime donne di colore a primeggiare nel campo e unica donna in assoluto ad aver vinto finora il premio McArthur, si interessò in particolar modo alle implicazioni profonde insite nella capacità di "generare" vita. Postulò incroci tra alieni e umani in quanto ibridi genetici, "uteri" vicendevolmente in affitto, rapimenti e adozioni. Particolarmente importante è "Bloodchild" (trad. "Figlio di sangue) contenuto in Italia nella raccolta "Aliene, amazzoni, astronaute"ed. Mondadori.
 Mi spiace di aver consigliato solo donne. In realtà leggo anche molti autori uomini ovviamente. Tuttavia, come detto, a lungo si è creduto che le donne non fossero adatte a scrivere di fantascienza e le loro opere ignorate o coperte dall'oblio. E visto che questo è un post sulle distopie meno conosciute, ho finito per parlare solo di donne. 
 Se qualcuno ha già letto qualcuno di questi libri mi farebbe piacere ovviamente conoscere la loro opinione!

martedì 17 settembre 2013

Il pregiudizio in editoria/libreria. Quando autori, generi e tipologie di libri vengono arbitrariamente considerati inferiori o ficcati in sezioni in cui non c'entrano niente.

Uno dei commenti al post dei libri pop-up mi ha convinto a scrivere questo post che già frullava da un po' di tempo nella mia testa: la disposizione arbitraria che si appioppa in libreria (con la gentile collaborazione, talvolta, dell'editoria) ad alcuni generi, argomenti e autori in sezioni che non c'entrano assolutamente nulla.
 Il mondo è ovviamente ricco di pregiudizi: se sei lesbica devi portare i capelli corti e amare il calcio, se sei gay devi essere effeminato e amare la moda, se sei maschio apprezzare le macchine, se sei femmina lodare il tacco alto. Anche la disposizione libraia non resta indenne da tali preconcetti, ecco a mio parere i più frequenti e insensati.

LIBRI POP-UP/ILLUSTRATI E FANTASY/FANTASCIENZA:
Qualcuno, non so quando e non so come né perché, ha deciso che gli unici ad essere autorizzati ad apprezzare questi generi siano i bambini. Il fatto che un treenne possa strappare a mani nude un pop-up artistico e ignorare placidamente che un famoso artista abbia illustrato "Cappuccetto rosso", non tange. Peggio va al fantasy e alla fantascienza,  equamente suddivisi tra bambini e adulti con criteri che fatico a comprendere. 
 Licia Troisi e Paolini sono per ragazzi, Terry Brooks e Dragonlance per adulti, segno che la discriminante non sta neanche nella presenza di draghi, maghi e condottieri. C'entrano forse le scene di sesso? Non mi pare di ricordarne manco una nei primi terribili libri della saga di Shannara. Il risultato, in qualsiasi caso, è che vedi adulti sgomenti e talvolta rinuncianti, quando scoprono che Ray Bradbury e Ursula K. Le Guin sono stati infilati accanto a Percy Jackson.
LIBRI GLBT: 
Questa è una cosa che mi ha sempre fatto infuriare. Quando cercavo una delle innumerevoli raccolte de "Le principesse azzurre" prontamente le trovavo infilate nella sezione di erotismo, che all'epoca ancora non scoppiava di epigoni delle 50 sfumature. Si ritiene che se un libro è a palese tematica glbt, meglio se lesbica, vada infilato non in narrativa normale, ma accanto a De Sade. Perché? E' come quando, parlando dei diritti gay, le uniche immagini messe a corredo degli articoli fanno vedere uomini nudi. 'Sta mania di collegare omosessuali e sesso deve finire.

LIBRI ROSA: La sezione di libri rosa è a mio parere quanto di più sessista esista. E' vero che sciure e le giovani donne rampanti (in genere future sciure) prediligono storie di cupcake, amore, principi azzurri ricchissimi e lavori stravolgenti a New York, ma è anche vero che, come ho dimostrato, pure gli uomini si fissano su romanzi di avventura maschia, bombe, aeroplani, guerre, spie che salvano il mondo, giungle, antichi vasi da portare in salvo. Non si è però mai vista una sezione di "Narrativa azzurra". Così non ti ritrovi la Kinsella vicino a Tolstoj, ma Christian Jacq sì.

Tale discorso si va a collegare a quello più ampio degli:

AUTORI ARBITRARIAMENTE CONSIDERATI MINORI.
Ovviamente anche la copertina
è da romanzo rosa.
Ci sono autori, più spesso autrici, che vengono svilite a priori. Spesso si ritiene che se una donna scrive d'amore, allora starà dicendo sicuramente qualche cretinata, quindi va messa d'ufficio nella narrativa rosa. Si arriva a degli abomini che vedono la bravissima Fannie Flagg accanto a "Amore, zucchero e cannella", mentre Federico Moccia, malgrado scriva porcherie di pianiste innamorate con mariti invalidi e ragazzini dediti allo stalking molesto, no. 
 Fannie Flagg, che ci tengo a ricordare, è l'autrice del celebre "Pomodori verdi fritti", che non è per niente un libro zuccherrino, ma una bellissima storia lesbica che parla tra l'altro della violenza insita nella società e del periodo della segregazione razziale. Quest'autrice del profondo sud degli Stati Uniti, narra con grazia solo apparente un contesto sociale fortemente chiuso, razzista e spesso sessista, senza che i suoi libri risultino mai noiosi o tristi. Una cosa che richiede una notevole dose di talento, che noi appunto vediamo bene di ficcare vicino a donne leziose che impazziscono per l'ultimo modello di scarpe di Louboutin.

CLASSICI CHE NON SI SA PERCHE' SONO PER RAGAZZI: 
 Calvino è per ragazzi. Si è deciso così. In genere non "Il sentiero dei nidi di ragno" che ha un ragazzo per protagonista, ma parla della guerra, ma tutto il resto sì. Come Swift, nonostante tutta la sua filosofia e il povero Verne. Io non dico che bisogna trattare i ragazzini come dei cretini, come troppo spesso ultimamente si fa, dando loro cose sempre più facilitate. Dico semplicemente che la mia maestra in V elementare ci fece leggere "La fattoria degli animali" del povero Orwell, di cui non capii francamente (e ovviamente) nulla e non solo perché non conoscevo la grande parabola sul comunismo. Afferravo che si andava oltre la dicotomia bene/male, che le pecore erano stupide e che il cavallo gran lavoratore Gondrano (nella mia traduzione ebbene si chiamava così) che alla fine viene mandato al macello, era stato fregato in un quale modo, ma c'era qualcosa che proprio non andava. Era semplicemente un libro, che per quanto abbia per protagonisti degli animali, non va dato a bambini di 10 anni. Animale come personaggio non dà sempre bambino come risultato.


IL GRANDE MONDO DELLA NEW AGE/ESOTERISMO:
Il grande mondo della new age ha fatto danni un po' in tutti gli argomenti. Rimane dunque arbitrario il motivo per cui infiliamo Osho e parte di Jodorowsky qua dentro, mentre la PNL si aggira indisturbata in economia e l'enneagramma in psicologia. Capisco anche che se ci mettessimo ad infilare i libri sulle diete psicomentali e le grandi regole per imparare ad amarci qui dentro, praticamente avremmo occupato mezza libreria.
 Stessa storia vale per l'esoterismo, in cui a mio parere andrebbero infilati tutti quei libri di esorcismo che abitano la sezione di religione. Se il cattolicesimo non fosse la confessione principale degli italiani, padre Amorth e tutte quelle perdibilissime memorie di gente posseduta starebbero tranquillamente accanto agli innumerevoli libri su Rosacroce e Alieni.

E voi? Ritenete ci siano dei libri/generi che vengono messi in posti completamente sbagliati solo in nome del comune pregiudizio?

domenica 15 settembre 2013

Mysteriosi manoscritti di giochi e scacchi! Il "Libro de los juegos" e il "De ludo scachorum", quando gli antichi ne sapevano già molto più di noi.


Come ho già scritto, il mio modello di vita lavorativo fin da bambina è sempre stato il caro Indiana Jones. Costui è il principale artefice delle mie disgrazie lavorative, avendomi indotto a studiare cose che ancor oggi considero spettacolari, ma che insomma non è che ti lancino proprio nel mondo del lavoro del XXI° secolo.
 La sezione di archeologia/libri antichi, per piccina che sia, esercita perciò su di me il tipico fascino dell'ex a cui una non vorrebbe più cedere, ma che alla fine in qualche modo ti irretisce di nuovo tragicamente. 
Dalle sue splendenti nebbie è apparso questo libro fantastico  "Il labirinto dei giochi perduti. Giochi da tavolo dal mondo antico al medioevo" di Ezio Zanini ed. Il Cerchio.
  Faccio ancora parte di quella generazione che nella sua infanzia invece di trafficare con videogiochi (che comunque c'erano in abbondanza) o pc (che invece erano ancora in divenire), si lanciava in indimenticabili giochi da tavolo. Questo nobile passatempo, affonda le sue radici nella notte dei tempi e molto spesso, nelle varie culture nascondeva spesso significati simbolici e astrazioni logico-matematiche che popolavano le fantasie e i mondi di culture diverse. Il libro è ben costruito, divide i giochi in sezioni a seconda delle modalità di gioco (scacchi, dadi, su tavola ecc.) e si rifà ampiamente a quel capolavoro che è il "Libro de los Juegos".
 Per chi non lo conoscesse, trattasi di un manoscritto meraviglioso, con straordinarie miniature commissionato dal re di Spagna Alfonso X il saggio più o meno a metà del 1200. Si ritiene, sia dalle miniature che dalla completezza delle informazioni e dai giochi in esso catalogati ed esplicati, che sia frutto del lavoro di studiosi delle tre diverse religioni monoteiste, e proprio per le sue forti influenze islamiche viene considerato un particolare capolavoro.
 Nel "Libro de los juegos" non si affrontavano solo problemi matematici (soprattutto di scacchistica) particolarmente complessi, ma un'intera concezione cosmica che veniva in tal modo tripartita:


1) Giochi di dadi, considerati a prescindere inferiori agli scacchi, rappresentavano in modo allegorico la totale casualità della vita e il concetto di predestinazione.
 Insomma, "Forrest Gump" all'ennesima potenza.






2) Gli scacchi, frutto unico dell'ingegno del giocatore, rappresentava il concetto di libero arbitrio e di poter forgiare il proprio destino grazie alle capacità personali. Ovviamente era il gioco star.




3) Le tavole. Quei giochi in cui la congiunzione di casualità e ingegno veniva posta come ideale compromesso tra le parti dal buon Alfonso X, uomo che alla mediazione, anche interculturale ci teneva. Un destino era frutto del libero arbitrio e di una dose di casualità (come anche Machiavelli dixit).


Interessante il modo in cui vengono rappresentati i giocatori accaniti (Alfonso era un fan de los juegos, ma condannava duramente l'azzardo): completamente nudi. Privi di dignità e spogliati dei loro beni, sicuramente incapaci di qual che fosse allegoria.
Capolavoro manoscritto successivo e tutto italiano di tale tradizione è il "De Ludo Scachorum" del frate mito di generazioni di ragionieri, colui che inventò la partita doppia: Frà Luca Pacioli. Costui, grande matematico e appassionato di scacchi e giochi logici, scrisse un manoscritto illustrato nientepopòdimeno che dal buon Leonardo da Vinci, il "De divina proportione".
Nel suo trattato scacchistico, casualmente ritrovato solo nel 2006 (ah, la storia dei fortunosi ritrovamenti librari merita un post a sé!), forse anch'esso illustrato dal buon Leonardo, racchiuse più e più strategie logico-matematiche particolarmente complesse, (che per lui che lo definiva un iocondo tractato, non dovevano essere poi così difficili, beato...).
 Non potendo purtroppo accedere direttamente a tale meraviglia, possiamo però gettarci nella lettura e risoluzione de "I giochi matematici di Frà Luca Pacioli. Trucchi, enigmi e passatempi di fine Quattrocento" di Dario Bressanini e Toni Toniato, ed. Dedalo.  Il libro presuppone che si sia degli sfigati del '400 privi di divertimenti in una notte d'inverno. Io direi che possiamo anche essere dei nerd del XXI° sec. che molliamo Dungeons&Dragons per una serata e proviamo a capire come fare scacco al re di tre rapide mosse.

 Spero di non avervi annoiato. Personalmente trovo che poche cose al mondo siano affascinanti quanto queste opere fantastiche, ingegnose e misteriose che giungono terribilmente moderne fino a noi.
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