Tra i libri che hanno fatto più piangere i miei coetanei e over, ho notato ieri una predominanza di quella narrativa ormai scomparsa, annegata tra maiali dai profili equivoci e topi con mille parenti: la letteratura da "Trauma infantile".
Non sono così vecchia, ma vuoi che le porte dell'inferno consumistico si siano spalancate un attimo dopo la mia infanzia, vuoi che i miei genitori erano magari un po' retrò in fatto di gusti libreschi, da bambina mi sono letta tutto il pantheon di tragedie che spettava adeguatamente ad un bambino del secolo scorso.
Una delle grandi hit di questo Natale è il libro di Aldo Cazzullo "Basta piangere", il quale, sebbene sia uno di quei saggi un po' divulgativi di sociologia italiana contemporanea, ha un grande pregio: invece di dire che moriremo tutti e moriremo male, ci invita a ricordarci che insomma i nostri nonni spesso facevano la fame, sono stati in guerra, morivano per malattie che ora consideriamo stupide e nella stragrande maggioranza dei casi non andavano oltre la quinta elementare. Per questo: basta piangere, alziamoci e combattiamo.
Tutta la tostezza dei nostri nonni e ormai bisnonni si ravvisa benissimo nel reparto dei classici per l'infanzia. Ieri citavo "Piccole donne crescono" con la morte di Beth, lo sventurato matrimonio di Meg e le incomprensibili scelte di vita di Jo. Ma è solo una della tremende vite e vicende sventurate narrate ai fu bambini di tutto il mondo.
FIABE TRUCULENTE:
Mia sorella piccola si ricorda ancora gli strilli per"Fiabe italiane" di Italo Calvino, un coacervo di principesse mutilate, regine malvagie, bambini divorati dalle nonne, streghe omicide. Mi ricordo in particolare una storia che causò la fine della mia carriera di narratrice di storie prenanna: una regina cattiva ha tre figli che sposano tre giovinette, poi ovviamente i figli partono per la guerra e lei che fa? Cava gli occhi alle nuore e le manda a morire in una caverna. Qui, le tre divorano i propri figli per la fame, tranne una, che non ricordo come salva la prole. Quando dopo un tot di anni i principi tornano, cercano le mogli in ogni dove e trovandole ridotte in quello stato (non ricordo se le aveva pure mutilate in altro modo, è possibile) cospargono la madre di pece e le danno fuoco.
Andersen e i Grimm (e Perrault con le sue fiabe incestuose come "Pelle
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| Ill. di Nadezhda Illarionova |
Per non parlare di "Storia di una madre", dove una giovane madre, si lascia cadere gli occhi in un lago, cede i suoi bei capelli, si fa trapassare il petto da spine e rovi, pur di salvare suo figlio dalla morte, per poi scoprire che la Morte stessa le sta facendo un piacere perché lo sta in verità togliendo a un destino funesto (era meglio morire da piccoli, diceva la canzone).
DRAMMI SOCIALI:
Non scomodo Dickens per il dramma sociale perché è troppo semplice (e a me personalmente, a parte "Oliver Twist" non hanno mai propinato nulla durante l'infanzia), qui si va su sottigliezze come "Pattini d'argento", "Pel di carota" e un classico di cui non riesco a ritrovare il nome che molto traumatizzò la mia infanzia. Il primo, celeberrimo, racconta le disavventure di questi due fratelli desiderosi di pattinare con meravigliosi pattini d'argento che permettano loro di vincere danarose gare per aiutare la povera famiglia, visto che il padre cadendo sul lavoro aveva battuto la testa e cambiato personalità (ovviamente diventando violentissimo e alcolista).
"Pel di carota" forse è meno famoso, ma dimostra assieme a "Anna dai capelli rossi" e "Rosso malpelo", come nascere coi capelli rossi fosse un dramma non irrilevante. Mi ricordo una vecchissima edizione che mia nonna mi rifilò e di cui non capii a lungo il senso. Il libro infatti è composto da singoli brevi episodi in cui questo Pel di Carota viene immotivatamente vessato da tutta la famiglia, diventando man mano violento, bugiardo e cattivo. Mi faceva specie lui, mi faceva specie la madre che non provava un briciolo di pietà neanche quando, esasperato dalle cattiverie altrui, il povero Pel tenta il suicidio!
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| Suicidio, altro che Peppa Pig. |
Ora Wikipedia mi svela che Sartre lo riteneva un testo alla base della letteratura contemporanea. Sarà.
Il classico di cui non ravviso il titolo era uno dei miei favoriti e parlava di questa bambina sola al mondo che per qualche motivo finisce a vivere nella soffitta di tre bambini ricchi. I tre ragazzini la trovano e decidono di nutrirla e nasconderla alla servitù, al padre che è ricco, ma lavora sempre ed è stanco, e alla madre che è bella, giovane, ma ovviamente patisce di qualcosa ed è in sanatorio. La storia, che adesso comprendo quanto fosse assurda, era commovente nell'umanitarismo di questi giovinetti che rubavano i biscotti da tavola e la biancheria alle domestiche per aiutare la sventurata.
I RICCHI E LA DISGRAZIA:
Il filone del ricco buono et felice, con famiglia meravigliosa che di colpo perde tutto e si rotola nella disperazione, è un campo che i nati negli anni '80 conoscono molto bene anche televisivamente. Mentre in tv Candy Candy, Georgie e Lovely Sarah affrontavano lutti, disabilità, scherno e miseria, sul comodino ci aspettavano "Il giardino segreto", "Il principe e il povero", "La piccola principessa".
Ovviamente un tripudio di orfani e umana cattiveria più potente del fuoco di mille battaglie, che comunque nulla sono al confronto del vero psicodramma familiare causa di odio profondo tra fratelli minori e maggiori: "Incompreso".
Questo padre che vedovo, ritiene il figlio ottenne adulto e vezzeggia l'ignobile figlioletto minore finché in un tripudio di tregende l'ottenne si immola per salvare il fratellino malvagio, era per

me fonte di perplessità già alle elementari. Parlava di un mondo strano con regole che non mi appartenevano. Che Heidi potesse essere prelevata da casa di suo nonno e spedita a Francoforte a fare compagnia ad una bambina in sedia a rotelle era qualcosa che non mi quadrava per niente. Alle mie richieste di "Ma perché?", gli adulti mi rispondevano: "Eh, altri tempi."
Non capivo bene, ma che non fossi figlia di un diplomatico, di un re o di un lord lo capivo benissimo, come di non essere affidata alle cure di un burbero vecchio che mi teneva lontana dalla scuola dell'obbligo, quindi mi ritenevo al sicuro. Ero anche abbastanza certa che, non essendo orfana, nessuno mi avrebbe ritirato da scuola per fare la dama di compagnia a qualcun altro.
LA MALATTIA:

Il vero protagonista di una tragedia per ragazzini se non era orfano doveva contrarre una qualche malattia e possibilmente perire. "Pollyanna" di Eleanor Hodgman Porter, una specie di martire bambina, oltre che orfana e affidata ad una zia crudele, per dire, perdeva l'uso delle gambe eppur non si scoraggiava guardando fiduciosa verso il futuro (e la medicina).Ma se spesso si poteva guarire dalla semiparalisi c'era qualcosa che non lasciava scampo: la polmonite. Questa malattia, che mieteva sciami di vittime in libri dove bastava prendere una freddata e inzupparsi per invocare un medico troppo costoso e distratto e morire tra le braccia disperate della propria madre, mi angosciava. Vera vittima simbolo di tale tragedia è il ragazzino che perisce ne "I ragazzi della via Pàl".
C'è da dire che il ragazzino (a posteriori) defunge in modo cretino, ma il libro, al contrario di altri a me fantasiosamente lontani (come "La capanna dello zio Tom", parliamo pure di questo!) aveva qualcosa di realistico. Tra la noia della spiegazione di scienze dell'ultima ora con cui inizia il libro e i giochi sfrenati in giro, i battibecchi coi compagni e la volontà di non soccombere nella perfida gerarchia della scuola elementare, l'immedesimazione era ben più seria.
Ecco quindi affacciarsi il terrore della polmonite ad ogni santa influenza. Non degenerare! Non lasciatemi morire! Datemi la penicillina!
Personalmente a 10 anni non conoscevo nessuno che ne fosse stato colpito, ma che ne sai, la disgrazia è sempre in agguato.
(E voi? Qual è stato il classico per ragazzi che più ha tormentato le vostre notti?
Ieri su facebook citavano "Il lampionaio" e "La strada per Agra" ove ovviamente i protagonisti sono orfani, poveri e malati.
Vie di mezzo mai.)




































