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venerdì 13 dicembre 2013

Traumi infantili. Tutti i classici più tremendi della nostra infanzia. Tra malattie, infermità, disgrazie, povertà e suicidi, quelli sì che erano tempi, altro che Peppa Pig! (O no?)

Tra i libri che hanno fatto più piangere i miei coetanei e over, ho notato ieri una predominanza di quella narrativa ormai scomparsa, annegata tra maiali dai profili equivoci e topi con mille parenti: la letteratura da "Trauma infantile".

Non sono così vecchia, ma vuoi che le porte dell'inferno consumistico si siano spalancate un attimo dopo la mia infanzia, vuoi che i miei genitori erano magari un po' retrò in fatto di gusti libreschi, da bambina mi sono letta tutto il pantheon di tragedie che spettava adeguatamente ad un bambino del secolo scorso.
 Una delle grandi hit di questo Natale è il libro di Aldo Cazzullo "Basta piangere", il quale, sebbene sia uno di quei saggi un po' divulgativi di sociologia italiana contemporanea, ha un grande pregio: invece di dire che moriremo tutti e moriremo male, ci invita a ricordarci che insomma i nostri nonni spesso facevano la fame, sono stati in guerra, morivano per malattie che ora consideriamo stupide e nella stragrande maggioranza dei casi non andavano oltre la quinta elementare. Per questo: basta piangere, alziamoci e combattiamo.
 Tutta la tostezza dei nostri nonni e ormai bisnonni si ravvisa benissimo nel reparto dei classici per l'infanzia. Ieri citavo "Piccole donne crescono" con la morte di Beth, lo sventurato matrimonio di Meg e le incomprensibili scelte di vita di Jo. Ma è solo una della tremende vite e vicende sventurate narrate ai fu bambini di tutto il mondo.

 FIABE TRUCULENTE:
 Mia sorella piccola si ricorda ancora gli strilli per"Fiabe italiane" di Italo Calvino, un coacervo di principesse mutilate, regine malvagie, bambini divorati dalle nonne, streghe omicide. Mi ricordo in particolare una storia che causò la fine della mia carriera di narratrice di storie prenanna: una regina cattiva ha tre figli che sposano tre giovinette, poi ovviamente i figli partono per la guerra e lei che fa? Cava gli occhi alle nuore e le manda a morire in una caverna. Qui, le tre divorano i propri figli per la fame, tranne una, che non ricordo come salva la prole. Quando dopo un tot di anni i principi tornano, cercano le mogli in ogni dove e trovandole ridotte in quello stato (non ricordo se le aveva pure mutilate in altro modo, è possibile) cospargono la madre di pece e le danno fuoco. 
 Andersen e i Grimm (e Perrault con le sue fiabe incestuose come "Pelle
Ill. di Nadezhda Illarionova
d'asino") non erano da meno. Escludendo "La Sirenetta", che nella versione originale, oltre a essere muta, è anche inferma, perchè la coda mutata in gambe in realtà non funziona sulla terra, uno dei racconti che più colpì il mio immaginario fu "I cigni selvatici". Non so se la ricordate. C'è il solito re che sposa la solita donna cattiva che trasforma i suoi 11 figli in cigni e caccia di casa l'unica femmina (non prima di aver cercato di assassinarla). Costei, mi pare muta anch'essa, ha un solo modo per ritrasformare i fratelli in esseri umani: cucire loro a mano dei giubbini di ortica!!
 Per non parlare di "Storia di una madre", dove una giovane madre, si lascia cadere gli occhi in un lago, cede i suoi bei capelli, si fa trapassare il petto da spine e rovi, pur di salvare suo figlio dalla morte, per poi scoprire che la Morte stessa le sta facendo un piacere perché lo sta in verità togliendo a un destino funesto (era meglio morire da piccoli, diceva la canzone).

DRAMMI SOCIALI: 
Non scomodo Dickens per il dramma sociale perché è troppo semplice (e a me personalmente, a parte "Oliver Twist" non hanno mai propinato nulla durante l'infanzia), qui si va su sottigliezze come "Pattini d'argento", "Pel di carota" e un classico di cui non riesco a ritrovare il nome che molto traumatizzò la mia infanzia. Il primo, celeberrimo, racconta le disavventure di questi due fratelli desiderosi di pattinare con meravigliosi pattini d'argento che permettano loro di vincere danarose gare per aiutare la povera famiglia, visto che il padre cadendo sul lavoro aveva battuto la testa e cambiato personalità (ovviamente diventando violentissimo e alcolista). 
 "Pel di carota" forse è meno famoso, ma dimostra assieme a "Anna dai capelli rossi" e "Rosso malpelo", come nascere coi capelli rossi fosse un dramma non irrilevante. Mi ricordo una vecchissima edizione che mia nonna mi rifilò e di cui non capii a lungo il senso. Il libro infatti è composto da singoli brevi episodi in cui questo Pel di Carota viene immotivatamente vessato da tutta la famiglia, diventando man mano violento, bugiardo e cattivo. Mi faceva specie lui, mi faceva specie la madre che non provava un briciolo di pietà neanche quando, esasperato dalle cattiverie altrui, il povero Pel tenta il suicidio!
Suicidio, altro che Peppa Pig.
 Ora Wikipedia mi svela che Sartre lo riteneva un testo alla base della letteratura contemporanea. Sarà.
 Il classico di cui non ravviso il titolo era uno dei miei favoriti e parlava di questa bambina sola al mondo che per qualche motivo finisce a vivere nella soffitta di tre bambini ricchi. I tre ragazzini la trovano e decidono di nutrirla e nasconderla alla servitù, al padre che è ricco, ma lavora sempre ed è stanco, e alla madre che è bella, giovane, ma ovviamente patisce di qualcosa ed è in sanatorio. La storia, che adesso comprendo quanto fosse assurda, era commovente nell'umanitarismo di questi giovinetti che rubavano i biscotti da tavola e la biancheria alle domestiche per aiutare la sventurata.


 I RICCHI E LA DISGRAZIA:
I ricchi sono grandi protagonisti delle storie dell'800-'900. 
 Il filone del ricco buono et felice, con famiglia meravigliosa che di colpo perde tutto e si rotola nella disperazione, è un campo che i nati negli anni '80 conoscono molto bene anche televisivamente. Mentre in tv Candy Candy, Georgie e Lovely Sarah affrontavano lutti, disabilità, scherno e miseria, sul comodino ci aspettavano "Il giardino segreto", "Il principe e il povero", "La piccola principessa". 
Ovviamente un tripudio di orfani e umana cattiveria più potente del fuoco di mille battaglie, che comunque nulla sono al confronto del vero psicodramma familiare causa di odio profondo tra fratelli minori e maggiori:  "Incompreso".
 Questo padre che vedovo, ritiene il figlio ottenne adulto e vezzeggia l'ignobile figlioletto minore finché in un tripudio di tregende l'ottenne si immola per salvare il fratellino malvagio, era per

me fonte di perplessità già alle elementari. Parlava di un mondo strano con regole che non mi appartenevano. Che Heidi potesse essere prelevata da casa di suo nonno e spedita a Francoforte a fare compagnia ad una bambina in sedia a rotelle era qualcosa che non mi quadrava per niente. Alle mie richieste di "Ma perché?", gli adulti mi rispondevano: "Eh, altri tempi."
 Non capivo bene, ma che non fossi figlia di un diplomatico, di un re o di un lord lo capivo benissimo, come di non essere affidata alle cure di un burbero vecchio che mi teneva lontana dalla scuola dell'obbligo, quindi mi ritenevo al sicuro. Ero anche abbastanza certa che, non essendo orfana, nessuno mi avrebbe ritirato da scuola per fare la dama di compagnia a qualcun altro.

LA MALATTIA:
Il vero protagonista di una tragedia per ragazzini se non era orfano doveva contrarre una qualche malattia e possibilmente perire. "Pollyanna" di Eleanor Hodgman Porter, una specie di martire bambina, oltre che orfana e  affidata ad una zia crudele, per dire, perdeva l'uso delle gambe eppur non si scoraggiava guardando fiduciosa verso il futuro (e la medicina).
Ma se spesso si poteva guarire dalla semiparalisi c'era qualcosa che non lasciava scampo: la polmonite. Questa malattia, che mieteva sciami di vittime in libri dove bastava prendere una freddata e inzupparsi per invocare un medico troppo costoso e distratto e morire tra le braccia disperate della propria madre, mi angosciava. Vera vittima simbolo di tale tragedia è il ragazzino che perisce ne "I ragazzi della via Pàl".
C'è da dire che il ragazzino (a posteriori) defunge in modo cretino, ma il libro, al contrario di altri a me fantasiosamente lontani (come "La capanna dello zio Tom", parliamo pure di questo!) aveva qualcosa di realistico. Tra la noia della spiegazione di scienze dell'ultima ora con cui inizia il libro e i giochi sfrenati in giro, i battibecchi coi compagni e la volontà di non soccombere nella perfida gerarchia della scuola elementare, l'immedesimazione era ben più seria.
 Ecco quindi affacciarsi il terrore della polmonite ad ogni santa influenza. Non degenerare! Non lasciatemi morire! Datemi la penicillina! 

Personalmente a 10 anni non conoscevo nessuno che ne fosse stato colpito, ma che ne sai, la disgrazia è sempre in agguato.

 (E voi? Qual è stato il classico per ragazzi che più ha tormentato le vostre notti?
 Ieri su facebook citavano "Il lampionaio" e "La strada per Agra" ove ovviamente i protagonisti sono orfani, poveri e malati.
 Vie di mezzo mai.)

giovedì 12 dicembre 2013

Libri che fanno piangere. Quali sono i tomi che più mi/vi hanno causato crisi di pianto in vita vostra? Dalla resistenza a "Piccole donne crescono" fino ad arrivare a "Il dolore perfetto"!

Qualcuno, iersera, non vedendomi abbastanza abbattuta per l'influenza,  ha pensato bene di farmi ascoltare una canzone che avevo finora felicemente ignorato: "Summertime sadness" di Lana del Rey.
 La canzone è bellissima, Lana del Rey nonostante le  sue labbra spropositate è bellissima (qui ancora di  più), ma ovviamente entriamo nel campo della tristezza  più totale. L'ipnotico motivo che parla di gente morta e  sguardi sfrigolanti oltre i fili elettrici, oltre a causarmi  una dipendenza (ormai l'avrò ascoltata non meno di un  centinaio di volte), mi ha fatto venire in mente che  ancora non vi avevo tediato sui libri che causano  crisi di pianto.
 Ognuno ha un libro che non riesce a leggere  senza scoppiare in lacrime, o perlomeno ce l'ha ogni  buon lettore, in grado di calarsi seriamente sui campi di  battaglia della rivoluzione russa o in qualche devastante  dramma familiare.
 Personalmente il libro che più ha traumatizzato la mia infanzia in tal senso è stato "Piccole donne crescono".
Ricordo che mi piacque meno del primo, anche perché inizia con la devastante vita familiare dell'insopportabile sorella maggiore Meg. Una roba che tra figli, cucina, marito che invita a cena i superiori senza avvertirti e lontananza dalle amate sorelle, ti fa passare qualsiasi voglia di sposarti e procreare. Ero perciò già adeguatamente perplessa quando ecco abbattersi due delle catastrofi letterarie più significative che ogni ragazza occidentale si ritrova ad affrontare: la morte di Beth, la sorella santa che pur con la febbra si ostina a occuparsi degli infettivi ultimi, e lo sposalizio di Laurie con quell'oca di Amy. Ricordo una crisi di pianto per la morte di Beth cataclismatica. Mi ero aggrappata a mia sorella minore (che all'epoca da brava preadolescente avevo in odio) con fare tragico e piangente implorandola di non morire. Mia madre mi proibì di continuare la lettura del tomo finché non fossi stata in grado di non fare sceneggiate. Così lo terminai reprimendo i singhiozzi e domandandomi in silenzio per quale arcano motivo Jo avesse preferito una vita da governante sposata ad un vecchio, agli agi di una condizione economica favorevole e un sexy marito. Credo che Louisa May Alcott, autrice tra l'altro di racconti spregiudicati, stesse cercando di impartire una lezione di vita a tutte le ragazze etero della terra.
 Alle superiori, adolescente sospesa tra il rincoglionito e i grandi ideali, versai tutte le mie lacrime su "Norwegian Wood" di Murakami (ma sfiderei qualunque sedicenne a non farlo visto il tasso di suicidio dei personaggi) e sulle "Lettere dei condannati a morte della resistenza italiana". Come detto "Norwegian Wood" mi diede una salutare botta di vita nonostante i fiumi di lacrime, (che perpetrai per tutte e tre le letture consecutive, esasperando nuovamente i miei parenti), mentre l'altro spalancò sostanzialmente le porte dell'inferno.
 Tra staffette partigiane che prima di morire imploravano il perdono delle figlie, sedicenni torturati, studenti universitari che in Via Tasso scrissero col proprio sangue le ultime parole per le famiglie sul muro, tra fucilati che lasciavano cadere gli ultimi biglietti sul sentiero che li portava alla morte, nella speranza che qualcuno li ritrovasse per farli avere le famiglie, c'erano tutti gli ingredienti per causarmi convulse crisi di pianto unite a rivolte politiche in genere tutte interiori.
 Se non lo avete letto, fatelo che è il momento.
 All'università, scoperta Simone de Beauvoir, iniziai a divorare tutta la sua bibliografia, ma incappai fatalmente in "A conti fatti", l'ultimo libro della sua autobiografia. Una tragedia su tutta la linea. Come ovvio, la cara Simone inizia a fare un lungo elenco di morti. Tutti gli studenti, gli amici, le personalità, gli avversari che nei tre libri precedenti erano stati così attivi e vividamente giovani, morivano a sciami. Una delle persone più interessanti, di cui parla lungamente nel secondo libro, la studentessa Lise, le appare dopo anni completamente sfatta, la bellezza distrutta, le gambe grosse, una promettente vita distrutta da un matrimonio, una famiglia e un destino ordinari. Ad un terzo circa del libro, in preda a continue e fastidiose crisi di pianto che mi gettavano nello sconforto, ho dovuto smettere. Non so quando sarà tempo di riprenderlo e al momento ho ancora paura di farlo.
La palma comunque al libro che più in assoluto mi ha causato crisi di pianto, rimane ancora,  "Il dolore perfetto" di Ugo Riccarelli  (e credo lo rimarrà a lungo visto che la mia soglia di commozione libresca si è alzata molto in questi ultimi tempi: nell'arco di quest'anno ho pianto solo per "Il tempo di mezzo" di Fois)
 In genere da un libro che sin dal titolo ti promette lacrime e dolore non ti aspetti tanto, specialmente che mantenga le promesse. Riccarelli, con questo insolito meritevole premio Strega, ci riuscì. Una saga familiare, ambientata in un paesino della Toscana, ricca di realismo magico e politica, meglio conosciuti come gli ingredienti per creare una melassa condita del peggio della narrativa italiana contemporanea. Invece Riccarelli scrisse, secondo me, un piccolo capolavoro, toccante, pieno di dignità, di morti dignitose, di vite dignitose, che fanno piangere perché posseggono una forza ormai scomparsa, in questi tempi beceri.
 A me le lacrime, nelle storie, le hanno sempre causate delle morti ingiuste, la scomparsa di qualcuno, di un mondo, di una speranza, ed è per rendere onore, alle mie lacrime di un tempo, che vorrei condividere con voi una delle lettere che molto mi fece piangere alle superiori. Una citazione molto voluta adatta a questi giorni funesti.

 Cari Amici,
Vi vorrei confessare innanzi tutto, che tre volte ho strappato e scritto questa lettera. L’avevo iniziata con uno sguardo in giro, con un sincero rimpianto per le rovine che ci circondano, ma, nel passare da questo argomento di cui desidero parlarvi, temevo di apparire "falso", di inzuccherare con un patetico preambolo una pillola propagandistica. E questa parola temo come un’offesa immeritata: non si tratta di propaganda ma di un esamec he vorrei fare con voi. Invece dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Non voglio sembrarvi un Savonarola che richiami il flagello. Vorrei che con me conveniste quanto ci sentiamo impreparati, e gravati di recenti errori, e pensassimo al fatto che tutto noi dobbiamo rifare. Tutto dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall’industria ai campi di grano. Ma soprattutto, vedete, dobbiamo fare noi stessi: è la premessa per tutto il resto. Mi chiederete: perché rifare noi stessi, in che senso? Ecco per esempio, quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita, dedicata alla famiglia e al lavoro? Benissimo: è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma, credo, lavorare non basterà; e nel desiderio invincibile di "quiete", anche se laboriosa è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della "sporcizia" della politica, che mi sembra sia stato ispirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di "specialisti". Duro lavoro, che ha le sue esigenze: e queste esigenze, come ogni giorno si vedeva, erano stranamente consimili a quelle che stanno alla base dell’opera di qualunque ladro e grassatore. Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni attività politica. Comodo, eh? Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica – se vita politica vuol dire soprattutto diretta partecipazione ai casi nostri - ci siamo stati scaraventati dagli eventi. Qui sta la nostra colpa, io credo: come mai, noi italiani, con tanti secoli di esperienza, usciti da un meraviglioso processo di liberazione, in cui non altri che i nostri nonni dettero prova di qualità uniche in Europa, di un attaccamento alla cosa pubblica, il che vuol dire a sé stessi, senza esempio forse, abbiamo abdicato, lasciato ogni diritto, di fronte a qualche vacua, rimbombante parola? Che cosa abbiamo creduto? Creduto grazie al cielo niente ma in ogni modo ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente.  
Questa ci ha depredato, buttato in un’avventura senza fine; e questo è il lato più "roseo", io credo: Il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno intaccato la posizione morale; la mentalità di molti di noi. Credetemi, la "cosa pubblica" è noi stessi: ciò che ci lega ad essa non è un luogo comune, una parola grossa e vuota, come "patriottismo" o amore per la madre in lacrime e in catene vi chiama, visioni barocche, anche se lievito meraviglioso di altre generazioni. Noi siamo falsi con noi stessi, ma non dimentichiamo noi stessi, in una leggerezza tremenda. Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo, insomma, che ogni sua sciagura è sciagura nostra, come ora soffriamo per l’estrema miseria in cui il nostro paese è caduto: se lo avessimo sempre tenuto presente, come sarebbe successo questo? L’egoismo – ci dispiace sentire questa parola- è come una doccia fredda, vero?

Sempre tutte le pillole ci sono state propinate col dolce intorno; tutto è stato ammantato di rettorica; Facciamoci forza, impariamo a sentire l’amaro; non dobbiamo celarlo con un paravento ideale, perché nell’ombra si dilati indisturbato. E’ meglio metterlo alla luce del sole, confessarlo, nudo scoperto, esposto agli sguardi: vedrete che sarà meno prepotente. L’egoismo, dicevamo, l’interesse, ha tanta parte in quello che facciamo: tante volte si confonde con l’ideale. Ma diventa dannoso, condannabile, maledetto, proprio quando è cieco, inintelligente. Soprattutto quando è celato. E, se ragioniamo, il nostro interesse e quello della "cosa pubblica", insomma, finiscono per coincidere.
Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più
delicato e importante. Perché da questo dipendono tutti gli altri, le condizioni di tutti gli altri. Se non ci appassionassimo a questo, se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. Per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma, cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere, domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!
Ricordate, siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli, dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere; che nostra sarà la responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo? Bisognerà fare molto.Provate a chiedevi in giorno, quale stato, per l’idea che avete voi stessi della vera vita, vi pare ben ordinato: per questo informatevi a giudizi obbiettivi. Se credete nella libertà democratica, in cui nei limiti della costituzione, voi stessi potreste indirizzare la cosa pubblica, oppure aspettare una nuova concezione, più egualitaria della vita e della proprietà. E se accettate la prima soluzione, desiderate che la facoltà di eleggere, per esempio sia di tutti, in modo che il corpo eletto sia espressione diretta e genuina del nostro Paese, o restringerla ai più preparati oggi, per giungere ad un progressivo allargamento? Questo ed altro dovete chiedervi. Dovete convincervi, e prepararvi a convincere, non a sopraffare gli altri, ma neppure a rinunciare.

Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti: ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi ed il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi.

Termino questa lunga lettera un po’ confusa, lo so, ma spontanea, scusandomi ed augurandoci buon lavoro.
Giacomo Ulivi 
Scusate la lunga citazione, ma trovo sempre straordinario che questa lettera risulti tanto moderna e opera di un ragazzo all'epoca così giovane.
E voi? Quali sono i libri che vi hanno fatto più piangere in vita vostra? Mi raccomando, anche voi uomini, che non ci crede nessuno che non piangete sulle amare carte.

martedì 10 dicembre 2013

Due piccoli libri per piccoli tragitti! Selvaggio West e selvaggia Australia a noi! Tra le lettere di Calamity Jane e le bistecche di Jack London.

Visto che siamo in un clima natalizio (anche se non ho ancora avuto il tempo di fare l'albero e non so quando ce l'avrò, sì io l'albero lo faccio, capisco che è una tradizione skandinava ke non ci appartiene o ke il consumismo delle palle di natale e degli addobbi sarà la prossima causa dell'impoverimento mondiale e magari è una tradizione un po' da sciura, ma voglio comunque continuare a farlo), tenterò in questi giorni di dare dei non richiesti consigli su cosa regalare e farvi regalare per natale e poiché la settimana scorsa ho saltato il piccolo consiglio sul piccolo libro per il piccolo tragitto, ecco che oggi vi propino ben due libri! Forza, su gioite con me!
Il primo è "Lettere alla figlia" nientepopodimeno di Calamity Jane ed. Mimesis. Dunque, questo libretto che è un gioiellino, se ne stava nascosto tra i libri dedicati agli Indiani d'America.
 Come tutti saprete, in Italia esistono questi appassionati di cultura country e del vecchio west che hanno tutto un loro micromondo fatto di locali a tema, gare d'equitazione e fiere (ne fa parte per dire, il personaggio di Bentivoglio nel film di Sorrentino "L'amico di famiglia"). Anni fa, avevo un'amica il cui padre organizzava una fiera a cui costoro accorrevano in massa. Per tre giorni gruppi di ragazzi dei dintorni suonavano ballate del vecchio west conciati in modo discutibile, orde di donne si facevano trecce da squaw sotto cappelli a tesa larga, mentre gli uomini brandivano birra rimirando i loro stivali puntuti e le loro nappe e tutti dormivano in giganteschi camper parcheggiati nella fanga.
 Era tutto molto surreale, lo era soprattutto il livello di convinzione cieca che i partecipanti avevano come se per tre giorni potessero davvero entrare in un mondo parallelo. Ovviamente non penso che gli appassionati del genere Indiani d'America-vecchio West (che sono molti) amino tutti cavalcare accanto ai bisonti e cuocere salsicce e fagioli accanto al fuoco, ma sicuramente  se ne fate parte o se siete incuriositi dall'atmosfera, apprezzerete questo delizioso libro, così evocativo, strano e vivido da sembrare quasi un falso storico.
 La cara Calamity Jane, cowgirl che proteggeva diligenze, faceva amicizia con gli indiani e combatteva i fuorilegge a fucilate, ebbe pare una figlia da un personaggio altrettanto leggendario, lo sceriffo James Butler Hickok, che chiamò Jane come lei e a cui lasciò questo piccolo pacco di lettere, scritte in un lasso di tempo che va dal 1877-1903. 
Pare che Buffallo Bill sia venuto
persino in Italia O.o
 In esse Calamity Jane parla esattamente del west che si vede nei film, tutto quello che si può sognare: indiani pericolosi che non la attaccano perchè la credono pazza e posseduta da uno spirito maligno, il ricordo del matrimonio (mai provato e registrato) con Hickock, folli somme di denaro vinte al gioco con cui aiutare ragazzi incontrati per strada a realizzare folli sogni a Broadway. Ci sono le notti vicino al fuoco, gli amici che muoiono e tradiscono, le donne dei paeselli sperduti nel niente che la umiliano e calunniano, le ballerine che le tendono agguati per tagliarle i capelli. C'è Buffalo Bill che la ingaggia nel suo Wild West Show e lo splendore delle notti all'aperto, accanto al fuoco a scrivere figlia lontana. Una figlia che nelle lettere è leggendaria come un personaggio de "Pirati dei Caraibi": data in affido ad una ricca coppia sempre in giro per il mondo, viaggia in continuazione per mete esotiche a bordo di uno splendido vascello ricevendo un'educazione da vera nobile.
 In tutto l'arco delle lettere sembra che Calamity riesca a vederla, sotto mentite spoglie, tre volte, sempre rimpiangendo di averla data via, eppure mai pentita delle sue scelte che eppur la ridurranno semicieca e in povertà, dopo aver tuttavia vissuto una vita talmente entusiasmante da sembrare inventata.
 Ho letto che molti dubitano della veridicità di queste lettere e persino dell'esistenza di Calamity Jane (nonostante foto e documenti). In numerosi passaggi Calamity dice di aver raccontato un sacco di frottole in giro per aumentare la sua leggenda e sembrare più pericolosa perché a nessuno venisse in mente di infastidirla. Parla anche del suo biografo confessando di averlo riempito di stupidaggini come decine di inesistenti matrimoni e figli sparsi per l'America. Perciò, nel caso le lettere fossero autentiche, si spiegherebbero in tal modo i molti lati oscuri della sua vicenda, compreso il dubbio matrimonio con Hickock. 
 Non saprei dirvi se le lettere siano vere o meno, ci saranno degli studi al riguardo che non conosco, certo è che, se lo leggerete, vi ritroverete in un secondo, da una gelida pensilina in attesa di un bus, ad un canyon polveroso, in mezzo ai coyote, a bere pessimo vino scrutando i fuochi degli accampamenti indiani all'orizzonte.

 Il secondo libro che vi consiglio, costa appena 2,40 euro,ed è della piccola Ortica Editrice, una società cooperativa nata nel 2010 che ha una mission molto particolare: il loro catalogo è formato da soli libri che portino non solo ad un arricchimento spirituale, ma che siano stati scritti da autori che abbiano vissuto "vite coerenti con il proprio sentire intimo". 
 Ha, tra le altre, questa interessante collana intitolata "Opere da due soldi" il cui costo si aggira appunto sui due euro. Personalmente faccio la corte a "Una ragazza speciale" di Elvira Banotti e "Il monopolio dell'uomo" di Anna Kuliscioff, ma per rimanere coerenti con la vita di Calamity Jane, vi molto consiglio il racconto "Una bistecca" di Jack London.

 Ricordato per "Zanna bianca" e co. Jack London ebbe una vita meno difficoltosa materialmente, ma di sicuro altrettanto avventurosa di Calamity Jane. Corrispondente di guerra e fervente socialista (se non ci credete, leggete "Il tallone di ferro" di cui parlerò in un prossimo post) scrisse questo amaro racconto ambientandolo in Australia. 
 Tim King è un pugile sui quarant'anni che un giorno ha voglia di una grossa bistecca. Un pezzo di carne che gli dia la forza per lavorare, continuare a combattere, sfamare i suoi bambini e rendere orgogliosa sua moglie. Quel pomeriggio ha un incontro con un giovane pugile emergente e senza quella bistecca sente di non avere le forze necessarie per farcela. Ne seguirà un incontro di pugilato appassionante, descritto nei minimi particolari, con la disperazione di uomo che si aggrappa a tutto, dai ricordi alla fatica e all'esperienza, per non cedere.
Ma la bistecca, la fame, l'appassionante incontro sul ring, non sono altro che la fantastica ambientazione per il dramma di un uomo che la società ritiene già troppo vecchio e rigetta dopo averlo consumato fino all'osso. E' il dramma di un uomo che finalmente comprende un vecchio fantasma del passato, un pugile che lui, giovane e stupido, aveva battuto riducendolo in lacrime, senza mai capire. Vi lascio l'incipit di seguito, per farvi venire la voglia della bistecca (pure se siete fricchettoni e vi nutrite di seitan) e del racconto:
 "Con l'ultimo pezzettino di pane, Tom King levò dal suo piatto l'ultimo residuo di salsa, e masticò quel boccone lentamente, coscienziosamente. Quando s'alzò da tavola, si sentì turbato da un distinto senso di fame. Eppure solo lui aveva cenato. I due bambini nell'altra stanza dormivano da un pezzo, mandati a letto presto per dimenticar la cena. La moglie, che non aveva toccato cibo, stava seduta in silenzio, guardando il marito con occhi pieni di sollecitudine. Era una magra, patita popolana che però serbava ancora vestigia di grazia. La farina della salsa se l'era fatta prestare da una vicina di ripiano, e con l'ultimo penny aveva comprato il pane."

lunedì 9 dicembre 2013

I sei libri (non graditi) che vi ritroverete quest'anno sotto l'albero di Natale. Da Vespa agli oroscopi, da Rampini al catalogo dei Rolex!

Sono anni che sento dire che siccome c'è la crisi, allora a Natale, la gente per spendere meno punterà sicuramente più sui libri. A me non pare ci sia questa corsa al libro manco fosse un degno sostituto di un diamante di Cartier. In un paese in cui non si legge non è che la prima cosa che ti viene da regalare a tuo cugino, che in tutta la sua vita ha aperto forse il sussidiario delle medie, sia la nuova edizione degli "Adagi" di Erasmo da Rotterdam.
 Tuttavia è vero, capita a tutti di scartare quel quadretto duro che nel 90% dei casi vi lascerà basiti, delusi e tuttavia debitori di una stupefatta espressione di incontenibile felicità nei confronti del donatore: "Caspita! Mi hai regalato l'ultima enciclica papale! Non sai da quanto la aspettavo!".
 Come saprete se leggete di frequente il blog spesso amo ripetere che, secondo le leggi della biblioteconomia "Ogni libro ha il suo lettore" e "Ogni lettore ha il suo libro". Tali massime dovrebbero essere affisse per tutta la durata delle feste natalizie all'ingresso di ogni libreria. Si eviterebbero tante scene madri sotto l'albero e soprattutto l'incessante ondata di libri resi che ammorbano le librerie fino alla settimana dopo la befana.
Vedo e prevedo cose del tipo: "Sa tutti i miei cugini mi hanno regalato l'autobiografia di Mandela, ma io non leggo libri di cantanti hip hop" e perciò mi lancio in una serie di profezie natalizie sui libri che più papabilmente scarterete con ardore.

IL BESTSELLER: 
Passate l'anno ad informarvi sulle uscite più indie del panorama letterario. Spulciate "Il libraio" e "Satisfaction" con inusitata perizia, lanciandovi in elaborate esegesi, evitate Fazio come la peste e Bignardi ancor di più, passate una settimana da più libri più liberi a riempirvi di cataloghi di case editrici ignote per scoprire anche l'ultima perla del sud est asiatico perché credete nel valore della letteratura. Tutti i vostri parenti sanno che invece di sudare in palestra trascorrete i vostri pomeriggi tra presentazioni in librerie di settore e non fate che ripetere loro da mesi della devastante bellezza di quella graphic novel coreana che vorreste tanto ricevere per Natale.
 Insomma avete messo i manifesti: volete libri particolari e in genere particolarmente costosi e difficili da trovare. Ecco, nel 99% dei casi i vostri perplessi parenti recepiranno un unico messaggio: VUOLE UN LIBRO.
 "Eh, mio nipote legge tanto. Di sicuro non può non leggere il libro in cima alle classifiche!", penserà vostra nonna, orgogliosa dell'intelletto della prole.
 Così ecco entrare in casa vostra Fabio Volo, "Ladri di cotolette" di Abatantuono "Inferno" di Dan Brown, "Io sono Malala" e l'ultima hit di Khaled Hosseini (che peraltro fa tanto multiculturale). Rimane inspiegabile da numerosi anni perché i vostri parenti non siano arrivati alla soluzione più ovvia e semplice: la carta regalo da spendere in libreria.

IL LIBRO OPPORTUNISTA:
 Il libro opportunista è quel libro che esce a Natale perché sa che prenderà l'onda lunga del "Ma sì, va, regaliamolo". Vespa è un grande sostenitore di tale tradizione che ha pensato bene quest'anno di unire alla grande passione della narrativa italiana per la saga familiare. Il '900 italiano a partire da nonna Aida con tanto di Vespa pupo in copertina.  Quest'anno anche Carofiglio e la Mazzantini si sono gettati a pesce. Se ho ben capito dalla quarta di copertina di Margaret (che vi invito caldamente a leggere perché è incomprensibile/esilarante: tutto è bello, meraviglioso, insostenibile, commovente, struggente, "una fucilata alle spalle" (sic!)) quest'anno si è data alla storia che ormai non può più mancare nel carnet dello scrittore impegnato alla moda: la trama omosessuale. 
 Che vaghi in un terreno non suo o che ci vaghino i curatori editoriali si evince già dal riassunto che prevede la seguente frase: "Alla fine sappiamo che ognuno di  noi può essere soltanto quello che è. E che il vero splendore è la nostra singola, sofferta, diversità". Dunque, ve lo dico, chiunque sia l'infelice penna: nessun omosessuale (a meno che non abbia una queen of drama nazionalpopolare all'interno) ama la parola "diversità". Come trovo molto di cattivo gusto la frase messa all'esterno "E davvero accadde. E fu contro natura. E davvero vorrei sapere cos'è la natura". 
 Ti lascio un consiglio, lo lascio a tutti coloro che se lo chiedono, spendete bene 10 euro e comprate "Secondo natura" di Eva Cantarella. Avrete tutte le risposte.

STORIE DI VITA VISSUTA PIENE DI BUONE SENTIMENTI:
Nessuna festa si addice alla dama di carità 2.0 come il Natale. In nessun altro caso ella è più autorizzata a sfoggiare il suo parco buoni sentimenti e la sua tessera fedeltà bontà.
 Non fiori, ma opere di bene si suol dire che per lei diventa "Non il libro che la mia migliore amica desidera, ma quello con la storia più strappalacrime!". E in questo caso ha diverse possibilità:
Un altro titolo che mi lascia perplessa.
1) La storia di buoni sentimenti, ben scritta che ha uno sponsor culturale di un certo peso alle spalle. Quest'anno è tra noi in tutto il suo splendore "Sono graditi visi sorridenti" scritto dal padre e figlio già protagonisti di "Se ti abbraccio non aver paura".
 Ovviamente non c'è nulla da eccepire sulla storia. Quello che eccepisco è la pietà con cui spesso viene regalata.
 Per farvi capire non dimenticherò mai il cliente che entrò in negozio gridando "Oh, ma voi ce l'avete il libro del giornalista con la figlia paralitica? Devo regalarlo".
2) La storia di buoni sentimenti discretamente horror in cui il Signore pone la sua mano su di te e ti salva, ma non prima di averti fatto patire come Giobbe.
Ultimamente è uscito il sincopato  "Una lacrima mi ha salvato". La storia horror di una donna che i medici davano per defunta, mentre ella era in quel coma cosciente che ti fa sentire il medico dire che è pronto a staccarti la spina tanto sei morto. La storia in sè vorrebbe comunicarci che bisogna sempre affidarsi a Dio e non molto alla scienza, ma l'effetto ottenuto è più inquietante di un film di Dario Argento.
3)Storie di preti, frati, monaci, monache che o sono stati male poi sono guariti e ti raccontano tutto perché tu possa affidarti a Dio oppure ti narrano della stupefacente vita monastica, così ricca, così piena, così zun zun, così wow, così yuppidu che nessuno si è ancora spiegato perché non siamo ancora diventate tutte delle carmelitane scalze. 

L'ITALIA STA FINENDO, L'EUROPA SE NE VA, STO DIVENTANDO POVERO LO SAI CHE NON MI VA:
Mi sfugge perché, ma sotto Natale è bene ricordarci che insomma, stiamo per impoverirci definitivamente, la crisi ci sta divorando, c'è un conflitto generazionale epocale in cui i vecchi accusano i giovani di non fare niente, i giovani accusano i vecchi di essersi mangiati tutto. Severgnini accusa i giovani di non viaggiare abbastanza per costose università internazionali, Rampini ci ricorda che, mentre io sono qua a sollazzarmi con un blog, un cinese sta studiando per ottenere una cattedra in fisica molecolare a Cambridge e questo è un chiaro segnale della prossima decadenza economica dell'occidente. 
 Rizzo e Stella inveiscono contro la casta o qualche male tutto italiano che all'estero sono perfetti e senza macchia, Travaglio ha appena fatto le pulci a qualche nuovo politico in vista (quest'anno è Napolitano, chissà quanti caffè si sarà fatto offrire dal barista della buvette e chissà in cambio di cosa!).  Quest'anno se volete terrorizzare adeguatamente qualcuno sappiate che potete scegliere tra "Banchieri" di Rampini, "Diario di un naufragio" di Crainz, "Se muore il sud" di Rizzo, "Antifragile" di Nassim Taleb o "La disfatta del nord" di Astone.
 Mi raccomando eh, davanti al cenone di Natale e al baccalà della vigilia è NECESSARIO ricordare che l'anno prossimo si pasteggerà con pane raffermo e cicoria. I bankieri ci avranno tolto tutto.

L'ILLUSTRATO COSTOSO: 
Di tanto in tanto entrano questi clienti che, come Paperon de Paperoni, si poggiano sul banco e dicono "Voglio spendere dei soldi, molti soldi, qual è il libro più costoso che avete?".
 Ecco, una libreria normale, cioè non di settore e manco antiquaria, può avere, al massimo degli illustrati sui 200 euro, forse qualcosa in più, ma parliamo di edizioni particolari, tipo l'opera omnia di Leonardo da Vinci, la ristampa anastatica di tutto il Corriere della sera, delle stampe specifiche. 
 "No, no, voglio spendere di più! Non posso mica fare brutta figura!", insiste allora il cliente che deve ringraziare il primario di un ospedale che gli ha fatto un favore, produrre un dono di nozze last minute o fare la sparata con qualcuno di importante che l'ha invitato a cena.
 In genere finisce che il Paperon de Paperoni di turno o se ne va o compra cataloghi di orologi, e ha tutta una serie di epigoni a cui sfugge che di un libro non è tanto importante il costo quanto il contenuto. 
Consiglio da libraia: a Natale, al primario favoreggiatore sfegatato della Juve, puoi regalare l'opera omnia sulla sua squadra invece di un catalogo da 200 euro sulle mazze da golf nella storia, farai comunque bella figura.
 Mi risparmierai scene che vedono, il 22 Dicembre, la vendita di quella raccolta di foto sul plancton in via d'estinzione edita (non si sa perché) dalla National Geographic, e il suo ritorno, ancora nel cellophane quattro giorni esatti dopo.

IL LIBRO "NON SAPEVO COSA REGALARTI":
L'amico e il parente in questo caso ti avvisano: non sapevano cosa regalarti. Nel dubbio hanno scelto la cosa più inutile che c'era, grandi evergreen l'oroscopo e la cucina. 

Fine Novembre-inizio Dicembre è il momento in cui gli astrologi, capeggiati da Paolo sorrisosplendente Fox, sorgono dalle loro dimore ancestrali per informarci su come l'influsso di saturno ci porterà ricchezze e fortune verso il 23 di Marzo.
 Il fatto che proprio il 23 di Marzo un dodicesimo della popolazione mondiale possa avere una botta di danarosa fortuna non insospettisce nessuno. Come non sembra strano che tutti i capricorni (che poi che animale è non lo sa nessuno, manco quelli che sono capricorni) incontreranno l'amore verso inizio Ottobre. Visto che la vita è tanto amara, eviti di essere cinica e non mostri le tue perplessità al parente/amico reo del regalo. Tre giorni dopo o hai riportato il libro in libreria o lo hai riregalato a tua madre o lo hai donato alla biblioteca di quartiere.
 Se per l'oroscopo non si può far nulla, per la cucina ormai si potrebbe far molto. Vendono libri di qualsiasi tipo, con foto spettacolari, ricette per qualsiasi evenienza, pieni di gadget meravigliosi. Ma non temete siete proprio voi i fortunelli che riceverete il libro su come far lievitare la pasta madre o sui 765 modi per usare i semi di papavero. E se avete amici meno fantasiosi, sapete già cosa vi attende: la Clerici e la Parodi scalpitano irrequiete per farsi spazio nella vostra libreria.

E voi? Quali sono stati i libri più inutili e meno graditi che avete ricevuto e donato per Natale?
Io ricordo con sommo orrore la tremenda storia vera di una madre a cui la vicina di casa rapisce il figlio....

giovedì 5 dicembre 2013

Autori e libri che ci si vergogna a leggere. "A proposito di lei" di Banana Yoshimoto: per quale arcano motivo non riesco ad abbandonare l'ormai stucchevole giapponese?

 
Laura Pausini 2000 anni fa. Peraltro google
immagini mi ha svelato che ha pure fatto
delle foto per "Max" O.o
Allora, ci sono quei libri che uno si vergogna non solo di aver letto, ma che gli piacciano ancora. 
 Quegli autori che nonostante ogni evidenza ci si ostina a voler leggere ed apprezzare, salvo rinnegarli pubblicamente  con sdegno e convinzione, (in genere quando si sta facendo un colto aperitivo o si partecipa alla chicchissima presentazione o si è tipo ad un dibattito post riunione di partito), una volta capito che ammettere non è molto cool. E' un po' il dramma della ragazza appassionata di heavy metal che la notte piange i suoi amori perduti con Laura Pausini e Tiziano Ferro, ella non sa perchè "Sere nereeeee" faccia così presa sul suo cuore straziato, ma tant'è. E' il dramma dell'appassionato di De Gregori che si ritrova a cantare in pieno revival "Il ballo del mattone", dell'hipster indie che viene catturato dalla calda voce di Michael Bublè che canta "Feliz navidad".
 Abomini inspiegabili che passeggiano con noi in questo mondo.
 La stessa cosa avviene coi libri. Uno può passare le giornate a sollazzarsi con Heidegger e poi cadere nel tunnel della Mazzantini. In questi giorni non potete capire quante nefaste accoppiate sto vendendo. Vedo "Sale zucchero e caffé" di Vespa (declinato in mille modi, come hanno fatto anche notare dei colleghi sulla pagina di fb, l'operazione di marketing "Mettiamo un titolo con del cibo romantico/evocativo in mezzo" sta dando i suoi frutti, ma anche copiosi strafalcioni), messo nelle stesse buste che contengono Hegel e Chomsky. 
 Un mio collega mesi fa evocava i tempi in cui aveva letto "Un ponte sull'eternità" di Bach. Era stato in gioventù perché piaceva ad una sua fidanzata di allora, se ne vergognava eppure per qualche perverso scherzo della memoria, lo ricordava ancora con strano piacere, com'era mai possibile??
I tempi in cui si spacciava per una hipster
ante litteram e scriveva di ubriacature moleste,
trans e gente dedita a incredibili festini sessuali.
 Ecco, anche io ho degli autori che mi ostino a leggere pur vergognandomene. Uno di questi è Banana Yoshimoto. Lessi il primo libro della Yoshimoto all'inizio delle superiori e ne rimasi straordinariamente colpita. Ero un'appassionata di manga e come tutti gli adolescenti avevo un certo lato morboso che prevedeva assurdi pensieri di morte (O se mancassi da questo mondo tutti mi rimpiangerebbero!), perciò leggere "Kitchen" ed "N.P." fu per me davvero un'esperienza. Qualcuno da qualche parte nel mondo aveva i miei stessi pensieri. Ovviamente ce li aveva anche la mia compagna di banco, ma quando sei adolescente ti illudi di essere unico, speciale, unicamente sensibile, l'unico essere degno di pensiero dell'universo destinato ad un grande avvenire. Che una scrittrice giapponese e non la mia fricchettonica compagna di banco potesse avere una grande affinità con me era una cosa abbastanza speciale da poter avvenire con assoluta tranquillità a me e solo a me.
 Col tempo recuperai tutta la sua perduta bibliografia e mi piacque pure, escludendo "Sly" che non ho più riletto, una strana storia di aids e paesi nordafricani di cui non capii bene il senso. Una volta raggiunta l'età della ragione, comunque, avrei dovuto lasciarla perdere, sia per sopraggiunto raziocinio sia perchè, oggettivamente, la signora che viene da Tokyo, con l'avanzare degli anni è assurdamente peggiorata.
 Nonostante il terribile "Delfini", storia di una che rimane incinta di un uomo afflitto da gerontofilia molesta e sogna creatura acquatiche, nonostante "High & Dry", la strana storia un po' pedofila del primo amore di una tredicenne con poteri paranormali e il suo insegnante di arte molto più old con madre scultrice, nonostante il terrificante "Moshi moshi", in cui assistiamo a decine di pagine di spiegazione sul perché una donna a 50 anni decide di andare a vivere con la figlia durante un'assurda vedovanza, ecco che non solo non imparo la lezione, ma compro "A proposito di lei".
 Ve lo dico Yoshimatiani nascosti e non, pure 'sto libro lascia molto a desiderare. Inizia bene, finisce persino col colpo di scena, c'è pure una certa aria sinistra dovuta al fatto che la cara Banana si è dichiaratamente ispirata ad un film di Dario Argento, ciò che non va è l'intermezzo.
 Non si può costruire una storia con tanto di scuola di streghe a Torino (!), morti ammazzati, maledizioni, fantasmi, donne perverse, e poi infarcirla di frasi su come la felicità sia un piumone di un futon bianchissimo e steso al sole tutto il giorno. C'è un contrasto tra la volontà di scrivere qualcosa di veramente torbido e le frasi da romanzo sulle piccole gioie della vita, che distrugge la trama.
 Appena terminato di leggere "Moshi moshi" feci una certa riflessione. E' ovvio che la Yoshimoto, per quanto molto si consideri (non fa che scrivere come vorrebbe vestirsi la notte in cui le assegneranno il Nobel) non è una grande scrittrice, ma tutt'oggi, dopo i fumi dell'adolescenza, ritengo che i suoi primi romanzi e alcuni suoi racconti, avessero quella piccola scintilla che esiste solo quando c'è un certo talento. Quella scintilla da svariato tempo a questa parte non esiste più. Cosa le è accaduto? Può davvero prosciugarsi la vena poetica, quella letteraria? Non è così anziana dopotutto.
 Come scrissi sulla mia recensione di Anobii, i primi romanzi della Yoshimoto avevano quel tocco fantastico perché parlavano di cose STRAordinarie in modo ordinario. 
Rendeva credibili sette religiose, telepatia, ipnotismo, fantasmi, medium e qualsiasi altra cosa le venisse in mente, perché trattava tutto con quell'indifferenza propria di chi in fondo ti sta solo spiegando come si riempie una moka o da che parte tramonta il sole. Ad un certo punto ha iniziato il percorso inverso: ha iniziato a parlare di cose ordinarie come se fossero straordinarie. Perciò tutto ci appare meraviglioso, lavare una tazzina, sbattere le palpebre, infornare una torta, ogni cosa è preziosissima e rende la vita splendidissima, anche se stai solo facendo i piatti per la quarta volta in una giornata e il detersivo ti è appena finito. D'un tratto, più o meno all'altezza del suo matrimonio e spargolamento, la Yoshimoto si è trasformata in una Gamberale d'Oriente (pure l'ultimo libro della Gamberale parla degli originalissimi piccoli piaceri della vita "Per dieci minuti" se velo siete perso).
 La mia teoria è che entrando in un ruolo prestabilito, quello di moglie e madre, in un paese formale e rigido socialmente come il Giappone, non abbia avuto la forza di conservare la sua originalità e l'abbia disgraziatamente persa. Ogni tanto, in qualche riga, in qualche trovata, tu lettore speranzoso di rileggere "Moonlight shadow" cerchi di rivedere quella luce che ti aveva colpito, ma temo ormai decisamente che quella luce non esista più e per quanto evidente sia, non riesco a rassegnarmi.
 Questo per dire varie cose:
1) Yoshimatiani di tutto il mondo NON comprate "A proposito di lei", è un filino meglio degli altri, ma vi dovete sorbire trenta inutili pagine del cielo che è azzurro, l'aria che è fresca e il sole che scalda, messi nel mezzo così ad nullam.
2) Yoshimatiani che tanto comunque lo comprerete come me, non sentitevi stupidi, attribuisco questa nostra ostinazione ad un molesto inguaribile imprinting adolescenziale.
3) Se mi state deridendo perché leggo la Yoshimoto e critico la Mazzantini sappiate che fate benissimo.
4) Se non avete mai letto la Yoshimoto e vi salta così la voglia comprate "Kitchen", "N.P." al massimo "Amrita" e basta.
5) Ora che la personale sputtanatio è avvenuta, ci tengo che anche voi confessiate i libri che vi vergognate a leggere eppur ineluttabilmente stazionano sul vostro comodino! 
 

mercoledì 4 dicembre 2013

Beato il paese che ha per eroe Montalbano! Le ragioni del fascino del commissario più amato d'Italia, simbolo di un paese che forse non esiste più.

In questi tortuosi giorni prenatalizi (in libreria come credo in tutti i negozi a inizio novembre si è già in pieno prenatalizio), è uscito un incuriosente titolo di critica letteraria "Un paese senza eroi. L'italia da Jacopo Ortis a  Montalbano" di Stefano Jossa. 
Se Brecht diceva "Beato il paese che non ha bisogno di eroi", Jossa fa un'analisi storica del tessuto sociale italiano usando come base gli eroi letterari nazionali o meglio la mancanza di eroi mitici condivisi. E' un'idea molto interessante anche perché l'autore parte dal presupposto che non avere un Guglielmo Tell nazionale, ma bensì tanti piccoli eroi che mutano col tempo, le mode e le sensazioni, non sia necessariamente un tratto sociale negativo.
Per ragioni di tempo non sono ancora riuscita a leggerlo bene, ho spulciato alcuni capitoli e ho letto con attenzione soprattutto l'ultimo, quello dedicato a colui che negli ultimi anni per tanti motivi si è candidato a diventare l'eroe nazionale italiano: il commissario Montalbano.
 Lo confesso, a me i gialli non piacciono molto. Detesto in tutte le loro forme quelli truculenti pieni  di morti ammazzati in modo splatter, serial killer, giovani donne che fanno fini terribili e mostruosi assassini (che in genere riemergono da foschi passati) di bambini. Trovo che sia raro scrivere bene di violenza gratuita e in generale, capisco che esista, ma trovo morboso insistervi sopra.
 Un po' di più reggo i gialli di pura investigazione, ma in realtà l'unico vero scrittore del genere che mi abbia mai veramente appassionato (escludendo la Highsmith che però scriveva gialli molto sui generis) è Andrea Camilleri.  Questo arzillo e intelligente signore è secondo me uno dei migliori scrittori italiani da molti decenni a questa parte. Ha inventiva nella lingua, finezza e molto mestiere, ha talento e lo usa nelle forme e nella misura che desidera e quando vuole. Un libro come "Il re di Girgenti" è per dire un capolavoro. Scritto benissimo, narra per chi non lo sapesse, la fiabesca storia di un personaggio storico sepolto dalle nebbie del tempo, Zosimo contadino eletto dal popolo re di Girgenti all'inizio del '700. Fiabesca perché non essendo rimaste cronache dell'epoca, Camilleri ha deciso di costruirgli una biografia degna del miglior realismo magico all'italiana, usato con grande successo nel cinema con "L'armata Brancaleone" e "C'era una volta". Non a caso  appartiene alla generazione degli sceneggiatori che li scrissero, non a caso è stato prima sceneggiatore.
 In ogni caso, come molti, io sono una grande appassionata di Montalbano, credo, negli anni di averne letto praticamente l'opera omnia. Jossa sostiene che Montalbano è un grande candidato ad impersonare un eroe italiano perché in sostanza è speciale pur non essendolo al tempo stesso. E' un uomo retto che fa talvolta cose contro la legge, segue una sua etica che non è l'etica del bene universale, è forte eppure non eroico al tempo stesso. E' un eroe in cui gli italiani, non avvezzi ad un grande mito nazionale/nazione possono identificarsi e sostenere. Queste peraltro sarebbero anche le ragioni per il quale, di tanti personaggi, proprio lui avrebbe questo incredibile e continuo successo.
 Se dovessi dirvi cosa mi attrae di Montalbano non saprei dirvelo con precisione. Probabilmente la grandissima intelligenza con cui Camilleri sceglie scientemente di condurre le sue storie. Se si guarda bene, esperimento linguistico a parte, le trame sono spesso simili tra di loro, i personaggi ormai sempre gli stessi e il genere femminile, soprattutto, trattato in una maniera non adeguata. Per non adeguata non intendo dire che Camilleri svilisce il genere femminile, ma che non ha creato in nessuno dei montalbaneschi libri un personaggio femminile all'altezza degli altri. Son tutte fimmine bellissime, con grandi seni, fianchi, occhi niri niri che ti fanno pensare alle cose vastase. Livia, l'unica che dovrebbe avere un minimo di profondità è una rompipalle senza precedenti, va in barca con Gianfilippi e non fa che fare la predica a
Montalbano/Zingaretti col povero Fazio che essendo diverso
dal personaggio del libro è perennemente senza fimmine
Monty. Si vede che Camilleri vorrebbe talvolta farcela stare più simpatica, ma come può costei, pur con tutte le ragioni del mondo, competere col commissario dei nostri cuori?
 Probabilmente anche per le ragioni sostenute da Jossa e per una non comune identificazione televisiva col bravissimo Zingaretti (ok, sono dell'altra sponda ma se una deve proprio immaginarsi un uomo che la tragga dalla tempesta e prenda in mano una situazione devo dire che ha un physique du role praticamente perfetto), Montalbano è l'eroe più nazionalpopolare che l'Italia abbia avuto da molto tempo a questa parte.
 Che però per Camilleri sia un esercizio di ottimo stile si evince chiaramente dalle raccolte di racconti, "Gli arancini di Montalbano" e "Un mese con Montalbano" che in poche raffinatissime pagine riescono a raccontare un mondo. Come in "Being here..." in cui un anziano vigatese emigrato decenni prima in America tornando al paese scopre il suo nome sulla lapide ai caduti durante la seconda guerra mondiale. Nel racconto non accade nulla di significativo, c'è solo il pallido e struggente racconto di una vita che non ha saputo andare per il verso giusto nonostante tutti gli sforzi fatti e la scelta che proprio il commissario Montalbano sia il custode di una verità raccontata una sola vera volta. 
Oppure "Cinquanta paia di scarpe chiodate" che si riaggancia allo sbarco degli alleati in Sicilia o "Lo Yack", la surreale eppure credibilissima storia di un ex compagno di scuola di Montalbano, un gigantesco peloso uomo vittima e carnefice al tempo stesso. Vittima di una vita ordinaria nella quale, dopo favolose lotte in giro per il mondo finisce a causa del matrimonio, e carnefice della sua bellissima e devota moglie che picchiava tremendamente considerandola la causa della sua miserevole fine. 
 E' dai racconti che si capisce il vero fascino di Montalbano, quello di un essere umano che è un essere umano, non giudica, non disprezza, tenta di comprendere, punisce, empatizza col dolore umano anche quando è un dolore cattivo. 
 "Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male, qualche assassinio senza pretese lo abbiamo anche noi in paese" cantava De Andrè raccontando una novella che potrebbe essere un perfetto  racconto del commissario. E non è un caso che abiti in un paese né grande né piccolo, in un posto immaginario che però ha radici reali. Lui abita in quel posto che noi tutti speriamo ancora che esista, in cui ci sono delle regole, dei cattivi che magari sono anche molto cattivi e dei buoni che magari non sono così buoni, ma in cui tutti si muovono su uno scacchiere preciso. Simbolo di un paese forse scomparso, degli italiani brava gente, abita un piccolo mondo antico che dobbiamo sperare esista ancora, tutti i giorni, anche se forse è solo il retaggio di un tempo ormai andato.
E vorrei concludere con uno stralcio da un racconto particolarissimo che rivela, secondo me, tutta la scienza e la coscienza con cui Camilleri ha deciso di costruire Montalbano e il mondo attorno a lui. 
 Si tratta di "Montalbano si rifiuta". E' un racconto che inizia in modo particolarmente angosciante e torbido, c'è una certa atmosfera sinistra, sangue sin dall'inizio, Mimì ha sbattuto contro un tavolino e sanguina, poi taglia persino un vecchio stupratore durante un interrogatorio. Subito dopo Montalbano, perplesso, tornando a casa assiste ad un rapimento e insegue i colpevoli. Una volta raggiunti scopre che stanno torturando la ragazza in modo indicibile e splatter, una cosa degna di un thriller americano al massimo del suo splendore. Montalbano sta per fare irruzione quando ci ripensa, esce e chiama qualcuno. Quel qualcuno è Andrea Camilleri.
 "Chi poteva essere a quell' ora? «Pronto! Chi è?»
«Montalbano sono. Che fai?»
«Non lo sai che faccio? Sto scrivendo il racconto di cui tu sei protagonista. Sono arrivato al punto in cui tu sei dintra la macchina e hai messo il colpo in canna. Da dove telefoni?»
«Da una cabina.»
«E come ci sei arrivato?»
«Non t' interessa.»
«Perché mi hai telefonato?»
«Perché non mi piace questo racconto. Non voglio entrarci, non è cosa mia. La storia poi degli occhi fritti e del polpaccio in umido è assolutamente ridicola, una vera e propria stronzata, scusa se te lo dico.»
«Salvo, sono d' accordo con te.»
«E allora perché la scrivi?»
«Figlio mio, cerca di capirmi. Certuni scrivono che io sono un buonista, uno che conta storie mielate e rassicuranti; certaltri dicono invece che il successo che ho grazie a te non mi ha fatto bene, che sono diventato ripetitivo, con l' occhio solo ai diritti d' autore... Sostengono che sono uno scrittore facile, macari se poi s' addannano a capire come scrivo. Sto cercando d' aggiornarmi, Salvo. Tanticchia di sangue sulla carta non fa male a nessuno. Che fai, vuoi metterti a sottilizzare? E poi, lo domando a tia che sei veramente un buongustaio: l' hai mai provato un piatto d' occhi umani fritti, macari con un soffritto di cipolla?»
«Non fare lo spiritoso. Stammi a sentire, ti dico una cosa che non ti ripeterò più. Per me, Salvo Montalbano, una storia così non è cosa. Padronissimo tu di scriverne altre, ma allora t' inventi un altro protagonista. Sono stato chiaro?»
«Chiarissimo. Ma intanto questa storia come la finisco?»
«Così» disse il commissario. E riattaccò."

"Padronissimo tu di scriverne altro, ma allora t'inventi un altro protagonista". E per questa telefonata che amo tanto Montalbano. E Camilleri.

martedì 3 dicembre 2013

Magici e fatati colleghi! Le tipologie più comuni di librai che infestano i negozi. Dal piacione, alla donna incinta passando per gli amanti fatali e gli sgobboni!

Oggi affronterò un controverso argomento, condiviso dall'intero genere umano facente suo malgrado parte del regime capitalista: i colleghi. Quando bambina ridevo ignara davanti alle
disavventure di Fantozzi col suo collega megagalattico o ancora liceale mi perplimevo davanti alle inverosimili avventure di Camera Cafè (una delle pochissime cose che seguivo con una certa assiduità in tv), non potevo pensare che un giorno sarei stata una di loro (o almeno io nel mio rincoglionimento non me lo immaginavo).
 I colleghi sono quelle fatate e sottovalutate creature sociali che vedi praticamente più della tua dolce metà, sicuramente più di tutti i tuoi stretti congiunti e amici, e con cui eppur raramente si diventa amici per la pelle. Può capitare, ma in genere le dinamiche e il livello di affinità/intimità non va mai oltre il livello "Compagno di scuola", nel bene e nel male. 
 I film americani non fanno altro che ripeterti che le superiori sono le prove generali della vita che è una frase un po' semplicistica. Di sicuro però le superiori sono le prove generali del mondo del lavoro. I ruoli son sempre gli stessi, al massimo, approfittando della no man's land dell'università (per chi l'ha fatta) puoi tentare di cambiare le carte in tavola, ma combattere con l'indole, nonostante quel che dicono i libri motivazionali, mi pare un'impossiball impresa.
 Eccovi qui di seguito gli immancabili colleghi presenti in una libreria medio/grande, che comunque penso siano simili ai colleghi di qualsiasi posto di lavoro.

LO SCERIFFO:
Se il crimine si sta compiendo lui è lì. Qualsiasi cliente abbia in mente di ladrare anche un libro da 0.99, anche un segnalibro, in nome boh di uno sfogo cleptomane, se passa sotto le sue grinfie è finito. Quando egli è presente è matematicamente certo che la polizia apparirà nel giro di massimo due ore. Il crimine non paga in Gotham Libreria se c'è lui, e se vi state chiedendo quanti furti potranno mai avvenire in una libreria sappiate che non potete farvene un'idea. So che nell'immaginario dovremmo essere tutti sceriffi, ma serve occhio clinico, sveltezza, abilità nel pedinamento, idoneità alla corsa e sangue freddo. Il 99% delle volte lo sceriffo è un collega uomo, roccia e scudo del genere femminile, cosa di cui si compiace e compiace e compiace.

IL PIACIONE/FARFALLONE:
Il collega farfallone ha diverse declinazioni, a seconda di quanto, per dirla come gli uomini "è profumiere". Se è donna, in genere ammicca, bamboleggia, molleggia, ma non fa nulla di serio, ma sarà che, come abbiamo già visto, il sex appeal delle libraie è pari allo zero, la stragrande maggioranza delle volte, il collega piacione è maschio. Piacioneggia con le colleghe, piacioneggia con le cape (quasi sempre donne), piacioneggia con le clienti. Avevo un collega che si vantava, prima di sposarsi, di aver avuto una "donna in ogni negozio" e raccontava ad un altro giovane collega, sconvolto e ammirato al tempo stesso, favolose pomiciate in magazzino e dietro gli scaffali, col favore della solitudine d'Agosto. Conoscendo il tipo sono portata a pensare che millantasse, ma considerata l'età media abbastanza giovane e la quantità di donnesca materia prima, do per scontato che qualche vero esemplare del genere pascoli tra gli inorriditi tomi.

LA TRESCA:
 In ogni luogo di lavoro c'è l'attrazione fatale. La libreria non fa eccezione. Eccoli lì i due colleghi, non necessariamente piacioni, non necessariamente etero, che si stuzzicano convinti che non sia una cosa seria per poi cadere tra le fiamme della passione più bruciante. Ovviamente la cosa deve essere segretissima, ovviamente la sanno tutti e tutti ne spettegolano. I momenti di più totale surrealità si raggiungono quando ti ritrovi in negozio solo con la coppietta clandestina e hai paura di sapere dove sono, o quando una delle dolci metà ufficiali si presenta al tuo bancone col sorriso a miliardi di denti chiedendoti dov'è il suo amato bene.
 E' un attimo e cerchi nella tua memoria  un qualsiasi saggio consiglio della fu Susanna Agnelli, Donna Letizia, il galateo o Bibbia che ti permetta di non darti alla sputtanatio e in contemporanea renderti complice del crimine. Non esiste. Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti.

LA DONNA INCINTA:
Probabilmente per l'alto tasso di donnità presente, c'è sempre una collega incinta e se non è incinta vorrebbe esserlo e se non lo è di sicuro ha un pargolo di cui spargolatamente parlarti. Il momento comare arriva in un men che non si dica. Tu tenti di disfarti del rifornimento il prima possibile ed ecco che lei inizia a ciarlarti di quanto sia dura dare una poppata, delle ultime febbri del pupo, di quel meraviglioso libro da passeggino che è appena arrivato. Quando cerchi di comunicarle che dei pargoli te ne frega fino ad un certo punto, ti fissa sconvolta, per poi iniziare a chiederti quando terrai un soffice frugolo tra le braccia. In alternativa non fa che parlarti delle sue nausee e di cosa può o non può mangiare e nel dubbio ti offre un tarallo, del resto dopo averla ascoltata ore parlare del suo stomaco in festa (dotta citazione) come non sentire un'incontenibile voglia di pupo? L'unico modo per neutralizzarla è metterla vicino ad un'altra puerpera.

L'ASPIRANTE SCRITTORE:
E' immancabile per tanti motivi, non ultimo l'eterno (e forse presto non più eterno) rapporto d'ammmore tra i libri scritti e colui che vorrebbe scriverne. Incurante del fatto che è un lavoro tragicamente faticoso e che i libri che vedi arrivare giornalmente non potrai mai permetterteli tutti, l'aspirante scrittore vede nella libreria il suo habitat naturale. Sperando in incontri del destino, rifila i suoi tomi a tutti i colleghi vagamente ammanicati con una casa editrice e sogna un giorno di pubblicare un best seller che lo tragga dalla drammatica situazione di lavoratore dipendente. Dopo un lungo stanziamento tra gli scaffali si rende conto che le possibilità che ciò avvenga sono infinitesimali, ma non per questo si arrende. Lui o lei sanno che meritano di stare al primo posto e guardano in cagnesco tutti gli altri colleghi, rei di non essersi ancora accorti che il novello Montale cammina tra loro. Ma verrà un giorno la vendetta: quando tutti saranno costretti a sistemare pile di tomi col suo nome a lettere cubitali sopra e si rammaricheranno di non essere stati più gentili o servizievoli con lui!
 Si perde mentalmente sognando interviste in cui parlerà della magia del lavoro di libraio: non può inimicarsi del tutto i suoi futuri sostenitori. La sua frase più minacciosa è: "Oh, che cosa assurda e privata che mi hai raccontato! Ci scriverò un racconto un giorno!"

COLUI CHE E' CONTRO IL SISTEMA: 
Poiché come già detto nel post sui fricchettoni, le librerie sono ambigue al punto da lasciare una zona grigia di dubbi e speranze in chi lotta kuotidianamente kontro il sistema, praticamente tutti i librai sono impegnati in qualche cosa sociale/sostenibile/ femminista/ glbtq/ ecologista/ politica. Ovviamente il tutto con le dovute gradazioni: c'è chi predilige una causa specifica e ad essa si appassiona, chi ha mille cause insieme e tenta di coinvolgere i colleghi già impegnati a sottoscrivere papiri per il salvataggio dei caprioli di montagna. Non c'è nulla di male, anche io sono disgraziatamente una di loro. Il peggiore però è il collega che è contro il sistema e ti tratta da stolta (ma lui furbescamente pensa che tu sia stupida al punto da non accorgertene) perché fai parte del sistema e non te ne rendi conto. E' come Matrix, solo che lui pensa di essere l'unico a sapere delle cattive macchine manipolatrici e pubblicamente ti deride. Sì, lavora come te, ma lo fa con coscienza. Sì, lui è consapevole. Sì, lui potrebbe fare il delegato sindacale, ma a che pro se tanto noi tutti siamo delle macchine senza volere? Nell'ombra ghigna e in genere lavora meno degli altri, non sia mai che il sistema lo sfrutti troppo.

LO SGOBBONE:
E' il collega che indefessamente non solo ci crede, ma pensa che la libreria poggi sulle spalle. Lavora lavora e lavora. O è silenziosissimo, laborioso e dedito, come Gondrano ne "La fattoria degli animali" oppure sbraita in continuazione nel tentativo (riuscitissimo) di ricordarti che se non ci fosse lui le fondamenta stesse cadrebbero collassandoci addosso. Non ha simpatia in genere per tutte le disgrazie lavorative altrui. Finché non gli capita qualcosa, vive sulla nuvola di Giammaria Volonté ne "La classe operaia va in Paradiso". In genere ha una sua nemesi, che per qualche motivo gli viene messa accanto, ossia il collega nullafacente. Non fare nulla in libreria è quasi impossibile, ma perdersi in mille sfarfallamenti, ciarle, controciarle, delegare lavori sì. Quando lo sgobbone incontra la sua nemesi, l'odio reciproco è assicurato: come il cobra e la mangusta, si studiano e  beccano in continuazione. Nessuno in genere ne esce vivo.

LO SCALATORE SOCIALE:
E' colui che lo vedi lontano un miglio ce la farà: non si perde in bicchieri d'acqua, ride al momento giusto, è sempre servizievole e mai stanco. Sa tutti i pettegolezzi aziendali e in genere non è uno sgobbone, anzi, lavora nella media, tuttavia non fa che parlarti a oltranza dei suoi successi.
Per motivi ignoti non è mai il più bravo, è sempre e solo quello che sa vendersi meglio. In libreria, dove c'è ben poco da scalare, è raro, ma non impossibile da trovare. Se è un tuo pari e trova il modo di diventarti superiore, farà praticamente finta di non sapere come lavori e inizierà a comportarsi come richiede il suo rango, del resto se in qualche modo si è fatto promuovere, la sua mancanza di empatia col prossimo, deve essere un tratto sociale di indubbia garanzia evolutiva. Da evitare accuratamente a meno che non si sia come lui. In tutti gli altri casi qualsiasi cosa direte potrà essere usata contro di voi.

 Ed ecco solo alcune delle tipologie, credo che presto ne stilerò altre. Voi, nei vostri vari lavori (se ne avete uno), avete colleghi che appartengono alle succitate tribù? Credevate che la libreria, luogo eccelso, fosse immune da tali cose terrene, e invece...
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