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venerdì 12 dicembre 2014

Intervista a Simone Albrigi in arte Sio, tra dottori, cani magggici, strisce assurde e record di vendite, il ggggiovane fumettista e youtuber sicuramente più iperattivo d'Italia (et così il ciclo Lucca Comics 2014 finisce un mese e mezzo dopo!).

Dopo l'instant post di ieri, oggi si torna a cose più allegre, che, come si dice, già la vita è tanto amara.
Sio in una foto pescata da internet.
Sito di Sio: www.sio.im
 Oggi si conclude con un mese e mezzo di ritardo il ciclo di interviste fatte da me a ggggiovani fumettisti in occasione del Lucca Comics 2014. 
 Il gentile ospite e intervistato di oggi è nientepopodimeno che Simone Albrigi in arte Sio. 
 Per i pochi che ancora non lo conoscono, codesto davvero giovane fumettista and youtuber veneto (classe 1988) è l'instancabile creatore di favolosi fumetti nonsense (e spesso satirici, che sono quelli da me personalmente preferiti), del mitico dottor Culocane e delle magiche versioni delle canzoni più cooool del momento fumettate direttamente con l'aiuto di google translator.
 Ed è stato proprio grazie a questo suo progetto che mia sorella lo scoprì per caso e me lo fece conoscere. Aveva già prodotto qualche libro, incentrato sulle assurde avventure di un rotolo di carta igienica, "Scottecs", viveva già in Giappone ed era già iperattivo, quando ho scoperto la sua favolosa versione di "Call me maybe" tradotta con Google Translate (che ho canticchiato per giorni al suono di "A te piccola!", ascoltare per cadere vittima del sortilegio).
 Malgrado io non abbia una particolare passione per il nonsense fu amore e iniziai a seguirlo via internet nella sua collezione sempre più enorme di risultati. 
Gli ultimi, in ordine di tempo sono:

1) Il raggiungimento,  negli ultimissimi giorni grazie al solo crowfunding della somma necessaria a sviluppare "Super cane magic zero", videogioco folle nel quale una bacchetta magica finisce nelle mani di un inconsapevole cane. Solo Coso, eroe discutibile, potrebbe salvarci. Io non ho mai giocato ad un videogioco in vita mia, ma tentammo, con una rivista, di fare Crowfunding. Fallimmo su tutta la linea, perciò sommo rispetto per Sio.
2) Al Lucca Comics 2014, il suo ultimo lavoro "Questo è un libro con i fumetti di Sio" ha sbancato con 3500 copie vendute (al solo stand del proprio editore, la Shokdom, fonte "Fumettologica").

 Ce n'è abbastanza per far venire l'ansia da iperattività a chiunque, e per leggere l'intervista che mi ha molto gentilmente rilasciata, tutta per voi, di seguito!

Ti ho conosciuto grazie a “Call me maybe” rifatta con Google translate. Com'è nata l'idea?

Semplice: sperimento sempre con modi nuovi di far ridere: martellato da mesi con la canzone, ho pensato di tradurla con Google Translate e farci un video di solo testo. Poi il testo mi è sembrato un po’ triste da solo, quindi ci ho messo delle vignette veloci e il resto è storia.

E-reader o carta stampata?

Entrambi in eguale quantità. Ho appena finito Norwegian Wood” sul Kindle e appena iniziato “Verso la creatività e oltre” di Ed Catmull sullo schermo a base di alberi, quello a cui non serve la batteria.

Nel caso non conosceste Sio, questa è una delle sue strisce,
per vedere le altre basta andare sul sito o sulla sua pagina di fb
Sono rimasta molto colpita dalla tua vignetta sulla festa del papà. La tua famiglia ha influenzato in qualche modo il tuo modo di fare fumetti?

Sicuramente la comicità di mio padre ha influenzato molto il mio modo di fare battute, che però io ho cercato di portare a un livello più avanzato (ancora più stupide). La mia mamma è un po’ più seria, a volte troppo, e sicuramente anche questa sua involontaria comicità ha influenzato il mio modo di usare la serietà come modo di fare ridere.

Tu vivi in Giappone. Vivere nel paese nipponico è davvero come noi occidentali imbevuti di manga sogniamo?

No. Ma si mangia benissimo. E comunque non vivo più in Giappone da settembre, mi mancavano la naturalezza degli italiani e l’espresso, così sono tornato.

Com'è nata l'idea del dottor Culocane?

Ho sempre desiderato fare delle parodie delle trasmissioni di divulgazione scientifica. L’avevo già utilizzato come personaggio dei miei fumetti. Una volta aperto il canale Youtube, ho pensato che sarebbe stata la sua dimora perfetta.


Ci sono degli autori a cui ti ispiri?

Ortolani, Don Rosa, Watterson, Bevilacqua, La Rosa, Daw.

Quando hai deciso che saresti diventato un fumettista? E che consigli daresti ad un ragazzino/a che avessero la stessa aspirazione?

Il momento in cui ho preso un Topolino. Da che ho memoria ho voluto sempre fare fumetti. 
 Un consiglio? Leggi tantissimo, non solo fumetti, e non aver paura di sbagliare e provare cose diverse: farai schifo per un sacco di anni prima di diventare accettabile. Io ancora non lo sono diventato.

Cosa leggevi da bambino?

Topolino, appunto. Fumetti Disney principalmente, (PK, Ridi Topolino!!!) poi mi sono capitate in mano le opere di Akira Toriyama che mi hanno aperto un mondo. E tipo tutti i “Piccoli Brividi” e gli Animorphs.

Ci sarai a Lucca Comics? Porterai qualcosa di particolare? 
(ndr. La domanda era stata fatta ovviamente prima del Lucca Comics).

Ci sono stato, portando la mia nuova raccolta, “Questo è un libro con i fumetti di Sio”.

Perché di tutti i generi possibili hai scelto il nonsense?

Mi viene naturale, non mi sono messo a tavolino a scegliere.

In futuro c'è la possibilità di vederti cimentare in qualcosa di completamente diverso dai tuoi lavori attuali?

Sì. Sicuramente. Mi piace provare roba nuova, sbagliare, fare schifo e provarne altra.

 E facendo nuovamente la doverosa considerazione che Topolino ha la palma per l'influenza artistica e creativa più gigantesca in Italia (perciò padri e madri che leggete codesto blog io un saltarello in edicola ce lo farei, fosse mai che il pargolo rimane conquistato e ha qualche idea geniale), ringrazio tantissimo Sio per l'intervista (mi raccomando se e vado subito a fare qualcosa. 
 Che l'iperattività sia con tutt* noi!

giovedì 11 dicembre 2014

Un instant post sullo sciopero contro il Jobs Act di domani. Tra Gramsci, il Sulcis, Zola, Minatori e dignità: pensiamo davvero al futuro quando prendiamo una scelta? E soprattutto la scelta la prendiamo o abdichiamo solamente addossando le colpe al destino?

Questo post ha bisogno di una premessa morale.
Ho lungamente pensato se scriverlo o meno  (e ancora adesso che lo sto scrivendo mi chiedo se lo pubblicherò), perché in qualche modo, questo blog che scrivo e gestisco da sola, coi mesi è diventato in qualche modo un po' meno mio e un po' più di chi lo segue, con mia grande gratitudine, perciò un po' più pubblico.
Lo statuto dei lavoratori data il 1970, anno in cui l'economia italiana sarà
pure stata in crescita, ma certo si era meno ricchi di adesso e il mondo e
l'Italia non erano agitati da presagi meno funesti dei nostri (solo che noi poi
sappiamo com'è andata a finire e non ci immedesimiamo nelle angosce e nel
coraggio che ci volle all'epoca per affidarsi ad un futuro che nessuno poteva
vedere).
Tuttavia, credo che proprio perché sono io a sedermi tutti i santi giorni per un'ora e mezza o due a produrre un post degno di essere letto da qualcuno, posso concedermi questo sviamento dal naturale corso degli eventi libreschi, pur in realtà appoggiandomi ad uno dei nostri amati tomi.
 Domani ci sarà lo sciopero generale contro il Jobs Act. 
 Accade in un momento piuttosto travagliato della nostra storia economica e geopolitica in generale. Non sono una statista ovviamente e neanche un'economista, tuttavia sono una cittadina e una lavoratrice e ci tengo a sottolinearlo non una lavoratrice che proviene da una famiglia ricca. Non sono tra coloro che se rimangono senza lavoro hanno madre e padre danarosi a sostenerli, non ho casa di proprietà, ma pago l'affitto, non ho gruzzoli di sostentamento, se dovessi fare quello che suggeriscono in troppi con molta sicurezza (ossia andare all'estero), dovrei indubbiamente implorare qualcuno di prestarmi soldi del viaggio e sopravvivenza per i primi tempi, che comunque volare altrove (cosa che francamente non ho intenzione di fare), un minimo di investimento iniziale lo chiede. 
Faccio questa premessa da libro "Cuore" per dire che non sono una che vuole fare una predica seduta su un ammasso di denaro o con le spalle ben coperte.
 Il mondo lavorativo di cui parlano ormai giornalmente non corrisponde a quello che conosco io.  O meglio, quello che conosco io non sopravvivrebbe indenne al Jobs Act. Io, come tante altre persone che conosco, non riuscirebbero a cavarsela se passasse una scure così pesante nel campo dei diritti.
 La battaglia contro il Jobs Act mi ha posto davanti ad una delle più grandi mancanze del nostro tempo, di cui proprio non riesco a farmi una ragione: la mancanza totale di solidarietà sociale. Sembra ormai che curare il proprio personale interesse sia superiore ad un bene generale, eppure è stato proprio il bene e il benessere generale che ha permesso (tra le altre cose) all'Italia di fare quel salto miracoloso che fece, in tutti i campi, dall'economia ai diritti. 
 Forse, voi che siete più fortunati di me, questa cosa non la sentivate nell'aria, ma se foste una persona che da anni chiede diritti elementari e si vede rispondere perennemente che "Non è il momento, ci sono cose più importanti a cui pensare (sottintendendo "le mie")", avreste capito molto prima che aria tira.
 Alle superiori la mia professoressa d'Italiano ci diede da leggere un libro odiato da molti che invece mi colpì moltissimo: era "Germinal" di Zola.
 La storia, a metà tra il verismo e il melodramma sindacale, vede Etienne, giovane operaio con idee rivoluzionarie (per rivoluzionarie si intende di uguaglianza sociale e miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori), venir licenziato dal suo precedente impiego per poi emigrare a lavorare in alcune poverissime miniere nel nord della Francia. Qui, scopre un piccolo mondo antico e viene accolto dalla comunità locale, poverissima, ma dignitosa che lavora quasi interamente in miniera in condizioni miserevoli e ovviamente senza alcun diritto. Ad un certo punto, i padroni delle miniere decidono di ridurre il già misero salario ai lavoratori ed Etienne riesce a convincerli a scioperare. La descrizione dei patimenti sempre maggiori di questa povera gente che sciopera per mesi (non per un giorno), a costo della fame, di morti, di qualsiasi tipo di dolore, occupa lungamente la parte centrale del libro. Lo stillicidio della lotta è talmente terribile che ti verrebbe voglia di dire ai minatori: "Lascia perdere, non vedi che stai morendo?", poi ti rendi conto che loro lo vedono benissimo, combattono non solo per quello stipendio, ma per un minimo di dignità in più. E sono disposti per quello non solo a morire, ma a veder morire i propri figli, perché che futuro consegnerebbero loro arrendendosi?
 Quando sento persone che, con la pancia piena, si muovono nel terrore di combattere per il minimo diritto, terrorizzati da chissà cosa, penso sempre a questo libro. E ho una sola risposta davanti all'inerzia dei singoli che si rintanano nelle loro case, (e non mi riferisco solo a questo sciopero, ma al modo di vivere la vita pubblica in generale): non c'è ancora abbastanza fame. Non c'è la vera fame.
 Il film di Annaud su "L'amante" di Marguerite Duras, diceva che "La ricchezza porta alla debolezza". E' vero, siamo deboli perché siamo stati a lungo troppo ricchi, o almeno molti di noi lo sono stati. 
 Stanno uscendo molti libri sulla lotta di classe, e non rievocano Marx, ma dicono tutti una sola cosa che dà il titolo all'instant book di Marco Revelli: "La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi" ed. Laterza. 
 E' vero, la stanno vincendo. Divide et impera si dice no?
  E allora hanno diviso tutti, hanno addirittura avuto il coraggio di dire che esistono lavoratori di serie A e B (giustissimo che un precario non vive mica la vita di un indeterminato a meno che non sia un libero professionista di alto livello), proponendo come soluzione non di estendere diritti ai lavoratori B, ma di toglierli agli A. E ripeto non sono un'economista, ma mi chiedo: in che modo dare ancora meno diritti aiuterà l'economia? Le banche non concedono mutui a chi è senza diritti, i padroni di casa vogliono le buste paga e non si fidano se qualcuno non ha l'indeterminato o genitori che garantiscono (lasciamo stare gli ulteriori problemi a cui vanno incontro le categorie discriminate per cui non è mai ora di fare qualcosa, tipo le coppie gay), non puoi concederti spese straordinarie, sei costretto ad ammassare risparmi, per quel che puoi, attendendo di far passare la buriana. 
 E allora mi chiedo: a chi giova questo gioco della sedia, in cui si crea lavoro rendendo il lavoro non solo più incerto, ma più arbitrario, meno tutelato? Davvero serve a far girare l'economia?
 I minatori di Zola erano povere persone, gente senza nessuna istruzione che viveva con ritmi rurali (ben descritti anch'essi), senza particolari aspirazioni personali. Eppure, davanti alla possibilità di agguantare assieme allo stipendio pieno (e comunque misero) una dignità maggiore, sacrificano tutto, la vita, i figli, la casa. Hanno una lungimiranza che in noi sembra ormai scomparsa. Noi siamo mediamente molto più istruiti, abbiamo possibilità di informazione (vera, non quella presa a caso in giro) infinitamente maggiori, eppure la maggior parte di noi sembra non riuscire a pensare criticamente in autonomia, a prendersi una responsabilità.
 Ciò che si avverte nella strana paralisi generale, è che esista solo il presente, l'ora, che il passato sia un peso immane da cui liberarsi (vecchiume che ce serve?), ignorando il futuro (ce penseremo). Il risultato è che si piantano solo piante rachitiche che non daranno mai frutti e quindi la domanda ritorna: a cosa e a chi serve realmente tutto questo?
 Il libro di Zola non finisce col trionfo, anzi. Non ve ne svelo la fine perché è bellissimo e ve lo straconsiglio, ma insomma non è che i veristi francesi o italiani fossero allegri, probabilmente perché erano veristi. Tuttavia, è difficile pensare che per i protagonisti tutto sia stato inutile perché la storia ha insegnato che in quel momento contingente la loro lotta forse aveva fallito, ma sul lungo periodo aveva vinto, piantando alberi enormi.
 Faccio una postilla, per gli eventuali commenti. 
 Sulla pagina di fb, ho pubblicato un articolo di "Internazionale" in cui si parlava di una sorta di boicottaggio ad Amazon perché i lavoratori di questo adorato distributore non hanno diritto al salario minimo (e se volete vedere in che condizioni lavorano leggete pure "En Amazonie" di Jean-Baptiste Malet). Un commento è stato che insomma chi glielo faceva fare a questa gente di lavorare lì? Potevano alzare il sedere e cercare un posto migliore. 
Chissà quale misterioso masochismo spinge le minatrici
del Sulcis non solo a lavorare in miniera, ma a difendere
con le unghie e coi denti i loro posto di lavoro: sarà la dignità?
Sarà lo stipendio per sfamare la famiglia? Non comprendo
proprio perché non espatrino ad occupare posti di dirigenza che
le stanno sicuramente aspettando in tutta Europa.
Ecco, io penso che sia questa la trappola più grande: pensare che se nella vita non hai raggiunto un livello lavorativo degno la colpa sia solo tua e non devi lamentarti, non devi chiedere, non devi pretendere un trattamento migliore.
 Il lavoro che hai, ma soprattutto le condizioni lavorative in cui versi vengono passate come una scelta che noi facciamo e di cui meritiamo le conseguenze. Ma che scelta ha un lavoratore di 40 anni licenziato con una famiglia a carico? Un ventenne con i genitori che contano su di lui? Un ragazzo a partita Iva che non ha la famiglia dietro a coprire spese che non riesce a sostenere?
 Bisogna pensare e leggere e studiare, ma soprattutto fare qualcosa di ciò che leggiamo, pensiamo e studiamo. Le scelte è vero, sono personali, anche fregarsene però, anche l'indifferenza al proprio destino e a quello degli altri che magari sono meno fortunati di noi, è una scelta con delle conseguenze.
 Concludo con un celebre pezzo di Gramsci che vale sempre, perchè non esistono periodi della storia in cui essere indifferenti diventa meno grave di altri momenti.
 Il presente influenza sempre il futuro:
Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. 
Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. 
Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. 
Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? 

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.
 
Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Ps. Ovviamente non considero chi non aderirà allo sciopero un indifferente. Considero chi non pensa alle conseguenze e in coscienza e informandosi se aderire o meno a questo sciopero, se leggere il Jobs Act, se vivere nel paese reale, un indifferente. Lo sciopero è solo la circostanza in cui ho scritto questo post, domani torno a parlare di regali di Natale.

Consigli per il Natale: libri su principesse e regine. Aneddotica per iniziare lettrici trash alla saggistica e carteggi seri per storiche (e storici) consumati, e su tutti quanti grandi corone scintillanti!

 E anche quest'anno è arrivato il magico momento dei consigli natalizi!
 Inizio questo tedio regalatorio con una grande hit natalizia che dovrebbe risolvervi alla grande una serie di regali: le storie di regine e principesse. 
Sin da quando ero piccola ho visto molti film di Natale.
 La ragione era solo una: passavo molto tempo natalizio coi miei nonni locali, in alternativa, chiusa in casa dalla mia nonna estera (la madre di mio padre da cui andavamo a Natale e che abitava geopoliticamente in un'altra parte d'Italia).
  In tali anziane mura domestiche non è che si potesse fare molto oltre a mangiare, così o guardavo insistentemente "Fantaghirò", oppure, coi miei nonni local c'erano delle grandi hit: "Don Camillo" (inimmaginifici gli arrampicamenti sugli specchi dei miei nonni, non proprio di sinistra, per spiegarmi cosa fosse il Pci) e "La Principessa Sissi". 
 Mio nonno era un uomo che anche quando avevo ormai vent'anni compiuti continuava ad imbarazzarsi se vedevamo un bacio sulle labbra in un film insieme, perciò con questi due filoni andava tendenzialmente sul sicuro.
 Codesto fatto, ha voluto che io collegassi per sempre il Natale a romantiche principesse in crinoline e trovi particolarmente jingle bells tutto ciò che le riguarda, così il consigliare libri del genere diventa un passo piuttosto facile. Storcete il naso? Datemi e date loro una possibilità!

PER LA PARENTE/AMICA/ZIA/CUGINA CHE LEGGE SOLO LIBRI ROSA:
 Le nominiamo spesso: persone che leggono solo trame spazzatura, seriali, spesso brutte, spesso identiche, ma in quantità industriale. Codeste persone sono le stesse che pronunciano la parola saggistica come se fosse un vocabolo appartenente ad una lingua stramorta da tremila anni: in modo dubbio e senza alcuna cognizione di causa. Mi riferisco a loro al femminile perché le statistiche sia empiriche sia vere, ci dicono che la stragrande maggioranza di questo tipo di lettori sono di sesso femminile. Perciò è come la storia del tradimento: se il lettore forte di trame spazzatura non sei tu, lo è tua moglie. 
 Ci sono molti titoli che possono farvi andare sul sicuro, ma soprattutto due personaggi storici in particolare: Maria Antonietta di Francia e la Principessa Sissi.
 Personaggi complessi ridotti dalla vulgata comune e da un cinema generalista ante litteram, vengono recuperati in belle biografie o documenti storici piccanti come:

1) "LA SARTA DI MARIA ANTONIETTA. LE MEMORIE DI ROSE BERTIN" ed. Clichy:
  Questa mania di biografia per interposta persona è molto comune negli attendenti e aiutanti dei personaggi famosi e storici (basti pensare alla defunta Diana su cui ha scritto, spettegolato e mangiato pure il palafreniere di palazzo), ma è comprensibile: la tentazione di dare la propria versione dei fatti può essere forte. Ed è il motivo per cui Rose Bertin, semplice modista miracolata dalla regina che ne fece la sua sarta personale, sente la necessità di scrivere: davanti alle innumerevoli calunnie che vede piovere sulla sua benefattrice, essa deve parlare. Il libro è piccolo e gustoso, veloce e ricco di quelle che osservazioni che sembrano stucchevoli e nascondono enormi scenari storici. 
 La Maria Antonietta che ne esce è tenera, dolce e scintillante come la ragazzina adorata da Lady Oscar nel celebre cartone, solo che questa è memorialistica vera.

 "LA VERA STORIA DELLA PRINCIPESSA SISSI E DELL'ANARCHICO CHE LA UCCISE"  di Renzo Castelli ed. Ets: 
 Ammetto che l'inizio prometteva molto di più: come possono due persone come Elisabetta di Baviera e il suo assassino, Luigi Luccheni, dai destini così enormemente distanti, appartenenti a mondi talmente diversi, incrociarsi fatalmente in una gelida giornata svizzera?
  E' una questione affascinante che mi pongo spesso: il modo in cui il destino si attorciglia sfiorandone migliaia di altri fino a quel momento distanti anni luce. Peccato per lo svolgimento.
 Il saggio che si propone in principio di sfatare il mito della Sissi televisiva cavalca velocemente lungo la sua lunga vita come un bignami ben scritto, tuttavia soffre di eccessivo puntinismo (puntini di sospensione) e non indaga davvero l'animo umano, soprattutto quello di Luccheni. Di quest'uomo, presunto anarchico, italiano, dalle origini miserevoli e una vita altrettanto miseranda, l'autore non fa che ripetere un solo mantra: difficilmente poteva essere un anarchico. Tuttavia non offre grande sostegno al riguardo, insiste piuttosto su una grande delusione lavorativa, e nonostante un'infanzia da Dickens, sembra provare molta più compassione per Sissi, che finisce per ammantare di uno strambo alone romantico. Comunque è scorrevole e grazioso, perfetto per iniziare alla saggistica la cugina riottosa a lasciare il principe azzurro col cupcake in mano.

PER L'APPASSIONATA STORICA VERA: 
Diciamoci la verità, la stragrande maggioranza di voi, quando ha letto la parola "principesse" ha smesso di leggere il post o, se è arrivato fin qui, si è chiesto se non fossi impazzita dando fondo alle mie muliebri arti. Se ci riflettiamo (e se lo avete pensato) potrebbe una cosa molto sessista, se avessi scritto che vi parlavo di libri su Carlo V o Filippo II l'effetto dato sarebbe stato tutto un altro. 
 Si collegano re e principi a guerre, sangue e beghe politiche, re e regine a frizzi e lazzi. Eppure il re Sole ed Enrico VIII in quanto ad amorazzi, tradimenti e pettegolezzi non erano secondi a nessuno, mentre Eleonora D'Arborea ed Elisabetta I sono delle regnanti ricordate per meriti politici, giuridici e militari.  Perciò, esistono molti libri da regalare anche a parenti, maschi e femmine, appassionati di storia, che sotto Natale vogliono spararsi un po' di sana aneddotica. Di cui sotto vi elenco:

1) "LETTERE D'AMORE DI ENRICO VIII AD ANNA BOLENA" ed. Nutrimenti: 
Carteggio di grande valore storico di cui purtroppo possediamo solo una delle due voci: quella del solerte e appassionato a Enrico. 
 Sarà che ero suggestionata dai dipinti che lo vogliono panzuto e imponente, ma la sua presenza fisica sembrava trasparire anche dalle lettere: imperiose, fisiche, passionali, ma molto concrete. Da questo carteggio per voce sola, si intuisce come Enrico fosse molto attratto dalla seconda moglie che fece decapitare e come questa lo tenesse sulla corda con grande bravura visto che non era certo uomo da farsi intortare. 
 Il momento tristezza giunge alla fine: la lettera di Enrico alla sua terza moglie, Jane Seymour, mentre la Bolena era ancora in vita, ha lo stesso identico tono dell'uomo passionale e vigoroso. Al che la domanda sorge spontanea: Enrico, ma tu ci credevi o ci facevi?

2)"PRINCIPESSA LUISA" di LUCINDA HAWKSLEY ed. Odoya:
 In questi ultimi tempi va molto di moda la regina Vittoria, non riesco a capire perché. 
 Personaggio ignorato lungamente, viene riscoperto con sommo stupore, nonostante abbia regnato per lunghi anni e avesse una storia (soprattutto in gioventù, quando dimostrò grande carattere sfuggendo al dominio materno), molto intrigante. L'Odoya ha recentemente pubblicato una biografia di una delle sue figlie, la principessa Luisa, famosa per essere stata una grande innovatrice e continua fonte di scandalo per la famiglia reale. Pittrice,  (ma non per diletto, sul serio), amica dei preraffaelliti, visse una vita il più possibile borghese battendosi per i diritti femminili e dopo vari affair amorosi molto discussi, sposò, per la prima volta dopo secoli un common, con grandissimo accoramento familiare. 
 (Se Luisa è troppo leziosa, potete sempre far ricorso ad uno dei bei libri usciti su Matilde di Canossa, altra complessa figura di regnante donna, che si trovò al centro di uno dei più grandi scontri tra potere temporale e secolare, per lei c'è "Matilde di Canossa" di Eugenio Riversi ed. Odoya).

 Vi ho aiutato abbastanza a far felici parte di amiche e familiari? Avete già letto qualcuno di questi libri e volete confutarmi o consigliarli a vostra volta? Leggete, scrivete et commentate se ve va!  

martedì 9 dicembre 2014

E anche quest'anno il cliente natalizio è tra noi! Quali affascinanti tipologie di clienti tipicamente natalizi infestano la libreria stavolta? Rateizzatori, furetti, sperduti e amanti delle liste!

Questa oscena moda degli alberi fatti da libri deve finire.
 Natale is coming! 
 Le librerie e i negozi iniziano a riempirsi di clienti sciamanti e in cerca di libri. Regalare un libro a Natale è una cosa maravigliosa che peraltro può risolvere un sacco di situazioni, si può regalare un libro per gratitudine, un per dire love, ma anche uno per vendicarsi (e verrete da me aiutati nei prossimi giorni al riguardo).
 Tuttavia la crescita esponenziale di clienti in libreria in codesto periodo dell'anno permette di vedere esemplari fatati generalmente abituati a sciamare altrove.  
 Già l'anno scorso avevo fatto due brevi elenchi delle tipologie di cliente natalizio ("Il cliente natalizio" e "L'appendice al cliente natalizio") che amano trastullarsi tra gli scaffali in cerca del libro giusto da poter regalare, raramente con cognizione di causa.
 Poiché la varietà umana non ha limiti né confini, anche quest'anno ecco a voi un primo grazioso elenco, che ha sempre la possibilità di arricchirsi nei giorni, il 25 è mooooolto lontano.

IL CLIENTE CHE PARLA A RATE:
 Certe volte fare il libraio è un po' come essere Dottor House. I pazienti ti dicono le cose a rate perché non vogliono ammettere la verità ("Sì un livido" "Sì me lo sono procurato dondolando" "Dal soffitto" "mentre facevo sesso" "con un procione", ammissione che avviene solo quando ormai si è in fin di vita), e posso anche capirlo, ma mi sfugge seriamente perché in libreria bisogna estrarre le informazioni al cliente con le tenaglie.
Lo sguardo dei clienti in attesa mentre uno prima di loro ci
mette ore ad esprimere un concetto
 La scena tipo vede arrivare il cliente e chiederti: "Cerco un libro di psicologia", tu cerchi di circoscrivere il campo, ma lui dice di non avere idea di cosa cerchi. 
 Lo porti nel settore e allora mentre stai per tornare a servire altri clienti ammette: "In realtà ho un titolo". Torni al computer consulti il catalogo e no, il titolo non c'è, pensi stia per andare via, ma dice: "Ah, in realtà ho un altro titolo", lo trovi, glielo dai e ammette "Però in effetti non mi interessava, mi interessa più un terzo titolo". 
Intanto gli altri clienti lo fissano come furetti assassini nella notte.
 La variante è il cliente che arriva, chiede un libro, glielo trovi e te ne chiede un altro, glielo trovi e ne aggiunge un altro. A quel punto, onde evitare di scavare solchi sul pavimento a furia di fare avanti e indietro vedendo la fil,a natalizia crescere, lo implori di dirti tutti i titoli tutti insieme. Tendenzialmente egli si inalbera, non ho mai capito perché, come se fare un solo giro per ricevere i libri fosse inaccettabile e gli togliesse il gusto di essere servito. La spiegazione del risparmio di tempo convince pochi di loro, i più ti fissano torvi, come se non volessi lavorare.

IL CLIENTE CON LA LISTA STERMINATA: 
Esempio di disagio grafologico provato dai librai
quotidianamente
E' un cliente che infesta la libreria durante tutto l'anno, specialmente sotto le sessioni d'esame, quando pretende che tu gli recuperi venti libri di cui la metà fuori commercio e l'altra metà pubblicati da case editrici locali senza distributore, in 24 ore e senza costi aggiuntivi. Tuttavia, sotto Natale, egli vede un'implosione considerevole. 
 Lo vedi aspettare pazientemente il suo turno per poi sfoderare un foglio protocollo A4 vergato a penna in una grafia incomprensibile e mettertelo sotto il naso dicendo: "Mi servono questi libri". 
 Ora, questa di non abbassarsi neanche a pronunciare il titolo del libro cercato pretendendo che in un attimo di sublimazione paleografica il libraio sia costretto a decriptare calligrafie da denuncia, è una nuova moda che non sopporto (penso che ci si possa sprecare a pronunciare titolo e autore), ma in generale, come si può pretendere che un libraio con quindici persone in fila stia lì a indovinare la differenza tra una esse e una effe scritta male? Il cliente con la lista sterminata generalmente ha bisogno di venti libri per fare venti regali diversi e non si rassegna al fatto che essi siano in punti diversi della libreria. Indignato, ammette di aver cercato per tre secondi, ma di non aver capito l'ordine alfabetico da dove comincia. 
 Se, come avviene sempre, non trova i libri che gli servono disserta alla disperata ricerca di un'alternativa, implora che si chiamino altri punti vendita, non prevedendo che in un sabato pomeriggio di dicembre i colleghi potrebbero essere in altre faccende affaccendate (tipo servire degli altri maniaci delle liste), invocano ordini e soprattutto promettono di tornare con un'altra lista...

IL CLIENTE CHE NON TI PRESTA ATTENZIONE:
Facile da riconoscere grazie a queste due esatte espressioni
Mai compreso, a Natale diventa particolarmente molesto e ancor meno comprensibile. 
  Il cliente che non ti presta attenzione fa la fila, spesso trafelato come se due secondi dopo dovesse correre a compiere un'operazione a cuore aperto, soffre di un improvviso calo di attenzione non appena il libraio gli rivolge parola.
 Non sa perché sia lì, chiede indicazioni su come arrivare ad uno scaffale o a un settore e ti fissa muto mentre cerchi di spiegarti chiaramente: "In fondo a sinistra!" "Come ha detto? In fondo a destra?". Tale cliente può anche avere una sorta di attenzione selettiva, ossia ascolta esattamente solo quello che più gli aggrada: "Non ho il libro che mi chiede, risulta fuori commercio", "Bene, me lo ordini", è la risposta più comune. I successivi tentativi di spiegazione si svolgono in un infruttuoso italiano che sembra non essere la lingua madre del perplesso interlocutore. Sotto Natale la difficoltosa comunicazione con codesto cliente è particolarmente molesta per la mancanza di tempo: diventa difficile mantenere l'autocontrollo quando si spiega per la diciannovesima volta con la coda che un libro che non è ancora uscito non può essere venduto.

QUELLO CHE ENTRA IN LIBRERIA SOLO A NATALE:
La faccia del cliente che entra in libreria solo a Natale è quasi identica
 Esperti come un dromedario nell'artico, il cliente che entra in libreria solo a Natale si guarda attorno guardingo, come se rischiasse un'aggressione da un momento all'altro.
  Dopo aver molestato i cassieri chiedendogli lumi mentre essi cercano di battere cinque scontrini al minuto, entrano dichiarando "Ho bisogno di un'informazione", cercando di assalire il primo libraio che vedono, incurante delle file ai punti informazione.
  Quando scoprono che anche in libreria vige la pratica della fila, si dibattono come anguille nel disperato tentativo di comprendere da soli cosa fare e dove andare, ma scoprono con sommo orrore che i libri di cucina non sono mescolati a quelli fantasy, cosa stupefacente che, unita all'improvviso analfabetismo che li rende incapaci di leggere i cartelli, rende vano il loro tentativo di cavarsela. 
 Sconcertati, e soprattutto prova provata del fatto che se l'essere umano si ritrovasse di nuovo a vivere in condizioni primitive morirebbe subito per scarsa perspicacia, attendono che un libraio li aiuti. Tendenzialmente dichiarano di non entrare mai in libreria, tipo referenza, poi dicono di aver tanto sentito parlare di un libro che vorrebbero regalare. Solitamente sono libri di cucina o di sport, non è che si vada molto lontano. I dubbi sullo strano oggetto libro continuano quando se lo ritrovano in mano: dov'è il prezzo? Ma è quello scritto o è un altro? E non possono avere un'edizione economica di un libro uscito tre giorni prima? Come fa un libro a costare così tanto? Inermi, vagano verso la cassa sperando in cuor loro che l'uscita sia gioiosa e di non dover tornare mai più.

Avete suggerimenti per altri clienti? Vi riconoscete in qualcuno di essi?

venerdì 5 dicembre 2014

Morbosità inquietanti da lettori: sconfinare dai confini del libro per precipitare in uno strano mondo ambiguo fatto di amicizie di carta, gattari dei libri, groupie, amori impossibili e machi insospettabili.

 Mentre stilo l'elenco dei libri che vi suggerirò di strennare per i vostri amici (ma anche i vostri nemici, che magari siete costretti a far loro un cadeau, ma potete sempre vendicarvi donando loro qualcosa di davvero speciale, tipo il romanzo della Chiabotto) concludo questa delirante e lo so, poco piena di post, settimana, con un post che mi frulla nella mente da un bel po'. 
Ci sono dei lettori,  che hanno un rapporto talvolta morboso coi libri. 
 Possono avercelo di due tipi, a seconda di quello che loro giudicano importante in questo grazioso oggetto:
1) Hanno ambigui rapporti con la trama e i personaggi.
2) Hanno ambigui rapporti con l'oggetto libro.
 L'idea di tale post mi è venuta in mente guardando le gallerie foto della pagine fb di moltissime bookblogger (soprattutto anglosassoni) che invocano un Mr. Grey nella loro vita e spammano continuamente copertine pieni di maschi villosi e seducenti. Mi sono sempre chiesta, come scatti l'idea di diventare la groupie di un personaggio. Io amo moltissimo alcuni libri e al massimo posso capire diventare una fan sfegatata di uno scrittore o una scrittrice in carne ed ossa, ma mi è sempre sfuggito il meccanismo mentale che porta a idolatrare degli esseri che per quanto ben scritti esistono solo su carta, ma vabbeh, se ne parlo di cui sotto.
 Morbosità da lettori, un breve elenco:

"I LIBRI SONO I MIEI UNICI AMICI":
  E' vero, i libri non tradiscono, ci sono sempre, anche il sabato sera, quando ti lasci, quando perdi il lavoro o il tuo ex o la tua ex si fidanzano e sposano nel giro di tre giorni dopo che ti hanno tenuto in ballo per  anni dicendo che non credevano al matrimonio, quando tutto precipita, i libri sono lì.
  Vi comprendo, anche io quando sono triste, basta che apra un libro e anche per tre minuti me ne sto al sicuro in un mondo parallelo, però regà quando si chiudono si ritorna alla realtà. 
 Nella realtà tendenzialmente si ha bisogno di amici reali che ti facciano uscire, parlino con te, ti aiutino a ragionare e a scrivere un cv quando vuoi solo buttarti da un ponte dopo l'ennesimo colloquio senza risposta. Sono esistiti nella storia esseri umani che hanno potuto fare a meno del contatto fisico e anche persone che hanno fruttuosamente tratto beneficio dalla sola compagnia dei libri senza per questo diventare sociopatici, tuttavia teniamo sempre presente Guglielmo da Baskerville.
 Il protagonista de "Il nome della Rosa" perde quasi la vita per le proprie idee, insegue un libro e ha fondato tutta la sua vita sul loro studio. Se non ci fossero stati i libri non ci sarebbe neanche stato il personaggio. Eppure alla fine tra morire bruciato assieme ad essi e salvarsi salvando l'incauto discepolo, sceglie di fuggire.
   I libri possono anche essere i nostri migliori amici, ma non possono essere i nostri unici amici, altrimenti, che lo si voglia o no, la vita rischia di diventare fine a sé stessa.

QUELLE CHE SI INNAMORANO DEI PROTAGONISTI DEI LIBRI:
Fatevi un giro in internet, lo dico seriamente e concentratevi sulle gallerie delle foto delle pagine fb, peraltro alcune parecchio seguite, di molti blog (per farvi capire vi lascio un link casuale a una di esse, così guardate con occhi quello di cui parlo: https://www.facebook.com/BexnBooks/photos_stream).
 Le innamorate (raramente gli innamorati sono uomini) dei protagonisti dei libri, sono quelle donne che pervicacemente vogliono credere al principe azzurro
 Sono le Twilight mom che inquietantemente si dichiaravano innamorate di un diciassettenne eterno che beveva il sangue degli animali per sopravvivere e generava figli da morto, sono le sospiratrici indefesse di corpi nudi, depilati o villosi, carichi di desiderio e genitali fuori misura che promettono gran sesso e gran matrimonio.  Uno degli uomini che passerebbe una vita terribile se fosse di carne e ossa e non di carta, sarebbe il famoso Darcy, il cui merito principale, peraltro, sta nell'interessarsi a una donna intelligente e stranamente riottosa per la sua epoca (quindi tecnicamente ha meriti riflessi). 
 Gallerie di foto piene di machi si ammassano a gruppi di lettura tematici e a inquietanti forum, dove signore che non riesco a immaginare, parlano di ciò che farebbero ai loro beniamini se solo potessero respirare. La mia domanda è: ma se le italiane hanno tutti questi desideri sopiti di muscolo, eros, pathos, uomini selvaggi e vena pulsante sul collo, come mai mi sembra di essere circondata principalmente da beghine? Dove si nascondono queste connazionali passionali pronte a tutto pur di essere sdraiate su un tavolo da un ventisettenne che le tortura non facendole andare in bagno? Perché va bene sublimare, va bene sospirare e non so che altro sulla rassicurante carta (o su un rassicurante e-reader), ma 'sto desiderio se non si traduce in qualcosa di vivo, cos'è, se non l'ennesimo tentativo di sfuggire alla noia?

I GATTARI DEI LIBRI: 
C'è gente, molta gente purtroppo, che vive in case discutibili. 
 Io non sono Martha Stewart e manco SOS Tata, casa mia è l'incasinata casa di una che a malavoglia pulisce a malavoglia mette a posto, ma comunque lo fa regolarmente (anche perché se no la dolce metà farebbe di me tante allegre polpette). 
 Lo dico così non posso essere accusata di sciuraggine (che poi le sciure, tendenzialmente hanno la domestica).
  Io mi riferisco perciò a quelle persone che non puliscono casa mai o che hanno la fissa dell'accumulo. Alcuni accumulano cibo, altri vestiti, altri gatti, altri libri. 
 La fissa dell'accumulo dei libri che sembra una cosa tanto favolosa e commovente e anche letteraria, in realtà rischia di essere inquietante esattamente come l'accumulo di bottiglie di birra. 
 Il gattaro dei libri infatti, spesso ha iniziato la sua collezione con un intento nobile (anche perché diciamocelo, l'accumulo smodato dei libri è un rischio in cui ogni lettore forte rischia di incorrere), ma poi, ad un certo punto, ha completamente perso la Trebisonda. L'accumulo sensato ha preso la via dell'accumulo bulimico. Quintali di tomi, spesso non letti, hanno preso ad accatastarsi senza pietà, prendendo il possesso dell'intera casa. Generalmente, poiché l'accumulatore di libri, ci tiene al possesso, ma non all'oggetto, i poveretti sono lasciati letteralmente a marcire, prender polvere o riempirsi di insetti, in cumuli su cui i pochi sventurati ospiti vanno a sbattere. Non c'è un ordine, una cura, un tentativo di collezione, niente. 
 Per quelli che obietteranno al solito: eh, ma con l'e-reader il problema è risolto, rispondo subito che no, non è risolto per niente. Il gattaro dei libri schifa l'e-reader (al massimo accatasta pure quelli), un aggeggio che non gli consente di possedere nulla di concreto, di visibile, che non lo appaghi nel suo desiderio. 


QUELLI CHE VIVONO PENSANDO DI ESSERE IN UN LIBRO: 
Nel film "Neverwas", Ian McKellen è un uomo che pensa di essere
il re di un complesso mondo incantato che nella sua follia ha
descritto tanto minuziosamente da esserne "creativamente" derubato
da uno scrittore che a sua insaputa, ha usato, le sue immaginifiche
invenzioni e visioni per scrivere una serie di libri fantasy di grande
successo.
E' bello cercare di trasformare in realtà le proprie fantasie, non nego di aver passato buona parte dell'adolescenza nel disperato tentativo di immaginarmi in un manga, perciò comprendo quale sia il meccanismo mentale che scatta. 
 Inoltre, come se non bastasse, la maggior parte dei libri rosa partono dal presupposto che i tuoi sogni non si sono avverati solo perché tu, distrattamente, ti sei dimenticata di farli accadere
 E' un po' il concetto di quel librazzo di new age di imperituro successo, "The Secret" e di tutte quelle robe sulla: "legge dell'attrazione". 
 Se speri intensamente che una cosa ti accada, step dopo step, essa accadrà. Perciò ragazzi da domani speriamo tutti intensamente di diventare delle stelle di Hollywood e di sposare Monica Bellucci (persino io potrei farlo visto che ora Monica è mezza francese) che ci accadrà. Comunque, sostanzialmente esistono tutta una serie di persone che tempo fa avevo classificato, in parte, come "il cliente che non smette mai di sognare" che vive nella convinzione di essere in un libro. 
 Poiché raramente si immedesimano in personaggi complessi, sviluppano una modo di fare sostanzialmente bidimensionale, con pochi nessi logici e schemi mentali che non prevedono alcuna complessità. Non solo, diventano anche molesti di conseguenza, come le sciure che cercano di sedurre i librai, gli uomini che si credono machi senza macchia e senza paura et ovvio irresistibili.
 Molti confondono anche la politica di un paese con la fantascienza o, al contrario, fingono di vivere in un libro a parte, mentre fuori il mondo va avanti, come se il mondo su di loro non potesse avere conseguenze. Del resto, le pubblicità ci martellano ovunque: sii protagonista, protagonista, scrivi il tuo libro, la tua vita da protagonista. 
 Poi, il problema è che qualcuno non riesce più a capire dove finisce la finzione ed inizia la realtà. 
Variante visiva: quelli che vivono pensando di essere in un film.

 E voi? Conoscete altre morbosità librarie? Ho omesso volontariamente le molestatrici di librai perché ormai di questa simpatica cricca ho parlato più volte.

martedì 2 dicembre 2014

10 buoni motivi per leggere LIBRI. Un breve elenco istruttivo per chi considera leggere una perdita di tempo e per i lettori che si difendono tutti i giorni (e 10 motivi sono anche pochi)

Prima che inizi ad inondarvi di post natalizi su clienti molesti e libri che indubbiamente anche quest'anno vi ritroverete sotto l'albero (finalmente, chiaroveggenza a parte, ormai se ne ha un'idea chiara) darò corda oggi a questo nuovo trend internettiano che elenca i 3000 buoni motivi per fare una cosa.
 Se navigate un po' saprete che ora è necessario elencare i 30 motivi per cui è meglio non buttarsi dalla finestra o le 20 buone scuse per preferire un uomo con la barba ad uno senza (ho capito donne ve piace la barba ultimamente mobbasta però).
 Perciò ecco che declino questa moda bloggosa alla maniera libresco-letteraria: 10 buoni motivi per leggere un libro, da poter eventualmente usare contro coloro che vi guardano con quel sorrisetto di sufficienza chiedendovi perché non spendete meglio il vostro tempo.
 Dedico questo post alla ragazzina dall'occhio vitreo che ieri il padre in libreria ha blandito per dieci minuti scusandosi per averla portata lì, "Tesoro papà deve prendere solo una cosa, poi giuro che ti porto via da questo posto".
 Qualcuno dovrebbe giurarle, prima o poi, di donarle un cervello (o almeno un libro).

 1) E' DIVERTENTE:
  Pensi che le pagine stampate o digitali siano una sterminata prateria di "Promessi sposi"? Credi che ogni libro sia di una pesantezza incommensurabile? Caro mio, se fosse così le librerie avrebbero due scaffali in croce.
 Con cosa credi che riempiamo i ripiani noi librai? Solo con Tolstoj e Yourcenar? Gli scaffali delle librerie sono pieni di libri, moltissimi anche per te.
   Una regola della biblioteconomia dice che "Ogni libro ha il suo lettore", e un'altra che "Ogni lettore ha il suo libro". E' vero. L'appassionato di Calcio non vuole conoscere la vita del suo campione preferito dalle sue stampate parole? L'appassionato di moto non ci tiene a conoscere la storia della Harley che lucida tutte le domeniche? La sciura che lacrima davanti a Barbara d'Urso non ci tiene a vampirizzare il settore di tragedie personali? 
 Si possono avere dei giudizi morali sulla questione, ma resta un fatto: leggere è un esercizio. Non si può pretendere da chi non riesce neanche a toccare il tartan nei campi sportivi di correre una maratona, perché dovremmo pretendere da uno che non tocca un foglio dalle scuole medie di innamorarsi seduta stante di Keats? Meglio che si avvicini allo strano oggetto divertendosi e capendo che leggere di calcio può essere appassionante quanto tirare un calcio con gli amici il sabato sera al campetto.

2) RENDE MENO PECORE:
 Vi kiedete kome mai tutti vi guardano kon orrore quando siete konvinti di sapere tutto dalla sola lettura di un giornale online o grazie a qualche blog o dalle arringhe appassionate del forconista di turno?
  Vi rendete vagamente conto che davanti ad un'obiezione che smonta le vostre convinzioni non avete niente da ribattere se non: "siete schiavi, siete servi del potere", senza addurre ulteriori spiegazioni? Ebbene, forse vi farebbe bene leggere un libro, anzi più di un libro, e per di più scritti da persone che la pensano diversamente, che portano non solo dati oggettivi, ma che sappiano contestualizzarli e spiegarli.
  Il documento da solo non è niente, l'informazione senza interpretazione non è nulla, è solo un mezzo per convincervi che vi basta un foglio per capire il mondo.
 Del resto è meno faticoso ripetere come un mantra una sola informazione che leggere un libro per comprenderla no? Eppure per non essere meno pecore ed uscire dall'incubo orwelliano della ripetizione a macchinetta ("Quattro zampe buono due zampe cattivo"), un po' di fatica tocca farla. Studiare il minimo per ottenere il massimo è un metodo che può funzionare alle interrogazioni di biologia, non nella vita.

3)NON CI CREDERAI MAI TI FA PASSARE IL TEMPO:
Hai presente quei momenti in cui non sai proprio che fare? Il cellulare non prende, sei in coda alle poste, dal medico circondato da malati che come minimo ti stanno attaccando una broncopolmonite fulminante o su un treno con Trenitalia che apologize almeno 75 minuti di ritardo.
 Tua moglie ti ha mollato ad aspettarla sul divanetto di un negozio mentre prova l'impossibile in camerino, tuo marito ti ha trascinato a vedere scapoli-ammogliati ventesimo round sul calcetto dell'oratorio (tocchiamo tutti i luoghi comuni possibili tutti insieme), tuo figlio sta facendo una maratona di nuoto di due ore e ha preteso giustamente che tu presenziassi, tuo nonno vuole per forza essere accompagnato all'ennesimo raduno di combattenti e reduci di qualche guerra? Ebbene, LEGGI. Leggere è molto meno riprovevole socialmente che mettersi a chattare, il libro non può scaricarsi, non ha bisogno di campo né di wifi e possiede quel dono favoloso di farti passare due ore in un soffio. Fidati, leggere è molto meglio che fissare il soffitto o parlare per tre ore di come x guardava y due giorni fa in discoteca o al lavoro, anche al caxxeggio c'è un limite.

4) FA FARE BELLA FIGURA CON GLI AMICI:
 Sei stufo marcio di essere preso per cretino dai tuoi colleghi, amici o superiori? In una discussione ti trovi sempre dalla parte di quello che non sa che dire e non sai balbettare niente di meglio di un: "A me queste cose non interessano?", beh leggi!
  E' vero che l'ignoranza va talmente tanto di moda che ormai da alcuni anni persino alcune campagne pubblicitarie ti invitano allegramente ad essere stupido (ed esiste gente così stupida da trovarlo deliziosamente divertente: "Oh regà ce dicono che semo cretini che forza!"), tuttavia dal vivo la situazione è un po' diversa, soprattutto quando non hai armi con cui ribattere e vieni sempre messo all'angolo.
 E fidati, se leggerai scoprirai che una larga fetta delle persone che conosci, millanta conoscenze che non ha o che gli derivano da un unico manuale di qualcosa letto tremila anni fa. Ti sorprenderai a scoprire che il dire di aver letto e il leggere c'è in mezzo un mare (di pagine).

5) AIUTA A RIMORCHIARE:
 A meno che tu non stia cercando di abbordare qualche buzzurro che non scambia il complemento oggetto per un complemento d'arredo (allora chiediti perché lo o la stai rimorchiando), fidati che leggere aiuta negli approcci.
   Nulla come "Hai letto qualcosa ultimamente?" ti può dare un'idea della persona con cui stai uscendo. Può darsi che non legga (e anche quello se sei un lettore può essere un indizio), come può darsi che si nutra solo di Moccia, può stupirti con qualche stranezza filosofica o iniziare a sciorinarti la trama del romanzo che la o lo sta tanto avvincendo. Ovviamente come ogni tecnica di rimorchio può benissimo fallire, ma, se riesce, avrai stelline da giocarti per un tempo molto lungo e farai sempre la figura dell'intellettuale, in qualsiasi modo, buono o tremendo verrai ricordat*.

6) RENDE IL MONDO UN POSTO MIGLIORE: 
Se c'è una tipologia di persone che sopporto ancor meno di quelli che si approfittano degli altri e che rendono il mondo un luogo peggiore, ebbene sono le persone che si fanno i cavoli loro per poi svegliarsi di punto in bianco e gridare che tutto fa schifo. 
 Va benissimo avere delle epifanie, ok, ma il fatto che tu ti sia fatto gli affari tuoi fino ad un certo punto ti rende se non colpevole di sicuro connivente e comunque, non ti rende migliore di chi, nel bene o nel male, mentre ti facevi una sana dormita, invece le maniche se l'è rimboccate.  Rimanere ignoranti quando si ha la possibilità di non esserlo non solo è una colpa gigantesca, ma rende il mondo peggiore. Leggere, informarsi, conoscere, avere sete di sapere è il più grande modo, il più semplice eppure il più gigantesco, che ogni essere umano ha per riparare alle storture del mondo. Piangere non serve a niente, lamentarsi neanche, arrabbiarsi fino ad un certo punto, se ti senti perso, se tutto sembra precipitare, prendi un libro in mano, tenta di capire e poi quando ti rimboccherai le maniche almeno saprai che cosa stai facendo.
 Per rendersi conto che non dico fandonie, leggere "Galassia Gutenberg" di Marshall McLuhan please.

7) LEGGERE TI SVELA A TE STESSO:
 In "Stoner" c'è verso l'inizio un momento che spiega meglio di ogni altra cosa questa motivazione che sembra presa da un bacio perugina. Stoner è un ragazzo, unico figlio di una famiglia di contadini ignoranti e sta studiando agraria. E' bravino, studia con costanza, non si pone domande, vive la sua vita come un mulo che lavora, onesto, laborioso, senza interrogarsi eccessivamente sul proprio destino. 
 Viene dalla terra, studia la terra, alla terra ritornerà. 
 E' tutto fisico e poco pensiero, perché è così che è sempre vissuto e gli hanno insegnato. Un giorno il professore di inglese, all'università, gli chiede di interpretare il significato di un sonetto di Shakespeare e lui va in palla. Non capisce cosa il professore voglia da lui. La letteratura non è una scienza esatta, se si è in mano ad un bravo insegnante non basta imparare a memoria le pagine di teoria e non ci sono formule che, comprese, rendono possibile un'equazione. Per capire una poesia devi fare uno sforzo in più, personale, devi in qualche modo uscire da stesso. Stoner capisce in quel momento di non averlo mai fatto, di aver sempre vissuto dentro di sé, da qualche parte, e ne viene travolto. Il libro giusto ci svela sempre qualcosa che noi non sappiamo di possedere, un pensiero che abbiamo nascosto a noi stessi e ce lo mette davanti. Tu sei questo qui, è scritto, non puoi sfuggirgli, come hai sempre fatto.

8) LEGGERE TI CONSOLA: 
Il novero delle giornate che diventano esponenzialmente pessime col passare degli anni, è talmente gigantesco che ad un certo punto inizi a sentirti come Daniele Silvestri in "Salirò":(più giù di cosi non poteva andare, più in basso di così c'è solo da scavare)?
  Ebbene, quelle sere in cui l'unico rimedio è recluderti in casa, preda dei tuoi foschi umori, guardando la tv o qualcosa in streaming, stringendo il the in mano come tuo unico amico, (e ti prepari mentalmente ad un'altra giornata orrenda), puoi aprire un libro. Non c'è persona che non abbia un libro destinato a curare la sua l'anima: ci hanno scritto vari libri sulla libroterapia, più o meno (generalmente meno) seri. Ebbene, io in tanti anni non ho ancora trovato qualcosa che migliori le mie serate completamente no più dei libri (ok forse una cosa è meglio dei libri, ma non è che sia sempre possibile). Nulla uccide una tensione lavorativa più di qualche ora passata a passeggiare in qualche saga fantasy, solleva il morale più di un romanzo che infiamma gli animi o ripara cuori spezzati più di una storia d'amore che restituisce fiducia nell'umanità. Un libro è come la porta per un altro mondo, generalmente migliore del nostro.

9) LEGGERE RENDE UMANI:
 Leggere è un atto di estrema civilizzazione. Non è un bisogno primario dell'uomo, una cosa che riesce naturalmente, ma bensì come spiegato in vari libri tra cui "I neuroni della lettura" di Stanislas Dehaene, un procedimento molto complesso per il nostro cervello. Leggere è quindi un'attività particolarmente complessa che si è inserita nell'evoluzione umana e noi la sottovalutiamo o spesso evitiamo di usarla, manco rischiassimo di contrarre la peste.

10) LEGGERE IMPEDISCE DI CREDERE AI KOMPLOTTI: 

 Leggere in modo continuativo e profondo ti apre gli occhi e non solo su quello che vedi, ma su ciò che ti dicono.
 Bisogna dubitare sempre senza diventare paranoici, dubitare quel giusto che serve per prendere il tempo di capire. Quando da ragazzino ti dicono di sbagliare sempre con la tua testa, si dimenticano di aggiungere che però la testa devi avercela e, capisco che molti sono fan della grande università della vita (che come ripeto sempre per me non vuol dire niente), ma senza conoscenza non vai da nessuna parte. 
 Non si spiega altrimenti come esista una scatervata di persone, anche tecnicamente colte (leggi laureate), con lavori considerati di responsabilità, con grandi esperienze e viaggi, capaci di credere a idiozie come i komplotti. Noi li prendiamo in giro, ma c'è gente che crede ancora ai "Protocolli di Sion" uno dei più grandi komplotti falsi della storia a cui il nazismo ha fatto amplissimo riferimento nel suo antisemitismo.
 Il sonno della ragione, ripeto, genera mostri, non solo scie chimiche.
Perciò leggete, prima che sia sempre troppo tardi.

 E voi? Avete altri buoni motivi per leggere?
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