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martedì 14 gennaio 2020

Grandi imperatrici alla corte di Vienna! Un viaggio tra i reali asburgici tra guerre, arcinemici, drammatiche tristezze, Romy Schneider e passioni lesbiche (Parte prima!)


 Mia nonna leggeva quintalate di settimanali.
Qui Meghan posa con un vestito farlocco che
forse però le sarebbe stato meglio

 Il suo grande cavallo di battaglia era “Gente”, a cui è stata fedele per decenni. Seguiva con meno passione “Oggi” e la capivo perché anche a me metteva meno allegria. 
 Poi mescolava il tutto con tutto quello che sono state capaci di darci le edicole: Chi, Dipiù, Diva e Donna, persino il settimanale sulla telenovela degli ultimi anni: “Il segreto”.
 Solo a “Novella 2000” e co. non ha mai ceduto o cedeva solo in estate, quando in Sardegna, prima dell’avvento di internet e senza tv per mesi c’era davvero poco altro da fare che stare sdraiati e leggere.

 Negli anni li ho letti appassionatamente anche io, anche se negli ultimi tempi, non seguendo più la tv era abbastanza difficile capire chi fossero i tanti divini e divetti usciti da reality e prezzemolate varie. 

Tuttavia,rimane il fatto che è a queste riviste che devo una delle mie grandi passioni: i reali.

Intendiamoci, non ho mai avuto la fascinazione tipica delle favole. Onestamente credo di non aver mai immaginato neanche per sbaglio di voler diventare una princess o simili, e trovo, come tutti, siano un'istituzione insensata e vetusta.
 Tuttavia mi ha sempre affascinato il loro infinito turbinare di matrimoni, divorzi, figli e beghe dello stato e dopotutto assistere anche al loro definitivo collasso è una lezione interessante.

 Probabilmente sono anche capitata in un periodo d’oro delle telenovelas monarchiche: i figli di Grace Kelly e Ranieri di Monaco in tre hanno collezionato una sequela di matrimoni, tradimenti, divorzi, disgrazie e figli assortiti che “Milagros” te dico fermete. 

 Senza contare il caos della principessa Diana (della quale non ho mai compreso il mito, ma forse perché ero troppo piccola quando è morta), dei vari reali nordici, le fidanzate di Felipe di Spagna, la tristezza protocollare di Masako del Giappone che dimostrava come non fosse tutto oro quello che luccicava. 

 Tuttavia gli articoli che più mi appassionavano al riguardo erano gli approfondimenti storici.

 Spesso c’erano questi excursus random sulle case regnanti che aprivano mondi. Al confronto la faccenda di Carlo e Diana e i matrimoni di Carolina di Monaco impallidivano. 

 Perché se i reali moderni al massimo potevano sposarsi, divorziare e figliare nel solo, anche un po' anacronistico, biasimo generale, ma senza grandi conseguenze di sorta (mai capita la faccenda di Enrico VIII che fa uno scisma religioso per poter divorziare e sposare chi gli pare e poi un casino perché il divorzio tra Carlo e Diana pareva dovesse far crollare l’Inghilterra), gli intrallazzi di un tempo causavano vere e proprie crisi diplomatiche, guerre e paci.

 Senza contare lo psicodramma della nascita di questo benedetto figlio maschio che pareva il creatore mandasse apposta femmine a oltranza per dire quanto eravamo cretini.

 Tutta questa passione regnante che non ho mai abbandonato, è un po’ esplosa in questa fine dicembre-inizio gennaio quando si sono sommate un po' di cose.

 L’affaire Harry e Meghan (del quale potrei parlare per ore e che molti derubricano a cretinata mentre potrebbe essere un chiaro sintomo di una monarchia che diventa autocosciente di essere ormai obsoleta nel 2020), l'insensata ossessione per la canzone "Quando viene dicembre" del film Anastasia, mia nonna che mi manca tantissimo e il viaggio a Vienna, la città imperiale per eccellenza (che volevo visitare da anni ed è stata esattamente come la immaginavo: regale, elegante e barocca) hanno creato un cortocircuito difficile da ignorare.

 Parlerei di reali per mesi (e non è detto che non gli dedichi qualche post), anche perché, come sa chi segue il blog da anni, ho una certa passione per le biografie che trovo particolarmente interessanti.

 Mi illudo, come dico sempre, che cercando di individuare gli errori degli altri, io possa correggere i miei.
Esercizio che, ve lo assicuro, è interessante, ma ha una sua fallacia di fondo.

Ho deciso perciò di iniziare con le biografia asburgiche che in molti mi hanno suggerito dopo un mio accorato appello su fb.

  Pronti a danzare con me e la principessa Sissi? Avanti!

SISSI alias ELISABETTA DI BAVIERA, imperatrice d'Austria:

Chi da bambino ha evitato la visione di almeno uno dei tre film sulla “Principessa Sissi” è un miracolato.

Io, coi miei nonni, li avrò visti decine di volte. In particolare piacevano a mio nonno che si imbarazzava da morire quando nei film che vedevamo insieme apparivano scene “sconvenienti”.
 Sissi era a prova di bomba: addirittura non si vede neanche col pancione, scopre di essere incinta e due secondi dopo ha partorito.

 L’immagine che noi tutti abbiamo di Sissi è quella di Romy Schneider giovane e bellissima, allegra prima e poi intristita dalla corte di Vienna. 

 Tutti ti ripetono che OVVIAMENTE quella non era la vera Sissi, ma onestamente, dopo le mie visite viennesi ho scoperto che il film è invece molto accurato dal punto di vista della ricostruzione storica (gli abiti di Franz e Sissi quando scappano in montagna in Baviera per qualche giorno sono identici a due statuine che li ritraggono in abiti bavaresi per dire) e non è sbagliato in tutte le dinamiche: davvero l’arciduchessa Sofia la osteggiava, davvero Sissi si sentiva in gabbia alla corte di Vienna e, come i suoi fratelli e sorelle, per tutta la vita provò uno smodato attaccamento a Possnhofen, il castello tra laghi e boschi dove passava le estati della sua infanzia. 

 Inoltre ho rivisto il primo film in questi giorni, quello in cui viene scelta da Franz come moglie al posto della sua sorella maggiore, la predestinata Elena (altro fatto vero) e non mi è sembrato tanto romantico. 

 Lei è innamorata di Franz, sì, ma gli dice che non vuole sposarlo per non perdere la sua libertà e lui la mette davanti al fatto compiuto dandole il bouquet per cotillon e presentandola come sua moglie, sapendo che altrimenti “lei non avrebbe accettato”. Al momento dell'annuncio lei ha una faccia da funerale.

 Anche nella realtà andò in modo simile, con la differenza che, mentre i film ci hanno fatto sempre pensare che quello tra Sissi e Francesco Giuseppe fosse un amore corrisposto, ma reso difficile dalle circostanze, probabilmente Sissi nella realtà non era granché innamorata (lui, al netto dei tradimenti, sì).
  Ovvio, non è che ci si sposasse spesso per amore in queste corti europee che non facevano altro che incrociare cugini, (e a veder la faccenda degli ultimi zar di Russia forse combinare i matrimoni aveva un ché di lungimirante), ma se il cinema ci ha consegnato una vera mistificazione è stata quella del GRANDE AMORE.

 Le biografie, tante, presentano una Sissi che col passare degli anni, diventa sempre più eccentrica e particolare, sempre in fuga dalla corte viennese, (co benestare del marito che, appunto perché molto innamorata, era particolarmente indulgente). 

 Allontanata effettivamente dai suoi primi tre figli che vennero cresciuti (male) dalla suocera, le fu invece lasciata l’ultima figlia, la preferita, Maria Valeria, nata dieci anni dopo gli altri.

 Sembra che in generale la famiglia di Sissi avesse una certa propensione alla depressione, e di certo la corte viennese e i numerosi dispiaceri non le giovarono, ma tutti concordano col dire che in lei ci fosse una strana modernità, nel bene e nel male.
 Sfugge alla corte e alle ipocrisie, non riesce mai a trovare davvero interessanti il gioco delle parti e delle maschere in un mondo che lo impone, diventa una viaggiatrice instancabile, ma mai davvero appagata, sempre più aggrovigliata nei suoi pensieri.

 Viene da pensare, leggendo le pagine del suo giovane lettore di greco, Constantin Christomanos, che la conobbe all'età di sessant’anni, quando già troppo era accaduto nella sua esistenza ed era preda di un pessimismo cosmico molto leopardiano, che forse, se avesse avuto gli strumenti intellettuali e filosofici per elaborare le sue tristezze e le sue manie, avrebbe potuto gestirle meglio.

 Ma era un’epoca in cui la psicanalisi, peraltro proprio a Vienna, era lì lì per divenire, e la filosofia stava appena elaborando il concetto. 

 C’è dunque del vero nei film di Sissi, ma c’è anche un mistero che continua ad affascinare, una figura enigmatica che molti vogliono incredibilmente moderna nelle sue contraddizioni (la cura spasmodica per il corpo e al tempo stesso la volontà di celarsi agli occhi del mondo) e chi il simbolo di un’epoca al tramonto (il suo sottrarsi ai doveri d’imperatrice, ruolo che sente solo come una maschera e non come essenza di un qualcosa di più grande).
 Chissà. 

 Di certo, quando morì per mano di Luigi Lucheni (che, con un passato da bambino abbandonato e sventure varie, stupì quando il giudice gli disse che aveva ucciso una donna disperata), era assai più popolare l’imperatore suo marito, Francesco Giuseppe, il canto del cigno di una dinastia che collasserà pochissimi anni dopo la sua morte, giunta naturalmente alla fine di un lungo regno. 

 Ora invece la maggior parte della gente lo ricorda in qualità di Franz, lo scialbo marito succube di una madre assai più intelligente di lui, nella trilogia di “Sissi”. E questo qualcosa vorrà dire.

Libri consigliati:
"Elisabetta d'Austria" di Costantin Christomanos ed. Adelphi. Non una biografia, ma i pensieri dell'imperatrice, ormai sessantenne, riportati dal suo fedele lettore dal greco che ebbe accanto per un periodo.
"Diario poetico" di Elisabetta d'Austria MGS ed. Si tentò, l'imperatrice, a mettere le sue pene in poesia sul modello del poeta  Heine.
"Sissi", biografia di  Brigitte Hamann ed. Tea e "L'imperatrice Sissi" di Jean Des Cars LEG edizioni.
Sul suo assassinio esiste una pubblicazione basata sulle sue memorie: "Vita e morte dell'assassino di Sissi. Luigi Lucheni" di Corrado Truffelli Fermo editore
E ovviamente il cofanetto dei DVD dei film, che rivedere Romy Schneider è sempre un piacere.


MARIA TERESA D’AUSTRIA:

 A scuola si studiano fuggevolmente le circostanze che portarono, Maria Teresa d'Austria, una dei più famosi monarchi della storia europea sul trono: non nascevano maschi e il padre, invece di andare a cercare il bisnipote maschio di un pronipote maschio, decise che sul trono doveva andarci un figlio suo, maschio o femmina che fosse.

 Un maschio era nato in realtà, ma era morto quasi subito e dopo non erano nate che femmine. 

 Così Carlo VI emanò la Prammatica Sanzione facendola sottoscrivere alle varie forze europee per evitare una cosa in stile guerra di successione spagnola. 
 Sostanzialmente si diceva che qualora fosse morto senza un figlio maschio, la sua prima figlia femmina avrebbe valso come maschio e gli avrebbe succeduto. E quella femmina era Maria Teresa d’Austria.

 E’ curioso come lei, la regina Vittoria e l’attuale regina Elisabetta, pur essendo delle eredi designate, non abbiano ricevuto un’educazione degna del loro ruolo.

 Anche a posteriori, per tutte e tre, non se ne capisce il senso logico: cosa pensavano i loro vari genitori (la regina Vittoria ebbe una storia un po’ particolare, magari ne parlo in quale futuro post)? Che si sarebbero affidate ai mariti vari ed eventuali? Che avrebbero avuto consiglieri? Che o la va o la spacca? Boh.
 Con Maria Teresa comunque la spaccò. Divenne regina all’improvviso, dopo la morte per congestione di suo padre, in realtà abbastanza fuori fase  già da un tempo per problemi, sembra, di depressione.
 Governò con fermezza e intelligenza (quasi sempre, non si può tacere ad esempio che non fu affatto amichevole con gli ebrei), cercò di trarre da una condizione di miseria e ingiustizia le fasce più basse della popolazione, fondò università, in un'incessante opera di riforme. Il tutto partorendo un figlio dopo l’altro, per arrivare alla considerevole cifra di 16.

 Altre cose la accomunano alla regina Vittoria ed Elisabetta II, come, fatto non secondario, un consorte amatissimo. 

 Sbalordisce (o forse in parte spiega) che ben tre grandi monarche abbiano avuto al loro fianco consorti adorati che pure furono molto attente a lasciar fuori dagli affari di stato non cedendo mai alla tentazione di un governo a due. 

 Francesco Stefano di Lorena, consorte di Maria Teresa, pur di sposarla rinunciò alla Lorena stessa che dovette essere ceduta a Federico II, il grande arcinemico della sovrana, che le diede grande filo da torcere invadendo la Slesia e dando inizio alla guerra di successione austriaca.

 Quando morì Carlo infatti, esclusa l’Inghilterra che provava una certa simpatia per sovrana e lo dimostrò sovvenzionandola e non alleandosi coi suoi nemici, praticamente tutta l’Europa si precipitò nel regno austro-ungarico sperando di prendersene un pezzetto.

 All’inizio Maria Teresa subì perdite pesanti, poi riuscì a convincere gli ungheresi (anche del reciproco rapporto di fascino tra imperatrici austriache e popolo ungherese ce ne sarebbe da dire) a farsi aiutare presentandosi da loro disperata e con erede neonato in braccio. La sola idea di decine di migliaia di rinforzi ungheresi fece desistere le forze europee.

 Iniziò quindi il grande regno di una grande imp
eratrice.

 Come in molti casi è particolarmente sugoso seguire i destini dei suoi numerosissimi figli che curiosamente, a sua volta, non preparò abbastanza per il loro futuro (soprattutto le numerose principesse elargite in mogli in giro per le corti).

 La più celebre rimane ovviamente Maria Antonietta, la sventurata sovrana francese che della sagacia materna aveva ereditato ben poco. 

 Meno nota eppur interessantissima è Maria Carolina che fu regina del regno delle due sicilie. Fu scelta come moglie di Ferdinando IV dopo che le precedenti promesse spose, (altre due sue sorelle) erano decedute a causa del vaiolo. 
 Data in moglie a un principe a dir poco scapestrato e assai poco incline al governo, on principio provò grandi simpatie per i rivoluzionari napoletani ed era orientata verso un dispotismo illuminato (anche più di sua madre), ma dopo la rivoluzione francese e la morte di sua sorella Maria Antonietta cambiò (e come non capirla), radicalmente idea.

 Esiste un film di Lina Wertmuller "Ferdinando e Carolina" che romanza molto il rapporto tra i due sovrani (che pure ebbero 18 figli). Inoltre presso la Biblioteca Nazionale di Napoli è conservata la sua biblioteca personale in lingua tedesca.

 Ci fu la bella Elisabetta che doveva sposare il re di Francia, ma, sfigurata dal vaiolo, finì in convento. E Maria Cristina, la figlia prediletta di Maria Teresa, l’unica a poter sposare l’uomo che desiderava (ovviamente nobile eh, non un ciabattino) e assai invisa alle sorelle, tra le quali, in verità sembra mettesse pure zizzania.

 Proprio lei fu l'oggetto del desiderio di sua cognata, Isabella di Borbone Parma, la moglie dell'erede al trono Giuseppe.

 La ragazza, che non godeva di ottima salute, era adoratissima dalla suocera Maria Teresa e, alla sua morte precoce per parto/attacco di vaiolo, anche il marito pianse sinceramente, ma celava un segreto: era innamoratissima della cognata Maria Cristina che coprì di piccoli doni e continue lettere di folle amore disperato (e che la principessa portò al fratello al momento della morte della sventurata ragazza).

 Se siete curiosi e conoscete il francese, esiste un libro che le raccoglie: "Je meurs d'amour pour toi..." di Isabelle de Bourbon-Parme a cura di  Elisabeth Badinter.


 Tornando alla nostra Maria Teresa, se volete leggere qualcosa su di lei: "Maria Teresa d'Austria" di Edgarda Ferri ed. Mondadori e "Maria Teresa d'Austria" di Jean Paul Bled ed. Il Mulino. 

 Possono essere gustose le lettere alle figlie piene di consigli matrimoniali (ne infilò più una in un matrimonio indesiderato e le ricopriva di consigli chiedendo, da brava nonna, copiosi ritratti dei nipoti): "Consigli matrimoniali alle figlie sovrane" ed. Passigli.

Su Maria Carolina esiste un libro della Franco Angeli che analizza il suo Journal "Sentimenti e politica. Il diario inedito della regina Maria Carolina di Napoli" ed. Franco Angeli

Temo proprio che questo sia un fine prima parte perché sono riuscita a raccontare solo una miniparte delle figure che vorrei! Potrei quasi farci una rubrica: libri e reali (e ampliare così il mio pubblico verso le ambitissime signore di mezza età o le amanti di Jane Austen).

martedì 7 gennaio 2020

La vita che riceviamo è vuota. I marosi flutti del destino, le grandi decisioni e i libri che ci parlano ma non sono di conforto. "Canada" di Richard Ford.

 Avevo iniziato le vacanze di natale con uno spirito a dir poco gioioso e le ho finite col morale sotto le scarpe.


So che non si leggono i blog per trovarsi partecipi involontari delle sventure altrui, ma è difficile celare lo stato d'animo al momento. 

 Sapevo che questo 2020 sarebbe iniziato in salita, con decisioni importanti da affrontare e problemi di certo non piccini, ma credevo che almeno avrei avuto la carica emotiva necessaria.

 Invece no.

 E non esiste corso di coaching che tenga, se hai appena preso un ceffone imprevisto in faccia, non sarà certo fingendo che il livido non esista che ti riprenderai.

 Per tutti questi motivi, durante queste vacanze, ho preso una decisione forse non molto da lettore forte: non ho praticamente letto. 

 Avevo in coda tanti fantastici libri che attendevo solo il momento di poter leggere con calma, ma avevo letteralmente il terrore che potessero aprire nella mia mente ancora più finestre di quelle che già si erano spalancate. 

 Certo, la possibilità che dai libri venisse la risposta a tutte le mie domande era sempre una speranza concreta, ma sappiamo tutti che queste cose nel 90% dei casi avvengono solo nei romanzi o nei film fatti apposta per lettori forti.

 Ho quindi resistito eroicamente alla tentazione durante viaggi in treno avanti e indietro per l'Italia, in aereo, persino durante il soggiorno viennese (dove al massimo avrei concesso una possibilità alla biografia di Sissi o Maria Teresa d'Austria se fossi stata abbastanza previdente da procurarmene una), ma ho infine ceduto a un passo dalla fine. 

 L'aereo ha tardato tre quarti d'ora e mi sono ritrovata a leggere "Canada" di Richard Ford che era uno di quei libri che avevo in progetto di assaltare da parecchio tempo (l'altro che era in coda era "Martin Eden", ma sarà per la prossima volta).

 Ovviamente mi sono ficcata nella situazione in cui non volevo trovarmi: pensare di più, girare ancora più attorno agli stessi pensieri. 

Mi è sembrato di finire esattamente lì dove non volevo andare: in mezzo ad un libro che avrebbe potuto darmi degli strumenti per interpretare meglio il mio presente esattamente come in un romanzo abbastanza prevedibile per lettori forti.

 Questa cosa apre due possibilità.

 La prima è che io sia stata effettivamente toccata da una serendipità del destino.

 La seconda è che siamo portati a vedere nei libri ciò che desideriamo disperatamente trovare in quel momento. 

 E' il motivo per il quale ogni lettore, pur leggendo lo stesso romanzo, vede un libro completamente diverso. Ed è sempre lo stesso motivo per il quale, leggendo lo stesso libro in diversi momenti della vita, ci appare ora splendido ora insignificante.

 Il libro esiste come contenuto oggettivo e come oggetto, ma siamo noi a riempirlo delle nostre emozioni.

 In questo caso specifico credo sia stata una fortuita commistione dei due fattori.

 La storia, come è presentata nella quarta di copertina, ci presenta le vicissitudini di un ragazzino, figlio di un'improvvisata coppia di rapinatori di banche.

 Ovviamente le quarte di copertina sono nate per sviarci, come anche, in questo caso, la copertina, che suggerisce una storia assai più contemporanea di quella affrontata nel libro che si svolge all'inizio degli anni '60.

  Il narratore, Dell, è un ormai anziano insegnante canadese di origini statunitensi e racconta il modo in cui a quindici anni abbandonò forzatamente la sua patria e divenne canadese.

 O almeno questo è quello che lui dice di volerci raccontare.

 In realtà almeno per la prima parte si dilunga incredibilmente (e a posteriori anche giustamente) sull'evento che cambiò la sua vita all'improvviso: come fu che due persone incredibilmente normali, un ex aviatore bello e simpatico, e sua moglie, una seria insegnante di origine ebraica, decisero di commettere una rapina.

 Come spesso accade, le motivazioni che portano a compiere gesti devastanti e stupidi al tempo stesso, hanno premesse altrettanto devastanti e stupide.

 Una certa infelicità di fondo dovuta a un matrimonio casuale e insipido, una sensazione di scarsa realizzazione personale da parte di entrambe le parti, e un evento scatenante che col senno del poi avrebbe potuto essere gestito in modo assai più sensato.

 Il senno del poi però è la cosa più inutile del mondo e lo sappiamo tutti.

 Quando perciò la coppia di improvvisati rapinatori viene arrestata e tradotta in carcere, iniziano i guai per i due figli gemelli: il succitato Dell e sua sorella Berner.

 Li aspetta un orfanotrofio del Montana, ma loro decidono altrimenti e ognuno dei due, a quindici anni, prende la sua strada.

 Il romanzo assume quindi una piega picaresca e segue Dell nella sua fuga in Canada, ospite improvviso e improvvisato, di un avvenente americano che vive, per motivi apparentemente incomprensibili, oltre confine. 

 Siamo negli anni '60, ma sembra di essere in un romanzo di Defoe o di Dickens: lo sventurato protagonista alle prese coi rivolgimenti della sorte.

  Da romanzo quasi psicologico diventa di colpo una storia d'avventura ottocentesca, per poi tirare le somme in un finale che non rimette tutto al suo posto, ma cerca di dare un significato a una vita che per lunghi tratti è sembrata essere in balia degli eventi e in altri nelle mani del suo proprietario.

 Cosa ci promettono sorridenti venditori di illusioni del resto?
 Che tutto è davvero sempre nelle nostre mani.
 E cosa piace invece credere a chi non ha la volontà neanche di provare?
 Che tutto è affidato al caso e alla sorte.

 Ma la verità ci dice Ford, sta nel mezzo. 

 Sta nel non perdere mai il senso nel nostro continuo infrangersi tra i flutti del destino, sta nel tenersi saldi anche quando ogni cosa sembra perduta e tentare e credere sempre che si possa riemergere e trarre un insegnamento. 

 Non basta crederci intensamente per avere la vita che vogliamo, ma possiamo lasciarla emergere con pazienza nel caos a cui siamo incessantemente consegnati.

 Un ragazzino di quindici anni poteva prendere molte decisioni. Poteva, come sua sorella, scappare per vivere di comune in matrimonio fallito, oppure poteva ostinarsi verso il suo obiettivo: andare a scuola. E a questo suo obiettivo sacrificare la libertà e anche l'innocenza.

 Non possiamo mai sapere quale prezzo pagheremo per ottenere la vita che vogliamo, ma possiamo comunque ostinarci a rincorrerla. 

Anche perché, dopotutto, non c'è un altro modo onorevole per impiegare le nostre esistenze.

"Credo che quello che vedi sia quasi tutto quello che esiste, come ho insegnato ai miei studenti, e che la vita che riceviamo sia vuota. Così mentre il significato pesa, e molto, questo è il massimo che può fare. Quello che c'è sotto quasi non si vede.
Mia madre disse che avrei avuto migliaia di mattine per svegliarmi e pensare a tutto questo, quando nessuno mi avrebbe detto cosa devo sentire. Ormai sono molte migliaia. Quello che so è che nella vita hai migliori possibilità -di sopravvivere- se sopporti bene le sconfitte, se riesci a subordinare, come indicava Ruskin, a mantenere le proporzioni, a collegare le cose diseguali in un intero che protegga quanto c'è di buono, anche se bisogna riconoscere che spesso il buono non è semplice da trovare. Ci proviamo, come disse mia sorella. Ci proviamo. Noi tutti. Ci proviamo."

martedì 10 dicembre 2019

Primo recap del calendario dell'avvento 2019! Racconti classici di Natale, Inni alle Stelle, fantascienza abruzzese, taccuini e molto altro.

Ed ecco, con qualche giorno di ritardo, il primo post di recap del calendario dell’avvento.


Ho cercato di contenermi nelle descrizioni altrimenti diventava un lenzuolo, ma spero di avervi lanciato i giusti input per comprendere chi potrebbero essere i fortunati destinatari dei vostri pensieri e dei vostri doni.

Bando alle ciance che siamo già al 10  dicembre e qua il tempo corre!

Buona lettura a voi!


INNI ALLE STELLE di Giopota ed. Bao Publishing: 

 Ci sono alcuni autori strombazzatissimi e sponsorizzatissimi. Le grandi promesse che poi all'80% si afflosciano. 

 In parte immagino sia fisiologico (chi promette non sempre alla fine mantiene, può già aver precocemente dato il meglio di sé), in parte ci sia una certa ansia di creare il caso attorno agli esordi.

 Molto meglio forse è essere un autore che parte in sordina, senza tante cerimonie e poi inizia a crescere regolarmente e con una certa meraviglia.
 E’ quello che è successo a Giopota, fumettista siciliano, autore di alcune (pregevoli) autoproduzioni e di un bel libro scritto con Luca Vanzella “Un anno senza te”, in cui raccontava che “significa un ano de amor”.

In questa sua prima opera in solitaria, “Inni alle stelle”, dimostra di possedere un insolito e stupefacente mondo dentro di sé.

 Inni è un giovane che vive in una sorta di medioevo fantastico, in una Spagna sotto l'attacco dei saraceni che cercano di espandere Al-Andalus. 

 Prima di sposarsi vuole partire per vedere il mondo e scoprire se anche dentro di sé  esiste un altrettanto meraviglioso universo. 
 Si imbarca in questo cammino, che ricalca con alcuni accenni (l’incitazione Ultreia!, la conchiglia, il continuo riferimento a un santo) il cammino di Santiago. 

 Si dice che al termine ci sia la tomba del santo, ricca di tesori. Inni parte, al contrario della maggior parte dei viaggiatori, per trovare sé stesso e non la tomba dei tesori. 

 Sul suo cammino l’attendono amici, un quasi amore, strani personaggi umanoidi che si trasformano in uccelli, lotte con djinn comandati dai maghi saraceni, condottieti iberici biondissimi e perfidi, plichi magici e molto altro.

 E’ un viaggio misterico carico di simbolismi che ricorda molto alcune delle opere più ermetiche di Pratt con un tratto che rimanda a Miyazaki. 

 Il livello ovviamente non è quello, ma è di certo una piacevole e meravigliosa sorpresa scoprire che un autore sta di nuovo provando a varcare con una certa consapevolezza, le porte dell’ignoto.
 Un libro che piacerà moltissimo agli amanti del cammino di Santiago, ma in generale potrebbe essere una bella scoperta per i grandi amanti di fumetti che magari storcono il naso davanti a tratti considerati troppo manga (il principe è un chiarissimo riferimento, al limite dell’identicità grafica, de “Il castello errante di Howl”). 
 Straconsigliato con sorpresa e grande piacere!


ALICE DI SOGNO IN SOGNO di Giulio Macaione e Giulia Adragna ed. Bao Publishing:

Le opere di Macaione in passato non mi fanno impazzire. Il tratto è troppo classico e non ha sempre avuto sceneggiatori all’altezza o idee proprio rivoluzionarie. Sono quindi davvero sorpresissima da questa sua enorme e improvvisa evoluzione grafica. 
Forse il fatto che i protagonisti fossero adolescenti, che la storia abbia un tono più fantastico unito a un uso dei colori superiore, ha contribuito a questo passo in avanti davvero incredibile.

 “Alice di sogno in sogno” ha una trama abbastanza classica e non proprio imprevedibile. 

 Ricorda, per molti versi le “Witch”, probabilmente la miglior serie a fumetti per adolescenti prodotta in Italia: in un America da telefilm, in un liceo da telefilm, una ragazzina, Alice, viene malamente bullizzata dalle sue compagne. I genitori minimizzano, la scuola serve quasi a niente, l’unico ad aiutarla è il suo migliore amico che però deve incomprensibilmente sfidare i suoi genitori pur di frequentarla.

 Un segreto nel passato e la capacità di Alice di vagare di sogno in sogno coronano il tutto. 

 La storia, aldilà dei protagonisti adolescenti ha delle ingenuità di sceneggiatura che la targettizzano per un pubblico adolescente MA questo a mio parere non è assolutamente un malus
. Perché non dare agli adolescenti quello che vogliono? Belle storie, ben disegnate, che non hanno per forza intenti pedagogici ansiogeni?

 Il regalo perfetto per la nipotina o il nipotino dagli 11 ai 14 anni a cui non si sa mai cosa regalare se non l’ennesima stupidaggine di Accesorize.


IL TACCUINO DEL LETTORE COMPULSIVO di Carlotta Fiore ed. Gribaudo:

 Persone più pazienti di me, lettori meticolosi e meno irruenti, apprezzeranno sicuramente un’idea come il taccuino del lettore.

 Un piccolo carnet dove annotare impressioni di lettura, citazioni, ricordi. Qui e lì, l’autrice, Carlotta Fiore, lascia qualche idea di lettura o scrittura da seguire.

 Allegate una delle millemila penne o matite gorgeous che si trovano in giro et voilà.


IL LIBRO FUORI CATALOGO:

Il mondo dei libri fuori catalogo è talmente sterminato che anche l’idea di regalare un libro usato può non essere tanto pellegrina.
 Certo, ci sono schifezze editoriali che è bene non vedere mai più, ma tanti fuori catalogo oggettivamente inspiegabili, tante perle del passato mai più ristampate (basti pensare al momento bulimico della fantascienza anni ’60-’70 mai più replicato), ma anche vecchie edizioni che potrebbero sollazzare un collezionista o un lettore particolarmente dedito a uno scrittore o a un genere specifico.

 Molti pescano su ebay, io consiglio maremagnum.it che onestamente e personalmente mi dà un filino di fiducia in più (gusti personalissimi sottolineo).


RACCONTI CLASSICI NATALIZI ITALIANI ed. Graphe edizioni e CentoAutori edizioni:

 Ci sono quei tanti regalucci, regaletti e regalini da fare a Natale che si dissolvono poi in cianfrusaglie inguardabili. 
 Per un prezzo civile potete risolvere la situazione regalando dei racconti di Natale classici. 
 C’è chi dice che il natale come lo conosciamo noi lo abbia inventato Charles Dickens, ma leggendo i racconti proposti da Graphe edizioni (5 o 6 euro cadalibretto) o dalla CentoAutori (8 euro cadalibretto) si nota che una certa atmosfera natalizia esisteva anche senza il buon Charles. 

 Racconti non per forza di buoni sentimenti (quello di Boito è ai limiti dell’horror d’antan) restituiscono l’atmosfera di un’Italia d’epoca, come una cartolina dal passato illuminata tassativamente da candelabri o lampade a petrolio.


FAMMI MALE di Francesca Bertuzzi ed. Mondadori:

Stranissimo libro di fantascienza ambientato incomprensibilmente in Abruzzo, l’ho consigliato perché obiettivamente rimane una chicca per gli appassionati del genere ed è adatto anche come regalo LGBT.

 Per il resto rimane uno strano esperimento in cui gente che vive in Abruzzo (che quindi io immagino parlare con accento abruzzese) si atteggia come se ci trovassimo in un sobborgo di Chicago, accadono cose oggettivamente incomprensibili, la gente muore di morte violenta random e la polizia non indaga mai, il tutto mentre malvagie case farmaceutiche conducono esperimenti fuori dal mondo in un paese oggettivamente inquietante: la Svizzera. 
L’autrice, per motivi che onestamente non ravviso, è una protetta di Lansdale. Lascio qui.


QUESTA NON E’ LA MIA FACCIA di Neil Gaiman ed. Mondadori: 
Cicciuta raccolta di saggi del sommo Neil Gaiman sull’arte della lettura, della scrittura e della costruzione della propria anima.


Regalissimo per chi ama lui, la critica letteraria o ambisce a diventare un grande scrittore (che sognare, ce lo insegna anche Neil, non lo ha ancora vietato nessuno).

Intanto i consigli continuano giornalmente su fb e instagram! Sto riuscendo a tenere il ritmo! I miracoli della disciplina!

domenica 8 dicembre 2019

A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca. Le sardine, la piazza senza impegno e il nesso perduto tra persone, partiti e governi.

 Una domanda si aggira per l'Italia: cosa pensi delle sardine?

 Un tempo mi facevo prendere dall'entusiasmo. 
 Non dipendeva tanto dal fatto che fossi più giovane e credessi nella potenza della piazza, a quello, in un certo senso ci credo ancora. La piazza se ha un obiettivo chiaro è un'arma formidabile, basti pensare alla potenza che ebbe durante l'approvazione delle unioni civili.

 La mia fiducia universale nelle piazze è praticamente collassata quando ho perso gran parte della mia fiducia nei miei amati concittadini.

 A cosa serve la piazza? Epica domanda filosofica a cui non oso dare una risposta e della quale non esiste una risposta univoca.

 Di certo dà voce a chi non ne ha o pensa di non averla. 
 Serve da pressione ai governi, è stata spesso interpretata (male) come vox populi vox dei, serve a comunicare un malessere, a supportare qualcuno, a dare contro a qualcuno, a chiedere verità, diritti, a togliere verità e diritti. Di certo io non ho mai pensato che la piazza in sé fosse per forza buona perché per forza buono non lo è l'essere umano da solo figurati quando si trova in gruppo.

 Ma focalizziamoci sulla piazza sardina. 

 Un tempo la piazza sardina mi avrebbe entusiasmato senza se e senza ma, esattamente come all'università mi gettai, (è il caso di dirlo) a pesce, nell'Onda.

 Ve la ricordate l'Onda?

 L'ultimo movimento universitario di un certo livello e una certa partecipazione che infiammò l'autunno del 2008 prima di infrangersi contro le vacanze di natale e la sessione invernale.

Passai praticamente due/tre mesi sotto la pioggia romana (quanto piovve quell'autunno ancora me lo ricordo, a secchi) a camminare per chilometri e chilometri e chilometri. Si protestava contro la riforma Gelmini, ma in verità si protestava in modo generalizzato contro il sistema, principalmente lavorativo che già percepivamo ci avrebbe fagocitati senza tanti complimenti.

 Si era agli albori della crisi e forse adesso non sarebbe morta con le vacanze di Natale, chi può dirlo.
 Facebook era ancora nella prima fase di espansione, non c'era whatsapp, i fasci già facevano la cinghiamattanza sui liceali accompagnati dai prof in Piazza Navona, ma era un altro mondo comunicativo sicuramente.
 Eppure, ripensandoci, ci si riusciva a organizzare in massa anche senza fare gli eventi su fb, misteri della preistoria.

 Aldilà dello specifico casus belli della riforma e dei tagli, di certo, alla base c'era qualcosa di più, qualcosa che lo dico sinceramente, poteva essere sviluppato e invece si è quasi subito afflosciato su sé stesso.
 Credo interessasse manifestare un malessere diffuso e anche un terrore, quello appunto di un futuro fosco fatto di stage, calci nel sedere, call center e tutta la vita davanti solo se sei figlio di qualcuno. Perlomeno io l'avevo vissuta così.

 Col senno del poi fu probabilmente proprio questa mancanza di progettualità, come si dice freddamente, a uccidere un movimento che sembrava compatto, infiammato, infiammabile e privo, ve lo dico sinceramente, di connotazioni populiste.

 Eravamo giovani, eravamo confusi, ma avevamo ragione. Ma eravamo troppo confusi.
 Dopo il diluvio.

 Quando le piazze si sono riempite seriamente di nuovo sono diventate un movimento che, quando ha provato a tradursi il politica, ha passato l'80% del tempo a gridare che però politica non la stava facendo, finendo poi per farla in modo confuso, forsennato, ingenuo e onestamente privo, a mio parere, di un senso logico.

 E' passata negli anni l'idea che al popolo si adattano le idee semplici, pane ar pane, vino ar vino, mentre invece il popolo merita riflessioni complesse in cui essere coinvolto in prima persona.
 E lo dico da popolo, visto che ricca non sono, non sono mai stata, mai lo sarò, il mio nonno materno il diploma l'ha preso sotto le armi dopo essersi arruolato giovanissimo per sfuggire alla misera, l'altro faceva il muratore e aveva sette figli.

 E' passata l'idea che il popolo fosse in un qualche modo "il buon selvaggio" e dopotutto, visto che io non credo la massa esente da colpe, ci si è adagiato.

 Il mondo è un posto complesso e lasciarsi imbonire da chi dice che pensa al posto tuo e sei libero di non pensare, che anzi, pensare è una questione addirittura riprovevole quando esercitata, beh, era abbastanza semplice.

 Ovviamente non penso le sardine si aggirino da quelle parti. Mi sembrano, sin dai loro fondatori, qualcosa di più complesso, ma, incredibilmente, sembrano non tenerci molto a questa complessità. Non vogliono diventare qualcosa di politico, non vogliono dialogare con i partiti.

 Gli fa onore? Mah, non so, in altri tempi avrei detto di sì, ma adesso a me la piazza senza responsabilità, colpe o meriti, ha stufato.

 Diciamoci la verità. Stare in piazza non è sempre così difficile. L'ho fatto tantissime volte anche io. Le uniche volte in cui stare in piazza è stato difficile è stato in momenti in cui quell'esposizione rischiava di creare una reazione ostile.
 Parlo di aver fatto il gay pride a Treviglio con le madri che coprivano gli occhi ai figli al passaggio di una manifestazione talmente poco trasgressiva che quando c'ero arrivata l'avevo scambiata (ve lo giuro) per un assembramento dello SPI.

 Stare in piazza dà forza, è liberatorio, fa sentire meno soli, uniti, fa sentire che stai facendo qualcosa e in genere, nell'immantinente, lo stai facendo: dai sostegno o esprimi il tuo dissenso in modo fisico. Ma poi. Torni a casa, il pomeriggio è finito, l'entusiasmo scema, bene che va i giornali ne parlano, male che va la questura dice che eravate in 5, e amen.
 Sarebbe tutto giusto e normale se la piazza forte fosse complementare a partiti politici altrettanto o più forti, come era un tempo.

Ma adesso ci sono piazze e movimenti fortissimi a fronte di partiti svuotati.

 E' colpa dei partiti, certo, ma non voglio e sottolineo NON VOGLIO cadere nella trappola facilona che deresponsabilizza da tutto. Perché come le piazze sono fatte da persone, anche i partiti sono fatti da persone. E, miei cari, è INCREDIBILMENTE più semplice stare in piazza che in un partito.

Lo è in termini temporali (un pomeriggio ogni morte di papa a fronte di una riunione di circolo a settimana, riunioni per altri 3000000 di motivi, elezioni, volantinaggi, raccolte fondi, volontariato digitale ecc), lo è anche in termini di responsabilità personale: la piazza non governa, la piazza non propone e se propone non applica, non fa, non si sporca le mani.
 Il movimento che si è fatto partito è andato in crash proprio su questo e da questo crash ancora non si è ripreso.

 Poi lo so, c'è una fetta che al solo pensiero di dover fare qualcosa in prima persona ha le convulsioni, ma c'è anche tanta gente che le maniche se le rimbocca, in tanti tantissimi modi, ma la politica dio mio no. E capisco anche questo. Ma quello che non capisco e non ho mai capito e rischio di non capire mai è, al netto della componente anarchica, abbiamo ben chiaro che le cose le fa e e le decide principalmente chi governa?

Perché a me 'sto rapporto di causa-effetto sembra sia andato in crash svariato tempo fa. Immagino, voglio immaginare, nel momento in cui i partiti massa sono andati depauperandosi, un po' per suicidio politico, un po' perché obiettivamente erano mutati i tempi e i modi.

 Proprio perché come diceva Don Milani "A che serve avere le mani pulite se le tieni in tasca" a me la risposta sardina del non impegno sembra condannare il movimento alla stessa fine dell'Onda. Magari, al contrario dell'Onda almeno avrà il duraturo risultato di evitare all'Emilia Romagna una triste fine in mano leghista, ma si è saggi quando si guarda sul lungo periodo e non sul breve.

 Vorrei essere entusiasta, ma non ci riesco. Come si dice, sono bravi ragazzi, ma forse è il momento di crescere per la mia generazione e qualcosa la dobbiamo fare e seriamente. Lamentarsi e sgobbare, sgobbare e lamentarsi, come facciamo da anni, non serve a niente. Bisogna reagire e FARE qualcosa.

Storia di Leda Colombini e della vocazione
 pedagogica che i grandi partiti di massa
 seppero esercitare in quegli anni
nei confronti della base
 Sul virtuoso e interrotto dialogo tra massa e partiti massa che decenni fa salvò molta gente dalla facile trappola del buon selvaggio che delega il pensiero ad altri, voglio citare a margine una storia che ho colpevolmente scoperto da poco: quella di Leda Colombini.
 Bracciante poverissima dell'Emilia Romagna divenne dirigente di partito e dedicò la sua esistenza prima ai diritti dei braccianti, poi dei disabili e infine dei figli delle detenute. E' morta a 82 anni, al termine di una riunione sulla legge a tutela delle madri detenute con figli.
 A 82 anni.
 Voi dite, è semplice ed emotivo portare questi esempi, ma io dico: dovremmo sentirci persone microscopiche quando li leggiamo, perché ci dimostrano che gli unici responsabili del modo in cui vanno le cose siamo noi. Ma non ci pensiamo, ma ci perdoniamo e lasciamo che tutto proceda ineluttabilmente. 
Perciò per me brave sardine, bene le sardine, benedette sardine, ma non basta. E' ora di fare politica sul serio e anche di rivendicarlo.

Ps. Sottolineo a beneficio di chi non legge tutto lo spiegone che ovviamente non credo la politica si faccia solo nei partiti, ma che non possiamo prescindere dal fatto che è al governo che si decidono le politiche di un paese e questa faccenda da anni sembriamo non avercela presente.

sabato 23 novembre 2019

Piccole recensioni tra amici! Sedaris, Aciman e Zerocalcare: un ni, un NO e un sì!

 Ridendo e scherzando siamo arrivati alla fine di novembre.


  Vuol dire che tempo tre secondi sarà natale e io starò rincorrendo i post per i consigli da darvi fino al 24 notte.


 Smaltisco perciò con questo post un po' di letture di questo ultimo mese che è stato meno proficuo del solito (si va a mesi ahimé)!


Piccole recensioni tra amici, una insomma, una negativa e una positiva, tutte per voi!




CALYPSO di David Sedaris ed. Mondadori:

 Se Sedaris fosse nato trenta e non sessanta anni fa, non sarebbe diventato un scrittore, ma un blogger di successo. O meglio, sarebbe probabilmente diventato un blogger di successo e poi uno scrittore.

 Calypso, una serie di raccontini di vita privata più adatti a un blog che a un libro ne sono la dimostrazione.

 Perché dico questo (consigliandovi comunque il libro che è godibilissimo, magari forse meglio in edizione economica)?

  Perché Sedaris ci racconta una serie di episodi legati alla sua famiglia e alla sua vita con la chiara volontà di rimanere in totale superficie, quindi di non donargli alcuno specifico valore di tipo letterario.
 Io amo da impazzire i memoir, mi piace leggere le vite degli altri perché mi illudo sempre che potendo rintracciare il percorso altrui io possa in qualche modo comprendere e correggere il mio.

 Si tratta poi sempre un’illusione totale visto che talvolta le vite prendono pieghe avverse per dolo personale, ma più spesso per disgrazie difficilmente prevenibili.

 Il libro di Sedaris però non va nella direzione del memoir. Ci racconta del padre anziano che, come molti anziani, rifiuta ogni aiuto e vive in una casa stipata di oggetti. Ci racconta della sorella minore morta suicida e della madre morta di malattia intorno ai sessant’anni. Parla della casa al mare che ha comprato perché lui e i suoi quattro fratelli superstiti potessero incontrarsi ogni tanto.

 Tuttavia, nei racconti quotidiani non emerge mai una volontà di andare più a fondo. Stai leggendo un resoconto e non una storia.

 Si evince drammaticamente nella storia della sorella suicida. Un’anima fragile di cui sappiamo solo che sapeva sperperare denaro, aveva un imprecisato problema mentale e non amava avere contatti coi propri fratelli. En passant, come se dopotutto non fosse davvero importante, ci dice che i genitori, dopo una sua fuga da casa al liceo, l’avevano spedita in una sorta di collegio per ragazzi difficili e lei non lo aveva mai perdonato né a loro né ai fratelli.

 Si erano giustificati dicendo che avevano altri cinque figli a cui badare e Sedaris non racconta altro, non commenta, non riflette.

Ci dà questo assioma nudo e crudo. Ovviamente non credo che non ci abbia riflettuto, ma ha deciso di non condividere col lettore i suoi pensieri. Legittimo, ma tutto rimane nell’assoluta superficie, come quando incontri uno che conosci bene, ma non tanto e ti fa un po’ un recap veloce delle sue disgrazie. Cosa ti lascia? Nulla se non la spiacevole sensazione che forse sarebbe stato meglio non incontrarlo.

 Il libro ovviamente è scritto bene, ma manca quel legame di reciproca fiducia che deve esistere tra uno scrittore e un lettore. Nessuno obbliga lo scrittore a raccontare la sua vita personale, ma nel momento in cui decide di farlo non può dare dei raccontini da blogger di successo.
 Altrimenti, appunto, apri un blog.


CERCAMI di André Aciman ed. Guanda:

Vorrei poter fare una recensione di questo libro, ma è talmente pessimo che non ne ha bisogno.

Avevo amato tantissimo il film che mi aveva profondamente commosso e anche il libro, meno bello e delicato del film, con alcune inutili fronde (tipo la bambina malata), ma comunque ben scritto.
  Mi attendevo molto da questo seguito.
Oscuramente credevo sarebbe stata una versione estesa del finale di “Chiamami col tuo nome”, ossia il pezzo in cui i due protagonisti si incontrano adulti e invecchiati dopo tanti anni.
E INVECE NO.

Il libro, diviso in tre parti, ci racconta tre episodi rispettivamente del padre di Elio, Elio e Oliver.

Immotivatamente la storia inizia con questo lunghissimo, insensato, inutile episodio in cui il padre di Elio (personaggio che appare quasi quale comparsa nel primo libro, degno di memoria solo per il discorso fatto al figlio nel finale) incontra una giovane e avvenente fotografa su un treno per Roma e scoppia la passione. Una roba luuuuuuunga, tedioooooosa, inverosiiiiiiimile. Noiosissima.

 Sono comunque sopravvissuta a questa prima parte eroicamente. 
Mi sono detta: “Vabbeh, magari voleva esplorare un personaggio a lui caro e vicino per età”.

Poi però a metà del libro, ergo a metà della storia di Elio, mi sono arresa. Aveva lo stesso schema della prima: incontro casuale, pasto insieme, verbosità inutile a non finire, noia totale.

Non so cosa abbia spinto Aciman a tentare l’impresa.

 Non voglio pensare siano stati solo i soldi. Anche perché insomma, i soldi non per forza ti spingono a scrivere male. E’ una storia piatta, inutile, che gira su sé stessa, un libro che è davvero pesante leggere e che onestamente non sembra neanche il seguito di “Chiamami col tuo nome”. Cioè se invece di chiamare i personaggi padre di Elio, Elio e Oliver, gli avesse dato altri nomi, non sarebbe cambiato assolutamente nulla.

 Non trovo motivo per consigliarvi questo libro che io stessa ho interrotto a metà.
 Serbate il ricordo del primo libro che è meglio.


LA SCUOLA DI PIZZE IN FACCIA di Zerocalcare ed. Bao Publishing:

 Recensire un libro di Zerocalcare lascia il tempo che trova (nel senso che non sarà certto la mia recensione a convincervi se comprarlo o meno), ma ci tengo comunque a scrivere due righe.

 Il libro è una sorta di miscellanea che mette insieme una serie di storie pubblicate qui e lì negli ultimi anni da Zero.

 Molte le avevo già lette, molte, soprattutto la parte finale dedicata al festival del cinema di Venezia no. Ed è in realtà su questa parte che mi vorrei concentrare.

 Come ho scritto in precedenti recensioni, a mio parere Zerocalcare non regge ancora le storie lunghe. 

Il punto è che in verità non ho proprio capito se lui lo è un narratore da storie lunghe. 

 C’è chi è più portato stilisticamente verso storie brevi e concise e chi, invece, senza l’arco narrativo di 200 pagine non riesce a esprimere ciò che vuole.

 Io rimango convinta che il suo forte siano le storie brevi, anche brevissime e questo libro me lo conferma.
 La parte dei “fumettosi riassunti” dei film visti a Venezia è qualcosa di fantastico, penso di non aver mai riso tanto leggendo un fumetto.

 E’ possibile sia così anche perché, al contrario degli altri argomenti che affronta solitamente, non deve continuamente spiegarsi o scusarsi e quindi la storia rimane quel che è, ossia, divertimento puro.

 Quindi per me è un sì e aspetto caldissimamente una nuova storia lunga, magari con meno patemi personali nel raccontarla.


lunedì 18 novembre 2019

"Come fu che divenni un'archivista", un fumetto di casualità, trattori, professoresse, rivalità e molto altro.

Ed ecco dopo molto lavoro (e l'intera serie di "Pose 2") il nuovo fumetto sul magico mondo degli archivi.

Tutto era partito su una mia vaga idea sulle "leggi di Murphy" in archivio, ma poi quella che doveva essere una paginetta di intro mi ha preso la mano ed ecco qui!

Non mi dilungo troppo! Bando alle ciance!
 "Come fu che divenni un'archivista" (piùomenopercasomanontantopercaso)!








lunedì 11 novembre 2019

Sempre pronti (al peggio). Una riflessione, a base di ricordi, su gruppo, adattamento e sacrificio dopo la lettura di "Sempre pronti" di Vera Brosgol.


 Mi capita di leggere spesso (e oserei dire incredibilmente) nelle biografie dei politici l’aver fatto lo scout come un titolo di merito. Non ne ho mai, onestamente compreso il motivo.

 Non c’è molto di cui vantarsi nell’aver fatto parte di un’organizzazione di origine paramilitare votata al volontariato e alla vita nei boschi, alla quale, di solito, vieni iscritto dai tuoi genitori per stare un po’ all’aria aperta, perché ci vanno tutti o perché comunque è una roba d’ispirazione cattolica (sì lo so esiste il CNGEI,ma non raccontiamocela è l’AGESCI che domina).

 Lo dico con cognizione di causa, ne ho fatto parte per 12 lunghi anni, anche appassionatamente, perché appunto, la parte del volontariato, dei boschi e anche del sentirsi parte di qualcosa è in effetti inebriante. 

 Tuttavia, se mi guardo indietro mi rendo conto che le cose brutte che mi ha lasciato sono assai più numerose e maggiormente marcate a fuoco di quelle belle.

 L’esperienza per quanto brevissima (un unico campo scout) di Vera Brosgol in “Sempre pronti”  ed. Bao Publishing rende bene l’idea di quel che voglio dire.

 Nel libro, l’autrice, figlia di immigrati russi negli USA, insiste mortalmente con la madre per essere spedita ad un campo estivo. 

Tutte le sue amiche ci vanno (a quanto sembra in America è praticamente LA cosa da fare in estate) e ne esistono di diversi tipi (in effetti anche Charlie Brown ci andava sempre).

 Lei, per ragioni economiche e di comunità, viene infine spedita ad un campo scout per figli di immigrati russi.

  E’ inutile che cerchiamo di trovarci un senso perché in Italia: 
1) Non esistono campi scout divisi per etnie/discendenze (OVVIAMENTE) 
2) Non puoi andare ad un campo scout se non hai frequentato da scout per tutto l’anno.

Il titolo originale è "be prepared". Considerando
che uno dei motti base dello scoutismo è, appunto,
"Estote parati", mi stupisce abbiano deciso di
cambiare il titolo in traduzione
 Il motivo è anche comprensibile leggendo il libro di Vera: non puoi essere preso e sbattuto a fare cose di cui non si comprende il senso, dove tutti già si conoscono e dove non viene fatto nessuno sforzo per l’integrazione.
 Tuttavia, questo è solo una parte del problema. 

 Quel che Vera vive durante il campo scout è quel che può accadere (non necessariamente accade, non tutti i gruppi sono uguali, ma quando accade avviene in modo prodigiosamente identico) a chiunque non sia particolarmente portato a unirsi ciecamente a un gruppo.

 Diciamo che molte cose accadono nei gruppi scout, ma, almeno nel mio, non era particolarmente incoraggiato il pensiero critico. 

 Tutto diveniva secondario rispetto all'appartenenza ad un gruppo e, per carità, dal punto di vista sociologico, nell’ottica anche di un eventuale film di fantascienza post-atomica, la cosa ha di certo un senso, ma quando ti ci trovi dentro (e soprattutto non sei in un film di fantascienza post-atomica) non lo ha.

 Ma mi spiego meglio.

 Vera arriva al campo scout. 
 Scopre cose ovvie come il fatto che dovrà dormire in tenda e usare una latrina e cose meno ovvie come “non è il gruppo che deve assorbire te, ma sei tu che devi farti assorbire dal gruppo”. 

 Sembra poco, ma è tutto. Infatti lo zero impegno profuso da chi si conosce già da una vita e frequenta il campo da anni nel farla sentire a suo agio, ha subito i suoi effetti negativi.

 E’ ovvio che una persona estroversa, carismatica e dal carattere socievole riuscirà a integrarsi immediatamente, ma è altrettanto vero che qualcuno un po’ più timido, introverso o con dal carattere particolare farà estremamente più fatica e rischierà la solitudine o l’emarginazione.

Certo, è quel che accade in tutti i gruppi, ma è quel che non dovrebbe accadere in un campo scout.

 La storia è poi costellata da “piccoli” episodi di bullismo: le ragazze più grandi che si approfittano della voglia di Vera di essere integrata impossessandosi dei suoi dolci, le mutande sporche di sangue di una delle ragazze più grandi messe sull’alzabandiera. 

 Cose che, intendiamoci, da un punto di vista darwinista ti preparano alla vita: nessuno sarà sempre gentile con te, meglio che ne prendi atto e ti fai un po’ di muscoli.
 I ragazzini sono cattivi perché gli adulti sono cattivi.

 “Il signore delle mosche” ci ha già vaccinati sull’illusione della naturale bontà scaturita dalla minore età.


 Tuttavia un episodio è significativo e, a mio parere, rappresenta ciò che ho sempre sempre sempre rimproverato e sempre sempre sempre rimprovererò alla mia esperienza scout: il voler minimizzare alcuni episodi di “bullismo” che, se pur possono nascere naturalmente all’interno di un gruppo di ragazzini costretti a stare sempre insieme per venti giorni, non possono in nessun modo essere minimizzati dai capi.

Il minimizzare, il far apparire chi si trova in mezzo come uno che non sa stare al gioco, è il vero problema.

 Accade che Vera e i suoi compagni partano per una gita nei boschi. Si fa sempre. 
 Passi una notte fuori, cucini senza stoviglie (la cucina trapper, molto divertente, incredibile che nessuno sia mai morto mangiando uova cucinate con un fil di ferro passato in mezzo), canti sotto le stelle.

 Tuttavia è anche il momento in cui i più deboli devono fare LA STESSA strada dei più forti portandosi dietro zaini abbastanza pesanti. 
Si ha un bel dire che si va “al passo del più lento”, a me non è mai successo. 
Io sono alta un metro e mezzo, non sono mai stata una silfide e dovevo seguire le falcate di ragazzi alti un metro e ottanta assai più prestanti di me. Per loro era una simpatica passeggiata, io volevo solo morire.

 Nel racconto, un ragazzo particolarmente preso di mira perde una scarpa nella fanga.

 Non riescono a recuperarla e così, sempre in modo molto darwinista, si decide di mettergli una specie di sacchetto intorno al piede e di proseguire. Dopo un po’, lo stesso ragazzo viene attaccato da alcune vespe e punto. Tutti iniziano a prenderlo in giro, compresa Vera che fino a quel momento lo ha compatito.

 Vera si unisce al coro ed è parte di loro. Rinuncia a solidarizzare per farsi accettare.

Non dubito sia una dinamica dei gruppi già abbondantemente studiata, quello che non accetto e non ho mai accettato è che venga presa sottogamba da chi dovrebbe invece vigilare, spiegare e far riflettere. 

 Qualcuno ha azzardato l’ipotesi che di certo la struttura gerarchica scoutistica in qualche modo agevoli tali episodi.

  Questo non so dirlo, ma posso dire di averne visti a iosa di questi episodi, di averne subiti a iosa e di provare ancora a distanza di anni un certo rancore verso chi non fece nulla.
 Episodi che peraltro, da persona più adulta e cambusiera, ho visto accadere e ugualmente prendere sottogamba (ma forse il fatto che i capi fossero quelli che si erano precedentemente accaniti su me e altri può essere una spiegazione della recidiva).

 Per quale motivo decisi di perseverare? Innanzitutto posso dire che, adesso, non ripeterei l’errore, ma posso capire perché all’epoca lo feci.

 E’ sempre descritto molto bene nel libro di Vera Brosgol: a fronte di tante cose molto spiacevoli, ci sono esperienze che è altrimenti difficile vivere. 

 Un grande contatto con la natura, un certo superamento dei propri limiti, dall’uso delle latrine al coraggio di andar per boschi da sole.

 C’è comunque un corollario di momenti preziosi che in qualche modo contribuiscono a renderti la persona che sei, e il gruppo, quando è benevolo, trasmette davvero una sensazione di collettività, di totale comunione con l’altro, difficile da riscontrare in altre situazioni nella vita. 

 Non a caso chi ha vissuto, al mio contrario, un’esperienza completamente positiva, anche da adulto difficilmente si distacca dall’esperienza scoutistica.

 Tuttavia mi sento di dire, come dice anche Vera, molto sinceramente alla fine del libro, quando ha trovato un’amica, ha visto un’alce, ha vissuto un’estate finalmente diversa e assai più costruttiva delle precedenti, che certe dinamiche non sono per tutti.

 Certo, aiuterebbe essere compresi e non minimizzati, aiuterebbe trovare un appoggio e non un “vabbeh dai passerà” oppure “non possiamo fermare tutto il gruppo SOLO perché tu non puoi camminare senza una scarpa”, aiuterebbe diciamo affrontare tutto come se la responsabilità del benessere fosse collettiva e non personale al fine di non turbare la collettività. 

 Un gruppo può anche non tornare indietro per una scarpa, ma ci si può dividere il peso dello zaino, ingegnarsi per rendere meno difficile il cammino a chi è in una condizione di debolezza.

 “Sempre pronti” è un libro molto molto molto onesto sullo scoutismo che consiglio di leggere sia a chi lo ha praticato sia a chi avrebbe voluto e non lo ha fatto o ha figli che vorrebbe iscrivere.

 Non fa terrorismo psicologico e non è L’ESPERIENZA UNIVERSALE, ma è un’esperienza comune a tanti.

 Io tuttora a distanza di anni non comprendo se ci ho più perso, (ho davvero dei ricordi pessimi che avrei potuto risparmiarmi) o più guadagnato (è pur vero che nella vita le brutte esperienze temprano e imparano a gestire conflitti e problematiche in momenti difficili).

 Probabilmente in generale racconta con estrema onestà uno degli innumerevoli episodi che possono rendere anche l’adolescenza più protetta assai difficoltosa.

 Non possiamo sempre schivare il pericolo e anche questo è un grande insegnamento.

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