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sabato 25 luglio 2020

Quando scappi devi correre il più lontano possibile. "La ferrovia sotterranea" di Colson Whitehead, per metà sfolgorante e per metà "corri!".

 Quando ci si decide a leggere una di quelle storie ambientate negli Stati Uniti durante il periodo dello schiavismo, bisogna prepararsi psicologicamente.

 Un po’ come quando ci si avventura nelle storie ambientate durante il nazismo. Sai che stai andando a toccare gli abissi della malvagità e della bassezza umane e che la fiducia in una tendenza fondamentalmente buona e civile dell’umanità sta per subire l’ennesimo duro colpo.

 Eppure sono spesso storie di una bellezza incredibile, probabilmente per dar ragione ad un vecchio adagio di Orson Welles: “Sai che cosa diceva quel tale? In Italia sotto i Borgia, per trent'anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos'hanno prodotto? Gli orologi a cucù.”

 Premettendo che io preferirei gli orologi a cucù, “La ferrovia sotterranea” si aggiunge ai tanti bei libri southern, come l’intera bibliografia di Fannie Flagg (primo su tutti “Pomodori verdi fritti alla fermata di Whistel Shop”, immotivatamente tenuto spesso nella narrativa rosa), “Amatissima” di Tony Morrison, “Il cuore è un cacciatore solitaraio” di Curson McCullers o il bel “La vita segreta delle api”, solo per citarne alcuni.

 La protagonista de “La ferrovia sotterranea” è la giovane Cora. 
 Siamo nella prima metà dell’800 e vive in Georgia, uno degli stati più duri nei confronti delle persone di colore. C’è ancora lo schiavismo ovviamente, si intravede la forte contrapposizione che porterà alla guerra civile americana e gli schiavi non sono neanche considerati persone, ma semplici proprietà del latifondista di turno che decide tutto: se farli vivere o morire, con chi farli sposare, a chi vendere i loro figli.

 Le condizioni di vita variano molto da piantagione a piantagione, anche se sono generalmente pessime. I bianchi hanno il terrore di una qualche rivolta degli schiavi di colore, ormai, in alcuni stati del sud, maggioranza rispetto a loro.

 Eppure gli schiavi non si organizzano (anche perché non è difficile immaginare anche l'ora l'esito di un'eventuale rivolta da parte di un gruppo non armato e difficilmente coeso). Cercano in ogni modo di sopravvivere e di trarre delle piccole gioie da una vita fondamentalmente infernale e molto breve. 

 Ogni tanto qualcuno sogna di scappare negli stati del nord, dove le persone di colore sono trattate in modo non egualitario, ma più civile. Ogni tanto qualcuno ci prova, quasi nessuno ci riesce e chi viene catturato, assieme a chiunque lo abbia aiutato (bianco o di colore che sia) vengono puniti atrocemente.

 La madre di Cora è tra i pochissimi che siano mai riusciti a scappare e che, soprattutto, non siano mai stati riacciuffati da nessun cacciatore di taglie. Forse, qualcuno ipotizza, è arrivata fino in Canada che curiosamente è uno stato che gli statunitensi sembrano sempre disprezzare vagamente eppure, risulta, si comporta spesso ben più civilmente di loro.

 Un giorno un ragazzo della piantagione propone a Cora di fuggire e lei accetta. Inizia da lì un’avventura che all’inizio è sfolgorante poi, per ragioni che sarebbe interessante sapere da Colson Whitehead, ad un certo punto sembra arenarsi.

 Cora infatti scappa attraverso una mitologica ferrovia sotterranea. Una ferrovia segreta completamente interrata dove passano ogni tot treni pronti a portare gli schiavi fuggiaschi verso gli stati del nord.

 Sembra che esistesse effettivamente un sistema di itinerari segreti per favorire la fuga degli schiavi grazie a persone di buona volontà, sia di colore che bianche, ma i documenti al riguardo sono ovviamente pochissimi. Come si legge anche nel libro di Whitehead, chiunque venisse anche solo sospettato di aiutare i fuggitivi rischiava dalla tortura alla morte passando alla distruzione di tutti i propri beni.

 Se la prima parte del libro è davvero sfolgorante, dopo si arena leggermente, soprattutto perché non è chiarissimo come mai Cora commetta nella seconda parte lo stesso identico errore della prima: invece di capire che una fuga è una fuga che rischia di non finire mai e proprio per questo è sempre meglio andare il più lontano possibile, si ferma a oltranza nei luoghi in cui finalmente sente un anelito di libertà, salvo poi essere brutalmente riportata alla realtà.

 Ci può anche stare eh, che, nati e vissuti in condizione di schiavitù il passaggio all’idea che la vita possa essere davvero libera e non una sorta di versione migliore del passato, sia qualcosa difficile da elaborare, ma Cora non sembra mai riflettere davvero su questo suo personale stato di sudditanza psicologica.

 Sembra avere una sorta di risveglio durante la prima parte, quando realizza che in Carolina del sud sì, le persone di colore vengono trattate meglio, ma per essere sottomesse in altri modi, più sottili, ma poi non sembra far tesoro di questa sua condizione.

 Intendiamoci è un gran libro, ma ha pur sempre vinto il Pulitzer quindi credo fosse lecito aspettarsi una tensione narrativa e un finale all’altezza.

 Invece sembra quasi che Whitehead abbia deciso di voler insistere sulla sola brutalità dell’oppressione, che va anche bene, ma stona un po’ nel ritmo narrativo della storia che, proprio come il titolo, sembra un treno lanciato nel buio della notte, ansioso di vedere se non la luce accecante in fondo al tunnel, almeno la fine del tunnel.

 Invece sembra arenarsi su un binario morto e non per sfortuna, ma per lo stesso identico errore che la protagonista compie, sensatamente la prima volta, insensatamente la seconda.

 Bisogna sempre scappare il più lontano, il più lontano possibile e non fermarsi mai a guardare indietro, altrimenti si rischia di rimanere statue di sale, come la storia biblica.

Ed è quello che succede al finale di questo libro. Invece di spingere sull'acceleratore e arrivare alla fine, bella o brutta che fosse, ha preferito rimanere immobile.

In ogni caso, un bel libro, assolutamente da leggere e sono molto curiosa di leggere "I ragazzi della Nickel".

sabato 4 luglio 2020

Piccole recensioni tra amici! "Il dolce domani" di Banana Yoshimoto e "Splendido visto da qui" di Walter Fontana tra Kyoto, satira, fantascienza e mabui

 Ed ecco un nuovo post in questo sonnolento fine settimana di una strana settimana di luglio fatta di una Milano silenziosa e semideserta (che ormai sembra di stare in una città dove tutti sono fuggiti in pieno stile "Decamerone").
 Le biblioteche finalmente hanno ricominciato il prestito e io e il mio portafoglio non è che siamo grati, di più, e almeno questa è una buona notizia. Molto altro da dire in questa estate molto strana e un po' triste non c'è, ma si fa del nostro meglio per tenere il morale alto!

 Intanto vi lascio con due nuove recensioni! Buona lettura!


IL DOLCE DOMANI di Banana Yoshimoto ed. Feltrinelli:

 Sono anni che continuo, ogni estate, visto che i suoi libri escono puntualmente in giugno, a comprare i nuovi titoli di Banana Yoshimoto come atto di fede. 

 So che ormai i tempi di "Kitchen" e "N.P." (il mio preferito in assoluto) sono passati e non torneranno, eppur mi ostino perché anche la delusione viene accompagnata ogni volta da una strana aura rassicurante, molto yoshimotesca a pensarci: comunque vada, esce un libro di una delle mie scrittrici preferite a farmi compagnia. 

 Stavolta, dopo molti anni, finalmente Banana mantiene in parte le sue antiche promesse.

 "Il dolce domani" è una versione di "Moonlight shadow" scritta con maggior maturità.

 In "Moonlight shadow", il racconto contenuto in "Kitchen" che fu la sua allora tesi di laurea, una giovane Banana Yoshimoto, molto anticonformista, amante della vita notturna e in rotta piena col mondo tradizionalista a cui apparteneva anche suo padre, il critico Ryumei Yoshimoto, entrava nel mondo della narrativa con uno stile estremamente fumettoso, all'epoca assai innovativo.

"Il dolce domani" vi farà venire anche molta voglia di andare
nella splendida splendida Kyoto
 Era la storia di una separazione traumatica: c'è una giovane coppia felice, ma lui muore tragicamente in un incidente stradale assieme alla giovane fidanzata del fratello minore. 
I due sopravvissuti cercano di riemergere dal dolore con estrema fatica.
 Era una trama banale scritta in modo sorprendente fresco, doloroso eppure non tragico, estremamente vivido.

 Anche ne "Il dolce domani" c'è un incidente drammatico: Sayoko e il suo fidanzato hanno avuto uno schianto in macchina tornando dalle terme. Lui muore, lei sopravvive nonostante terribili ferite.

 Anche qui lei deve imparare a sopravvivere, o meglio, a vivere di nuovo.

 Ma si vede che Banana Yoshimoto non ha più lo slancio melodrammatico dei vent'anni e le emozioni intense vengono limate in modo quasi soffuso. Sayoko soffre in modo diverso e a cose diverse si aggrappa nel disperato tentativo di venirne fuori. 

 Ed è un esercizio interessante da leggere perché dimostra quanto gli anni ci cambino e diano luce a prospettive diverse. 

 Il tempo ci rende più saggi, più propensi a capire come "lasciar andare". Quando si è molto giovani l'idea di perdere qualcuno è traumatica, impossibile da concepire, impossibile da vivere, com'è giusto che sia, ma quando gli anni passano e il nostro mondo invecchia, capiamo presto che mantenendo un'elevata intensità non saremmo in grado di sopravvivere.

 La bolla in cui vive Sayoko è indispensabile per ricostruire e ritrovare il mabui di cui si parla nel libro. La parte più essenziale di noi, ciò che ci rende noi stessi.
 E' un bel libro, che consiglio e che piacerà, con un tocco di nostalgia, agli amanti storici di Banana.


SPLENDIDO VISTO DA QUI di Walter Fontana ed. Giunti:

La fantascienza è un genere disgraziatamente frequentato negli ultimi anni non ho capito se dagli scrittori italiani, dall'editoria italiana o da entrambi. Si passa da cose estremamente settoriali, ai libri evidentemente per ragazzini alla fantascienza di tipo "satirico".

 "Splendido visto da qui", come anche ad esempio "Il censimento dei radical chic" di Giacomo Papi, curiosamente (ma forse anche no) scritti entrambi da autori tv comici, fanno parte di quest'ultimo genere. 
"Splendido visto da qui" di Walter Fontana

Si prendono delle storture della società odierna e le si porta all'estremo ipotizzando futuri in cui hanno preso il sopravvento in malo modo. Il risultato è che gli spunti sono fantastici, la resa un po' meno.

 Il problema della fantascienza "satirica" infatti è che non sembra aspirare a raccontare una storia compiuta, ma ad evidenziare un tema con una sorta di freccia luminosa: vedi cosa c'è che non va? Lo vedi?

 E tu lo vedi per carità, ma vorresti anche leggere una bella storia, non un'arguta intuizione.

 Al contrario de "Il censimento dei radical chic" che si risolve in modo deludente nella sua eccessiva brevità, "Splendido visto da qui", pur con alcune evidenti contraddizioni di trama, è sicuramente raccontato in modo migliore e più esteso.

 Ci troviamo in un futuro, non lontanissimo, il cui la retrotopia è diventata realtà: le persone vivono in un mondo diviso per decenni. 
Un po' come in Hunger Games sono divisi in regioni a seconda del lavoro, qui sono divisi per decennio.

 Le persone vivono o negli anni '60-'70-'80-'90-'00 inseriti in un contesto da vero e proprio Truman Show: la musica, le notizie, gli oggetti, il cibo, tutto appartiene ad un decennio specifico che, ogni 10 anni, ricomincia da capo.

 In questo contesto, particolare importanza ha il lavoro dello spazzino, incaricato di trovare nella spazzatura, merce di contrabbando che passa da un decennio all'altro. Chi viene scoperto in possesso di una marmellata anni '80 negli anni '60 rischia di essere arrestato, per non parlare dei contrabbandieri in persona.

 Il protagonista è un solerte spazzino che ricorda un po' il protagonista di "1984": è inserito nel sistema e dopotutto non gli spiace, anche se qualcosa, in generale, non gli torna.
 Un giorno lo spazzino trova in un frigo una ragazza scappata da un altro decennio e da lì si dipana una storia di contrabbando e malversazione statale.

 Il libro è molto piacevole, l'ho letto velocemente e ho apprezzato l'idea della nostalgia come trappola anche se esposta qui e lì in modo didascalico.
 Tuttavia sul finale denota il problema di cui parlavo a monte: se fosse stata una storia di fantascienza concepita come tale e nel rispetto del genere, avremmo avuto altre spiegazioni e sarebbe accaduto qualcosa. Qualcosa di grosso intendo. La storia del piccolo ingranaggio che devasta il sistema inceppandosi avrebbe avuto una deflagrazione importante e avrebbe anche trasformato il libro in qualcosa di importante.

 Invece Fontana si accontenta di un finale un po' tanto facilone ('sta mania di iniziare i libri e poi a un certo punto buttarli in caciara deve passare), con un contesto che non viene minimamente sfiorato dalla storia principale. Non veniamo mai a sapere se le persone costrette in questi decenni vivono male o sono felici, se attendono la rivolta o, dopotutto, stanno benissimo come stanno.

 Il dubbio è che non lo sappia nemmeno Fontana e che fosse semplicemente appagato del risultato raggiunto dal suo spazzino. Tutto bene per carità, ma è un po' poco e valeva la pena rischiare e crederci un po' di più. Le potenzialità c'erano, perché sprecarle?

In ogni caso un bel libro, magari, perché no, potrebbe esserci una seconda parte?

domenica 28 giugno 2020

Le recensioni di mezzo. "Le storie del negozio di bambole" di Tsuhara Yasumi, esercizio di stile tra manga, gialli e arte.

 Un giocattolo che ha sempre riscosso su di me un interesse pari allo zero è la bambola.
Anche a distanza di anni la trovo una cosa inquietante

Già da bambina la detestavo, trovavo inquietante l’idea di un bambino che immagina di essere la mamma di un altro bambino e, per quanto l’età adulta mi abbia rassicurato al riguardo su più fronti (l’emulazione delle figure di riferimento blabla) continuo a non trovare appassionante l’esistenza dell’oggetto transazionale per eccellenza.

 Di solito le bambole sono protagoniste di due tipi di storia: quelle per bambini e quelle horror. La cosa, da un certo punto di vista, mi rassicura perché io nelle bambole ho sempre visto un lato assolutamente inquietante e sapere di non essere la sola mi fa sentire meno strana.

 Mi spiace, ma l’idea di un giocattolo che riproduca un essere umano, per giunta in piccolo, per giunto necessitante di cure da un altro essere che neanche sa badare a se stesso, mi era misteriosa e fastidiosa già all’asilo. 

 Non solo non capivo cosa ci fosse di attraente nell’imitare passeggini e pose materne, ma oscuramente lo avvertivo come sospetto. Cosa voleva quell’essere inanimato da me? Perché dovevo nutrirlo e portarlo in giro se, per giunta, non si degnava neanche di dare segni di vita?
"Le storie del negozio di bambola"
di Tsuhara Yasumi ed. Lindau

 Non andava meglio con le Barbie che, ovviamente, mi regalavano. Mi sforzai una volta di cucire un vestito da sposa (perché mia madre amava cucire e pensava che dovessi amarlo anche io) e fu divertente il processo in sé della costruzione dell’abito, ma una volta e mai più e della Barbie anche chissene. 

 Raggiunsi il culmine quando tagliai le trecce perfette di una similbarbie per vedere come stava con un altro taglio. Sgridata epocale, ma almeno la facemmo finita di fingere che mi piacesse quella roba.

 Tuttavia più di altri giocattoli è evidente che tali sentimenti possano essere suscitati solo da un giocattolo dal complesso significato simbolico e dal lontano passato.

 Tale complessità, che cambia radicalmente anche a seconda della cultura di riferimento, si evince da questa bella raccolta di racconti di Tsuhara Yasumi.

 Il filo conduttore delle storie è il negozio per la riparazione di bambole che la protagonista, Mio, ha ereditato dal nonno che è andato beatamente a godersi la pensione in Nuova Zelanda.

 Lei, che ha passato i 30 anni e quindi in Giappone è ormai merce vecchia per il matrimonio, (cosa che non fanno altro che ripeterle lanciandole frecciatine che in Italia finirebbero nel sangue), è stata appena licenziata da un’agenzia pubblicitaria e così decide di lanciarsi nell’impresa.

 Assume quindi un giovane riparatore avvenente che fa strage tra le liceali pronte a sborsare cifre ingenti per gli orsetti usciti dalle sue sante mani e un mysterioso uomo di mezza età dalla grandissima esperienza e il passato oscuro.

 Devo dire che le premesse per un manga in pieno stile Clamp (mi ricordava in principio molto Lawful Drugstore che le disgraziate Clamp non hanno mai terminato, maledette loro) c’erano tutte e un po’ mi spiace che l’autore, che pure viene dal genere horror, non abbia forzato la mano.

Tuttavia è notevole l’esercizio di stile dei racconti, come Tsuhara Yasumi si fosse imposto (cosa che non escludo potrebbe aver fatto) di scrivere una novella per ogni genere letterario: horror, giallo, erotico, colto, slice of life ecc.

 Traspare dai racconti l’incredibile cultura che i giapponesi hanno in materia di bambole e che, probabilmente, ha determinato l’attuale importanza di un altro tipo di bambole a uso erotico o di semplice “compagnia” (ho scoperto l’esistenza delle dutch wife, sorta di raffinatissime bambole a uso sessuale dal nome peculiare). 
"Chobits" 

 Questo mi ha riportato ad altre storie delle Clamp, soprattutto “Chobits”, che vede protagonista una tipologia di bambola che rappresenta un po’ l’ideale dell’uomo giapponese: la ragazza giovane, dolce, pura e incontaminata (al punto che per un particolare di fabbricazione inquietante voluto da suo “padre” non può fare sesso senza resettare la propria memoria). 

 In questo mondo del futuro ci sono anche delle vere e proprie forme di unioni tra esseri umani e bambole prefabbricate. Ovviamente non è l’unico fumetto del panorama manga in cui una bambola umanoide incarna i desideri di perfezione dei personaggi, perciò immagino che sia qualcosa di ricorrente nell’immaginario giapponese.

 Una raccolta originale, ben fatta, che riesce in pieno nella sua variazione sul tema abusato del “giovane ad un punto morto della sua vita eredita negozietto da parente anziano o defunto”. 

 Al punto che mi piacerebbe tantissimo ci fosse un seguito (magari qualcuno che legge in lingua originale mi sa dare lumi in merito).

 Credo che potenzialmente gli spunti siano infiniti e tutti i personaggi meriterebbero di avere un destino compiuto (anche se i lettori di manga sapranno benissimo che l’idea di un finale chiuso sembra proprio fare orrore agli autori giapponesi).

 In ogni caso, lettori amanti del Giappone, è un libro tutto da leggere! 

 Perfetto per le serate estive, tra una fetta d’anguria e un po’ di umeshu venduto a peso d’oro nei negozi di alimentari orientali.

Ps. Un caso da manuale sul confine un po' labile tra infanzia, orrore e bambole, si può trovare nel bellissimo "Vita segreta della bambola solitaria" di Jean Nathan, la biografia della fotografa e scrittrice Dare Wright, poco conosciuta in Italia, famosissima anni fa negli Usa per la serie dedicata alle avventure di una bambola (bambola di proprietà della stessa Wright in un gioco di specchi e di rapporto strettissimo con la madre).

domenica 21 giugno 2020

La vita non è un film. "Lettere a me stessa" di Kabi Nagata, una recensione tra ansia, speranza e viaggi interrotti.

 L’esperienza della lettura è talmente complessa e sfaccettata che anche dopo anni dà la possibilità di provare nuove emozioni. Ad esempio non mi era mai capitato, fino a pochi giorni fa, di essere in ansia per il futuro di un autore.

 Mi è successo con “Lettere a me stessa” di Kabi Nagata, una sorta di memoir a fumetti, scritto in forma di lettere che l’autrice scrive alla sé stessa del futuro.

 Ero davvero entusiasta (so che suona come “sono veramente euforico”, scusate) di leggerlo dopo il bellissimo “La mia prima volta”, nel quale la Nagata raccontava la sua prima esperienza sessuale avuta con una escort lesbica. 

 Detta così sembra una cosa gigatorbida (so che accostare le parole lesbica ed escort in troppi cervelli è fatale ed è sintomo di qualcosa di incredibilmente perverso, ma la realtà, miei cari, è ben diversa da un porno), in realtà a Nagata aveva deciso di far ricorso a questo espediente come extrema ratio.

 Sostanzialmente, ci racconta, fino alla fine delle superiori la sua vita sembrava, tutto sommato, abbastanza normale. Brava studentessa, con specifici interessi e tanti amici, poi con l’università l’inizio dei problemi. 

 La mancanza di punti di riferimento e di una solida struttura che garantisse una precisa scansione del tempo giornaliero e il contatto forzato (e bramato) con coetanei, precipita l’autrice in una spirale di incertezza, ansia e infine vera e propria depressione. 

 Lascia l’università, inizia alcuni lavoretti part-time e l'insostenibile pressione sociale che la travolge viene aggravata dai genitori che non prendono sul serio il suo disagio, ma pensano che caricarla di aspettative e lanciarle frecciatine sia un modo per stimolarla.

 In realtà finisce per scivolare sempre più a fondo tra autolesionismo e disordini alimentari.

 Ad un certo punto, dopo alcuni terribili anni nei quali ha cercato in ogni modo di riemergere dalla disperazione, Kabi Nagata prende una decisione: non ha mai avuto nessuna esperienza né di tipo sentimentale né, ovviamente sessuale. 

 Pensa che questo sia uno dei veri ostacoli alla vita normale alla quale tanto agogna e così prende il coraggio a due mani e prenota una escort.

 Io devo dire che seguivo il suo malessere benissimo. Capivo tutto, a partire dallo spaesamento fortissimo dopo le superiori.

 In molti provano un lungo periodo di spaesamento e anche di tristezza durante i primi mesi o anche anni universitari: hai fatto di tutto per adattarti alla vita scolastica per anni e, quando finalmente ci sguazzi come un pesce nel suo oceano, ecco che vieni bruscamente spostato in un habitat completamente diverso. 

 L’università è maggiore indipendenza, nuove conoscenze, più responsabilità.
 Intendiamoci, tutte cose belle che iniziano a prepararti alla vita vera (quando leggo di universitari che si lamentano della poca meritocrazia durante gli esami provo sempre un moto di tenerezza, per la serie “non sai cosa ti aspetta caro mio”), ma per alcuni possono essere davvero una seria e insostenibile fonte di disagio.

Per Kabi Nagata è stato così, o almeno è quello che si evince dal suo primo libro che, infine, termina con una nota di speranza che lascia al lettore la sensazione che tutto stia andando al suo posto e presto avremo il giusto lieto fine che rassicurerà tutti quanti.

 E qui veniamo a “Lettere a me stessa” che, nell’originale, se ho ben capito, era diviso in due volumi e, infatti, consta di due epiloghi, uno a metà libro e uno alla fine.

"Lettere a me stessa" di Kabi Nagata ed. JPop
Nella prima parte, Kabi Nagata raccoglie i frutti dei suoi sforzi del libro precedente: l’esperienza con l’escort non le ha dato quello che sperava, ossia non ha scoperto improvvisamente le magie dell’amore e dell’eros. 

 Come scrive, il sesso è comunicazione, e lei è totalmente chiusa in sé stessa: deve prima imparare a comunicare per poter intessere un dialogo di corpi così intimo. 

 Tuttavia, dopo anni passati a vaneggiare di voler diventare una mangaka, ha finalmente deciso di raccontare la sua storia riscuotendo un enorme successo che le ha dato abbastanza una tale indipendenza economica da poter decidere di andare via di casa.

 Ovviamente non è così semplice, si intuisce che i 10 lunghi anni di depressione che ha attraversato hanno lasciato dei segni pesantissimi ed è davvero molto fragile. 

Così da lettrice ho iniziato a provare questa inedita sensazione: ero in ansia per l’autrice.

Voltavo le pagine e mi dicevo: dai Kabi, vedi che sta andando tutto per il meglio? Questa è davvero la volta buona!

 Invece, per ogni passo in avanti ce n’era uno indietro. La mazzata per il lettore arriva dopo il primo epilogo. 
 Tu stai lì che l’hai vista finalmente andare a vivere sola, iniziare a tenere un po’ testa ai suoi genitori, persino uscire con una ragazza e baciarla quando braaaaaaaaam tutto collassa.

Nella seconda parte ha un crollo totale e inaspettato che si ripercuote sullo stesso tratto del disegno, ridotto completamente all'essenziale, a tratti tremante e ancor più stilizzato.
 Impossibile non essere investiti dal crollo emotivo, tanto che, scrive, molti lettori, colti alla sprovvista, hanno dato recensioni negative delle nuove lettere (che, in originale, venivano rilasciate man mano). Ma lei, si dice, non può cambiare la storia della sua vita solo per far loro piacere.

 Ed è qui che si svela tutto l’inganno tra lettore e autore in quei libri, complicati da gestire, che sono i memoir.

 Mentre per l’autore la corrispondenza tra vita e scrittura è spesso (non sempre perché in molti casi viene inserito un elemento di romanzamento) identica, per il lettore il passaggio non è invece così immediato. 

 La sensazione predominante è quella di leggere sempre e comunque una storia che rispetterà i canoni della finzione.

Per questo motivo la seconda parte del libro coglie alla sprovvista il lettore. Abituati, da manuale, a seguire un viaggio dell’eroe codificato in un modo assai preciso, eravamo convintissimi di trovarci nella parabola discendente: il peggio è passato, l’esperienza un po’ borderline con la escort le ha dato il giusto slancio per risolvere i suoi numerosi problemi e tutto sta andando al suo posto.

 Ma, come cantavano saggiamente gli Articolo 31, la vita non è un film e neanche un romanzo. 

 Così, per Kabi Nagata, la parabola che stava scendendo risale improvvisamente, inaspettatamente, senza, sembra, neanche un fattore particolarmente scatenante. 

 Ed è a quel punto che il lettore (e da quello che si evince, anche i genitori della protagonista) capisce finalmente quanto abissalmente profondo sia il disagio che ha soverchiato Kabi Nagata cercando con tutte le sue forze di rimanere a galla.

Veniamo spiazzati perché vediamo minare le nostre certezze: andrà tutto bene, si risolverà tutto, il tempo guarisce ogni cosa.

 Sono formule magiche ci ripetiamo, giustamente, tutti i giorni per superare momenti che appaiono difficili o imperscrutabili. Abbiamo bisogno di credere che andrà tutto bene perché altrimenti rischieremmo di rimanere immobili.

 Poi leggi storie come quelle di Kabi Nagata e rimani spiazzato e rimani in ansia, per lei, ma anche per te.

 Perché sai che se lei non risolverà i suoi problemi, se la storia non avrà un lieto fine, allora l’incantesimo avrà subito una bordata di difficile contenimento. 

 Intendiamoci, accade anche nella vita di incontrare persone perse e sperdute, ma quante volte decidiamo di distogliere gli occhi o quante rischiamo di arrabbiarci perché, nonostante tutti i nostri sforzi, proprio non ne vogliono sapere di essere “aggiustate”?

Ma la vita, che pure, ripeto, ha bisogno di quelle formule magiche per vivere, è spesso devastante e ingiusta e Kabi Nagata, con un’onestà cristallina, una lucidità davvero notevole, continua a ricordarcelo, pur persa nei suoi fiumi di lacrime.

 Le cose andranno meglio per lei? A giudicare dalla copertina del suo terzo libro, almeno al momento sembra di no, ma noi lettori non possiamo far altro che crederci e mandarle i nostri migliori auguri perché essere gentili di certo non basterà, ma non potrà mai neanche farle del male.

Vi lascio, bonus track, "Non è un film" degli Articolo 31 che mi frulla in testa da quando ho iniziato a pensare a questo post!




lunedì 15 giugno 2020

Talvolta con le rose è meglio non perderci tempo. "Laura Dean continua a lasciarmi" di Mariko Tamaki tra fluorescent adolescence, il migliore dei mondi possibili e falsi idoli


Abbiamo tutti passato l’adolescenza e post adolescenza a cercare qualcosa del quale sentivamo oscuramente il bisogno o per il quale provavamo un incipiente interesse, ma che, vuoi la provincia, vuoi la geografia, vuoi lo spirito del tempo, non ci era concesso raggiungere.

Io ho passato, ad esempio, parecchie ore dei miei ultimi anni del liceo e dei primi dell’università, alla ricerca di film e libri a tematica lgbt. Posso assicurarvi che si trattava di una faccenda laboriosa anche per una biblioteconoma in erba, naturalmente portata per sviscerare i complicati link di un web ancor meno organizzato dell’attuale.

"Laura Dean continua a lasciarmi" di Mariko Tamaki
(minipancake frutto della mia follia)
Per anni ho scartabellato biblioteche e chiesto in prestito all’hi-fi del paese oscuri film vincitori di altrettanto oscuri premi indie il cui unico pregio era stato quello di farlidoppiare anche in Italia dando la flebile speranza ad alcuni produttori di ricavarne qualcosa (ah, la triste vita di chi non padroneggia le lingue straniere!).

Nulla lasciava presagire quello che è accaduto negli ultimi 10 anni: una valanga di telefilm con personaggi lgbt, film (ancora troppo pochi o troppo tragici in verità, romanzi (idem) e fumetti.

E’ stato come aprire una diga e i ragazzini di adesso, non dico assolutamente riescano a trovare rappresentazioni o materiali lgbt nella stessa misura dei loro coetanei etero, ma ehi, ragazzi, è una valanga in confronto a quello che per anni ho faticosamente estratto qui e lì come pepite nel klondike.

Questo è stato il mio primo pensiero leggendo il nuovo libro di Mariko Tamaki, disegnato da Rosemary Valero-O’Connell: “Laura Dean continua a lasciarmi” ed. Bao Publishing.

Ci troviamo infatti davanti a una storia che anche solo pochi anni fa non sarebbe mai stata raccontata così (e la protagonista lo dice anche ad un certo punto): lei sta con lei che continua a lasciarla.
Non ci sono relazioni clandestine, coming out, genitori che non devono sapere, ostacoli sociali di sorta. La storia non parla di un amore lgbt con tutte le solite conseguenze e correlazioni del caso. La storia parla di un amore che, in questo caso, è tra due ragazze.

Potrebbe essere un sintomo di progresso o di come la carica rivoluzionaria delle relazioni lgbt stia completamente detonando davanti a una società che le sta assimilando nel modo che le è più congeniale (le relazioni omosessuali hanno iniziato ad apparire fortemente accettabili e accettate nella società odierna nel momento in cui i matrimoni gay sono riusciti a connotare nell’istituzione più normalizzante della storia nella percezione comune una componente percepita come promiscua e destabilizzante).

Ai posteri l’ardua sentenza. Ma di certo graphic come questa dismostrano che l’assimilazione si sta svolgendo in modo ineluttabile e incredibilmente meno complessa di quel che ci saremmo aspettati anche solo pochi anni fa.

Mariko Tamaki è una già conosciuta autrice canadese di origine asiatiche che, solitamente, va in coppia con sua cugina Jillian. Insieme hanno prodotto vari titoli dei quali due tradotti in Italia: “E la chiamano estate” e “Skim”.

Pur conservando anche qui un certo tocco rarefatto nella scrittura, si capisce chiaramente il perché stavolta Mariko abbia abbandonato la cugina in favore di una nuova disegnatrice.
Il livello e il tono delle storie sono completamente diversi. Pur trattando tutte le graphic di temi adolescenziali come l’amore, le relazioni con altre persone più o meno adulte (che tendono a comportarsi in modo irresponsabilmente poco adulto coi più giovani ponendoli sul loro stesso piano di maturità), le nuove consapevolezze sentimentali, ma anche sessuali, “Laura Dean continua a lasciarmi”, conserva un tono più leggero.

“Skim” raccontava tra lunghi silenzi, disperati tentativi di accettazione e una certa rassegnazione propria degli adolescenti che pensano la propria adolescenza non finirà mai, dell’innamoramento di una studentessa canadese di origine asiatica per la sua insegnante fricchettona e instabile.

“Laura Dean continua a lasciarmi” mette invece in scena una relazione tra pari, in cui il rapporto prevaricatore da parte di una delle due parti può esserci solo perché l’altra glielo permette.

Non c’è un adulto scarsamente maturo che approfitta di qualcuno del quale dovrebbe prendersi cura, ma due adolescenti che hanno una storia assai tipica, a prescindere dall’orientamento sessuale: come nella storia del piccolo principe”, la protagonista, Frederica, è il giardiniere e la bella Laura che continua a lasciarla è chiaramente la rosa.

Se Saint-Exupery rendeva poetico un rapporto fondamentalmente sbilanciato, le cose sono in verità ben diverse. Frederica infatti è completamente in balia dei capricci di Laura, che sa di essere irresistibile, è consapevole di essere la parte forte della coppia: è lei la più bella, la più desiderata, quella che l’altra dovrebbe considerarsi fortunata a poter frequentare.

Si vede spesso nei telefilm americani (la storia è ambientata in California), la gente che dice: beh tu sei un 60 e x è un 100 intendendo una scala di valori in cui la persona desiderata è assai più bella e intelligente di te, quindi poco da pretendere o da scherzare.

La base di questo squilibrio è la fonte della sofferenza di Frederica che, all’inizio, scopre Laura a tradirla. Laura che l’ha già lasciata varie volte per poi tornare sempre senza troppa fatica. Sa che Frederica si sente fortunata ad averla e non la lascerà mai.

Nel lungo viaggio interiore che Frederica affronterà per capire che l’unico valore di una persona è quello che riesce a darsi, molti personaggi assai queer si affollano attorno alla protagonista. 

Se nelle precedenti graphic i genitori e gli adulti hanno sempre una connotazione negativa e distante, qui sono sì fonte di guai seri (che in Italia avrebbero anche portato alla galera immagino), ma anche riferimenti positivi a cui aggrapparsi.

Il mondo può essere molto incidentato, ma i buoni amici non ti faranno sentire mai solo.

Anzi, come in “Skim”, anche qui la protagonista si rende conto dei suoi errori, della sua vulnerabilità e di quanto sbagliata sia la sua relazione solo specchiandosi in un’altra persona.

Vedendo i propri amici muoversi affannosamente come noi in un mondo che appare una gigantesca ragnatela pronta a imprigionarci, possiamo individuare i nostri nodi, sperare di tagliarli e tornare liberi.

Frederica ce la fa perché ha molte persone che la amano e rendono un amore sbagliato quello che è: un falso amore.

La stessa identica storia avrebbe potuto essere assai diversa e incredibilmente distruttiva, ma è anche qui la morale della storia: sei tu che decidi che qualcuno possa continuare a lasciarti, sei tu che decidi se essere una buona amica o un appuntamento favoloso. Devi avere fiducia e devi darti valore e allora i falsi idoli saranno tutti smascherati, anche se si presentano sotto le sembianze di ragazze dalla bellezza abbagliante.

Aggiungo questo post scriptum necessario oggi. 

Il mondo descritto nel fumetto non è ancora purtroppo la regola: E' letteralmente il migliore dei mondi possibili allo stato attuale. Mentre in California o Canada adolescenti lgbt si lasciano e si prendono alla luce del sole come è giusto che sia a quell'età, purtroppo in altre parti del mondo la situazione è drammatica.
Sarah Hijazi

 Non avrei fatto questo post scriptum che so essere lapalissiano se oggi non fosse arrivata la notizia del suicidio di Sarah Hijazi, una giovane donna di appena trent'anni che qualche anno fa si macchiò dell'incredibile reato di sventolare una bandiera arcobaleno ad un concerto. 

Per questo terribile reato fu arrestata e in carcere subì pesanti violenze prima di trovare rifugio in Canada. Oggi si è uccisa ed è per lei e per chi al mondo non è neanche libero di agitare una bandiera arcobaleno mentre va al concerto del suo gruppo preferito che dobbiamo lottare.

 E ce n'è da fare, anche a casa nostra, dove non riusciamo neanche a far approvare una legge contro l'omotransfobia con la Chiesa cattolica più intransigente e influente che grida alla limitazione della libertà di opinione (perché ovviamente l'omotransfobia per certa gente non è un crimine, ma una legittima opinione). 

Dobbiamo rendere questo mondo migliore per tutt* e che non esista più nessuna Sarah. Anche per questo, lavorare per tirare Zaki, lo studente dell'università di Bologna attualmente imprigionato nelle carceri egiziane, sarebbe un inizio.


giovedì 4 giugno 2020

Piccole recensioni tra amici! Due novità freschissime: "Clara e le ombre" di Andrea Fontana e "Ali d'argento" di Camilla Lackberg

Ed ecco un nuovo Piccole recensioni tra amici con ben due novità freschissime d'uscita.

Cercando illustrazioni anni '80 di biblioteche
su Pinterest ho trovato questa serie di poster con
star anni '80 a favore delle American's Libraries.
Impegnative.
 Purtroppo la mia rinnovata voglia di leggere è frenata da un terribile mostro: le biblioteche di Milano stanno riaprendo solo ora e non hanno decine di migliaia di titoli, rimasti bloccati a causa degli utenti dal caos del covid.

 Mi era venuta una voglia pazza di leggere "L'estate che sciolse ogni cosa", ma visto che sembra la piùomenoeconomica sia in uscita a metà luglio, nell'attesa ho ordinato all'usato "Acqua buia" di Lansdale.

 E' il momento in cui ho voglia di leggere storie del sud degli Stati Uniti: caldo, ingiustizie, ruralità, razzismo, ragazzini coraggiosi che crescono e capiscono come diventare adulti (solitamente in estate, quando fa ancora più caldo).

 A tal proposito, visto anche il tragico momento negli Stati Uniti, ho pensato di scrivere un post a tema (non mi oso a farlo a tema razzismo perché ho paura di dire troppe cose sbagliate con le parole sbagliate).

 Bene, ho cianciato dei fatti miei abbastanza. Buona lettura!

CLARA E LE OMBRE di Andrea Fontana ill. di Claudia Petrazzi ed. Il Castoro:

Ci sono alcuni autori che scrivono chiaramente le storie che vorrebbero leggere.

 "Clara e le ombre" scritto da Andrea Fontana e disegnato benissimo da Claudia Petrazzi è uno di questi.
 E' una storia per ragazzini scritta da chi ragazzino lo fu negli anni '80-'90, cresciuto con un immaginario spettacolare e non più ripetuto (attenzione, non dico irripetibile) di fantasy, fantascienza, una certa dose di ingenuità, ma anche di coraggio nel creare nuovi mondi.

 Un gusto per l'avventura e la voglia di procedere per tentativi che nei calcolatori, perfezionisti e un po' freddi anni digitali si è andato perdendo. Ora, se un film non ha almeno 16 chiavi di lettura, complessità che neanche Freud e citazionismo a ogni angolo, sembra che non si possa far uscire.

 Un immaginario ormai talmente forte a livello collettivo da essere assurto a livello di setting.

"Clara e le ombre" di Andrea Fontana ed. Il Castoro
in una composizione anni '80 by me

 "Clara e le ombre" è un libro per chi amava i "Goonies" e cerca di propinarli con arte e con frode alle nuove generazioni.

 Clara è ragazzina afflitta da una leggera forma di epilessia che si trasferisce col padre da New York a un paesello del Vermont tutto boschi e provincia americana alla Stephen King.

 Non è felice, sua madre è andata via, a scuola la bullizzano e si sente sola al mondo nonostante le buone intenzioni del padre, reo ai suoi occhi di averla trascinata in quel posto sperduto.

 Siamo nel 1988 è ottobre e ovunque spuntano zucche di halloween e alberi rosso sangue.

 Alcuni ragazzini iniziano a svanire e Clara scopre che lei ed alcuni amici riescono a fare delle cose incomprensibili e speciali.

 Se avete visto quel film meraviglioso che è "Un ponte su Terabithia" (preparate pacchi di fazzoletti se non lo avete fatto e trovatelo subito) avrete il dubbio fino al finale che il gioco nella storia sia lo stesso, ma l'autore è stato (probabilmente anche per l'età nel target della storia) ben più clemente.

 E' indubbiamente un fumetto per ragazzi che vale la pena perché riesce a non essere pedante e pedagogico pur affrontando alcuni temi complessi dal bullismo, all'abbandono fino alla violenza domestica.

 Tante ombre circondano Clara e i suoi amici, ma capiranno che la lotta potrà essere vinta solo nel momento in cui accetteranno una verità fondamentale: le ombre non potranno mai essere sconfitte del tutto, ma insieme si può tenerle lontane, confinate nei luoghi oscuri dai quali scaturiscono e in cui rischiamo sempre di impigliarci.

 Il disegno è adattissimo secondo me. Non troppo classico, ma neanche troppo sperimentale (che è una cosa che spesso mi disturba, certe volte ho voglia di leggere un bel fumetto, non di rincorrere lo stile un po' troppo da illustratore di alcuni disegnatori).

 Ora però attendo una storia per adulti sullo stesso tono, sperando che in futuro Andrea Fontana, profondo conoscitore di cinema e fumetto prima ancora di autore, ci stupirà. Io ci conto!


ALI D'ARGENTO di Camilla Lackberg ed. Marsilio:

 In estate do sempre una chance a qualche nuovo giallista.

 Riempio la mia valigia di libri e me ne parto (è l'unico momento in cui vorrei un e-reader anche se so che poi camperei con l'ansia di distruggerlo in spiaggia o negli spostamenti).
 Qualche anno fa mi dedicai a Camilla Lackberg iniziando anche a scrivere un lungo post su come la maternità fosse l'elemento assolutamente focale di tutti i suoi libri. Volevo terminarlo con la scusa della lettura di questo suo nuovo giallo, "Ali d'argento", il secondo della serie dedicata alla bellissima Faye, ma l'autrice ha qui inaspettatamente virato verso altri orizzonti.

 Innanzitutto devo avvisarvi che è abbastanza indispensabile aver letto il primo romanzo della serie.

 Senza, passerete gran parte del tempo come me, a cercare di capire chi è cosa e perché fa quello che sta facendo. Ci sono serie gialle che possono essere lette in modo disordinato ed altre no, qui la consecutio è troppo stringente.

 Detto ciò questa nuova serie è da una parte diversissima, dall'altra molto simile alle avventure di Erica Falck a Fjallbacka che hanno fatto la fortuna della scrittrice.
"Ali d'argento" di Camilla Lackberg ed. Marsilio

 La parte molto simile è la struttura. Esattamente come nella serie primigenia, anche qui l'autrice procede su due piani temporali fino al finale nel quale le sconvolgenti e orribili storie del passato riveleranno le loro devastanti conseguenze nel futuro.

 La parte diversa è il tono molto più cruento e inverosimile. Se la cosa più inverosimile delle storie di Erica Falck era il fatto che tutti i più temibili delitti accadessero nello stesso paese svedese (ma quello è un problema di tasso di mortalità che condivide con qualunque altro giallista, quindi fa perfettamente parte del gioco), qui ci troviamo più dalle parti della Lisbeth di Stieg Larsson.

 Faye è una donna in megacarriera che dirige la Revenge, un'azienda che sta per espandersi negli Stati Uniti. Qui e lì si capisce che nel primo libro si è liberata dalla morsa di un marito violento e manipolatore attualmente in prigione per aver ucciso la loro figlioletta (che invece è viva e in Italia e tu stai lì a pensare che ci sia qualcosa che non va fino a quando Faye non fa una sconcertante rivelazione).

 Nel corso del libro Faye è alle prese con un uomo misterioso che si è lanciato nella scalata alla sua società, un miliardo di conti in sospeso con davvero una marea di persone (tutti nati nel primo libro), una nuova relazione e l'improvvisa evasione dell'ex marito.

 Il libro si fa leggere benissimo, io l'ho finito in un pomeriggio e avevo davvero bisogno di una lettura del genere. Ma soffre, stranamente, di un effetto Muccino al contrario.

 Come Muccino mostra tutti i personaggi femminili come fossero il peggior incubo partorito dalla mente di un uomo, la Lackberg ci regala una sfilza di personaggi maschili che il più pulito c'ha la rogna.

 Di uomini orribili che fanno cose orribili è pieno il mondo per carità eh, ma una concentrazione del genere neanche se li vai a stanare col lanternino.

 Tuttavia, devo dire che, dopo aver letto davvero tanti gialli nordici, mi sono resa conto che per i giallisti scandinavi, uomini e donne nella stessa misura (quindi non si tratta di scrittrici donne e basta anzi, a partire da Stieg Larsson appunto) i temi come l'ascesa dell'estrema destra e a violenza domestica/violenza di genere sono importantissimi.

 Il che porta a una riflessione generale che forse rende anche più comprensibile il tono generale di questo libro che appare ingiustificatamente livoroso: se dovessimo basarci sui gialli i paesi scandinavi dovrebbero essere il posto più retrogrado della terra nell'ambito di rapporto tra i sessi, al contrario sappiamo benissimo che sono un esempio per tutti in tema di parità e uguaglianza.

 Cosa vuol dire?

 Immagino molte cose, tra le quali: i panni sporchi non si lavano in famiglia. Tutto ciò che è orribile va analizzato e decostruito per essere ricostruito in altri termini.
 Non dico che la Lackberg ci riesca o abbia mire così raffinate in questo giallo che non è una delle sue prove migliori (ci sono trovate qui e lì oggettivamente debolucce e una solidarietà femminile che va bene, ma neanche se fossimo in un matriarcato utopico), ma sicuramente aiuta a inserire nel contesto un libro altrimenti ostico da digerire per le cose orribili di cui parla, per il dolore che ci mette davanti, ma anche per la scelta di mostrare solo il male di una parte senza venature di bene.

 Come se dando una speranza temesse di oscurare un mondo terrificante che esiste, ma che troppe troppe volte non vogliamo vedere, rifugiandoci in pensieri ben più consolatori.



Ps. Già che ci sono volevo informarvi che hanno messo I Gremlins su Netflix!
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