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domenica 23 luglio 2023

Le hit dell'estate 2023 parte II! Un'analisi non richiesta delle hit estive passate e spassate tra le radio tra falsi trapper, maestri di canto morenti, nugoli di trapper e amori indiani

Come dicevo nel primo post, per ragioni di lavoro sto ascoltando moltissimo la radio e mi sto facendo una cultura sulle hit estive di quest'anno e ho pensato di condividere i miei pensieri con voi.

Cosa ho dedotto? Sono praticamente TUTTE italiane, il livello è basso, pochi tormentoni, qualcosa di carino qui e lì. Mia opinione eh, ditemi la vostra!

Intanto godetevi la seconda parte!


VATTENE AMORE di TOFU (FIORELLO) e NINA ZILLI:

 Molt3 di voi saranno rimasti immuni all'ascolto di questa perla, ma posso assicurarvi che vale la pena conoscerla.

 A quanto sembra nasce boutade, ma vi giuro sembra una rivisitazione talmente convincente che non fosse stato per la mancanza di E aperte a profusione avrei scambiato Fiorello in versione trapper (Tofu) per Guè Pequeno. 

 Nina Zilli come troppe cantanti quest'anno si dimentica che potrebbe fare una canzone da sola e si presta a fare la vocalist.

 Certo lei ha più scusanti di Emma visto che magari è stanca per la gravidanza e comunque qua si presta a una canzone fake, però insomma una canzone cinquantamila lacrime dopo ce la aspetteremmo.


CI PENSIAMO DOMANI di ANGELINA MANGO: 

Ogni estate ha un* cantante giovane e fresc3 che ci ricorda quanto eravamo ingenui, spensierati e concentrati su cose meravigliosamente futili a quindici anni. 

Ci sono stati Benji e Fede, c'è stata Tecla Insolia, quest'anno tocca alla mia collega di cognome: Angelina Mango figlia del fu Pino.

 La canzone a me piace, senza impegno, e Dolcemetà la ascolta a ripetizione affascinata dal fatto che il cognome (solo quello) le sia familiare.


"BON TON" di DRILLIONAIRE, LAZZA, SFERA EBBASTA, BLANCO:

Come facevo notare nel post precedente, quest'anno i trapper o quello che sono, sono diventati talmente tanti da essere costretti a cantare a mucchi. 

 Il più numeroso è riuscito a sfornare una canzone che indovinate di che parla? Ma ovviamente di una donna malvagia!

 Il testo parla di una relazione tossica in cui onestamente il protagonista sembra avere un problema più con sé stesso che con una donna. Nel senso che lei fa robe randomiche tipo ubriacarsi e incaxxarsi e lui le dice "sembri me, sembravi me, sembri me". No figliolo forse SEI TE.

  Siccome comunque uno dei grandi insegnamenti della trap è che le donne sono sempre e comunque delle falzeh, non può mancare la frase "Poi ti cola il fondotinta perché sei finta".

 Un tempo c'erano le canzoni di drammi post amorosi, mò le canzoni del risentimento sempre e comunque.

"HOLLYWOOD" di IRAMA E RKOMI:

 Irama potrebbe essere chiunque visto che in realtà canta l'autotune. 

 Ogni volta che Rkomi canta invece, un maestro di canto muore.

 Chiaramente miracolato dai tempi e dagli eventi, Rkomi mi fa comunque simpatia perché (forse conscio del miracolo che sta vivendo) se la gode tantissimo e ha sempre quel giusto piglio entusiasta da "Massì finché dura spakkiamo!". 

 Canzone priva di qualsiasi nota, se non il momento Lou Bega inopinatamente vissuto da Rkomi: "sono uscito insieme a Paola, poi Claudia, poi nulla sono sparito di nuovo con Giulia".

 A little bit Monica in my eyes insomma.

 "AMORE INDIANO" di TOMMASO PARADISO e BAUSTELLE:

 A cosa devono sottoporsi i poveri Baustelle pur di farsi passare in radio: duettare con Tommaso Paradiso.

 Mentre gli speaker di RTL cinguettano di quanto sia bravo Tommaso, dimentichi dell'esistenza dei duettanti, è evidente che la canzone cambia completamente faccia e valore a seconda di chi la canta.

 Cantata da Tommaso Paradiso è una sorta di lagna sussurrata dove lo immagini guardare fuori da una finestra coperta di pioggia. Una canzoncina come le altre.

 Quando Bianconi e Rachele Bastreghi riescono a prendersi un minimo di spazio (troppo poco) la canzone diventa splendida, potente e raffinata. 

 Vogliamo la versione coi soli Baustelle (in inverno va benissimo perché non è una canzone estiva).

"LAMBADA" di BOOMDABASH e PAOLA E CHIARA:

Orfani quest’anno per fortuna di Alessandra Amoroso (scusatemi, ma io proprio non amo il tono vocale), dopo aver sfruttato Baby K (che ha partorito anch'essa un nuovo singolo) e Annalisa, quest’anno affidano il ritornello a Paola e Chiara.
 
 Solo che. La canzone non è granché se non appunto il ritornello e Paola e Chiara come artiste ai Boomdabash je danno una pista. 

 Risultato? Si ricorda solo il ritornello di lambada malinconica e niente di quella specie di agitarsi rap salentino attorno. Forse era meglio costruire la canzone solo sul ritornello e lasciarla solo a Paola e Chiara.
 
"OBLADI' OBLADA'" di GHALI, THASUP, CHARLIE CHARLES e FABRI FIBRA:

 Nuovo nugolo di rapper-trapper con una canzone che miracolosamente non se la prende con una donna falzah, ma ha una specie di frecciatina a Marracash che fa tanto dissing.
 Del resto Ghali solitamente fa testi più complessi di "Lei mi ha lasciato nonostante il conto in banca" e lo dimostra anche qui.

 Purtroppo per lui ogni volta che lo sento cantare me lo vedo dare la mano a Beppe Sala. 
 Sindaco ansioso di sembrare vicino ai giovani e di trovare un volto pulito tra le periferie incontra uno dei trapper più beneducati, dalla dizione più pulita e i testi in assoluto migliori anche quando caxxeggiano in neomilanese (“Ti prego non mi uccidere il mood”).

  Peraltro non mi è chiaro perché la canzone non se la canta tutta da solo. Thasup, dirò questa cosa che mi qualificherà sicuramente come un'anziana, onestamente non ho capito perché canta. 
 Non si capisce niente, me lo vendono come un genio, le poche cose che ho sentito sono sempre supermisogine (ma no?), chissà. Qui comunque non tradisce e mantiene la sua pronuncia da re delle mele cotogne.
 Fabri Fibra bissa la presenza in radio, così, pour parler.
 La cosa principale che mi è rimasta impressa è comunque la frase in cui Ghali che sostiene di vivere ancora con la madre. Va bene che a Milano gli affitti sono alti, ma insomma.
 
MALATIA di CICCIO MEROLLA:

 Quest’anno, stranezza delle stranezze, manca la hit ispanica e/o sudamericana

 Nessun Alvaro Soler a far sognare ragazzine (pare si sia sposato), nessuna tamarrata in cui lui vuole matare il nuovo tipo di lei, nessun tradimento che promette di finire male. In compenso, emerge una bellissima hit napoletana dal retrogusto latino che è, a mio parere, una delle canzoni più belle di questa estate.
 
 Si capisce più o meno quanto lo spagnolo (a grandi linee, non tutto), cosa che amplifica la sensazione di esotismo, l’immaginario da salsa in spiaggia circondati da ibiscus e pappagalli c’è tutto, anche se la spiaggia è Acciaroli. Spero abbia successo.
 
"IL PRIMO PASSO SULLA LUNA" di LAURA PAUSINI: 
 
Canzone assolutamente non estiva, chiaramente scritta con un collage di commenti su fb e card social. 

Attacca dicendo che dopotutto è normale non avere le stesse opinioni e poi boh mette insieme frasi da principessa-guerriera tipo “Costantemente dare a chi non ci tiene” “E’ più facile che un sasso diventi piuma o fare il primo passo sulla luna”.
 
 C’è del rancore da pulizia kontatti, ma non si capisce contro chi, contro cosa, perché, ma soprattutto perché a Luglio.
 
RUBAMI LA NOTTE dei PINGUINI TATTICI NUCLEARI: 

Gruppo favorito di sorella YA, a me ricordano principalmente i due anni che ho passato a Bergamo visto che stillano bergamascosità da ogni poro.
 
 Fanno canzoni carine, e mi danno sempre l’idea del gruppo del liceo che inaspettatamente ce l’ha fatta. La canzone è una tipica canzoncina d’amore estiva, ma si capisce che è loro perché molte cose possono mancare nei testi dei Pinguini tattici, ma non il citazionismo. 

 Mi domando tra marche, modi di dire, brand vari ed eventuali, personaggi famosi, cosa capiranno i nostri nipoti di tutto ciò. 
 Li immagino imbattersi in un testo e cercare di fare un’esegesi degna di Dante. Per il resto, mi domando il motivo della perenne presenza della Coca cola nei testi.

E a voi quali piacciono?

Alla terza parte!


mercoledì 5 luglio 2023

Due presentazioni a Roma per "Come fu che organizzai la mia unione civile"! L'8 luglio a Bande de Femmes e il 13 luglio a Villa Ada.

 Continuano le presentazioni del rosaceo tomo (così ribattezzato in onore del mio primo libro "I dolori della giovane libraia" che per la sua vistosa copertina verde era "il verdeggiante tomo"): "Come fu che organizzai la mia unione civile" Asterisco Edizioni.

 Nelle prossime due settimane farò ben 2 tappe romane!

La prima sabato 8 Luglio alle 18:00 a Bande de Femmes (Pigneto) e la seconda giovedì 13 a Villa Ada.






martedì 4 luglio 2023

Le hit dell'estate 2023 parte I! Un'analisi non richiesta delle hit estive passate e spassate tra le radio tra mele cotogne, balere, misoginia, triplette, trapper, duetti lisergici e testi inquietanti

 Quest’anno per motivi di lavoro (motivi liminari: mi aiuta a concentrarmi) sto ascoltando moltissimo la radio. 

 Come molt3 sapranno non c’è periodo migliore per avere un occhio musicale sulla società italiana di quello estivo.

 Canzoni e canzonette ci accompagnano nelle meritate vacanze, sempre più care e sempre più per me all’insegna di un unico pensiero: quando aboliscono gli stabilimenti balneari e ci ridanno il pubblico demanio senza che io debba essere costretta a pagarlo?

 Comunque, data la quantità di canzoni che escono e che ascolto, ho deciso di monitorare testi e canzoni e di commentarli, come una qualsiasi sciura di paese, così almeno quello che penso lo metto nero su bianco. 

Andiamo!

“TAXI SULLA LUNA” di TONY EFFE e EMMA MARRONE:

 E’ in verità questa la canzone che mi ha fatto venire l’idea di commentare quello che ascoltavo. E’, per dirla carinamente, orrenda: nella musica, nel modo in cui viene cantata (se non hai una mela cotogna in bocca non sei un trapper, ThaSup re delle mele cotogne nelle guance), ma soprattutto nel testo.

 Non è che i testi debbano essere educativi e sappiamo che i trapper quando sono in buona hanno un’idea delle donne che è al massimo “Lei è la mia Queen, ha delle belle tette e un bel sedere e io la ricopro di borsette di Gucci e la porto in giro in Lamborghini” e quando è in cattiva (quasi sempre): “Lei è un p*****ana, pensa solo ai soldi (lui no eh), sta con me solo per i soldi, la Lamborghini e le borsette di Gucci”.

 Qui però trascendiamo, visto che lui all’inizio candidamente afferma di mettere “caramelle nel suo drink”.
 Chissà che ci mette questo cattivo ragazzetto nel drink di una che ha appena conosciuto e che manco si ricorda come si chiama (Vanessa? Martina?). Bene che va la stessa droga che ha assunto lui, male che va qualcosa che non la renda presente a sé stessa.

 L’apice della ridicolaggine si raggiunge quando lui si impegna a descrivercela “ha un sedere grosso, gioca bene a Fifa, è piccola”, e irrompe Emma Marrone con un ritornello che appartiene chiaramente a un’altra canzone, storia e scenario visto che parla di baci, alte maree, sole, cuore, amore.

 Perché Emma si sia prestata a fare la vocalist qualunque per una canzonetta trapper rimane un mistero glorioso. Certe volte, bisogna ricordare anche da cantanti, che si merita di meglio.

Ps. La cover del "singolo" è la cosa migliore, peccato non c'entri nulla.

"DISCO PARADISE" di FEDEZ, ARTICOLO 31 e ANNALISA:

Ormai Fedez, come dicono molt3, è più imprenditore che cantante. 

Sepolti i tempi in cui si lamentava che la vita ce l’avesse con lui, ora è passato a canzonette estive dal sicuro impatto, che intendiamoci non è che sia una cosa semplice, se lo fosse, lo farebbero tutt3.

 Cantanti vari ed eventuali si prestano a gorgheggiare con lui perché sono dineri facili e chi siamo noi per giudicarli.

 A me quella con Orietta Berti non era per niente dispiaciuta, sarà che la collego a un’estate felice. 

 Quella dell’anno scorso quasi non pervenuta, quest’anno appena sento Annalisa che attacca con “Ohohohoho” mi sembra di tornare a quando avevo 10 anni e guardavo Sailor Moon

 Diciamoci la verità, sembra, come buona parte delle canzoni di Tommaso Paradiso, una sigla dei bei tempi di Bim Bum Bam. Non è nemmeno un insulto perché le sigle erano fantastiche e danno una pista a molta produzione “seria” attuale, ma non so se per un cantante è un complimento.

“PAZZA MUSICA” di MENGONI ED ELODIE:

La canzone non mi fa impazzire particolarmente, ma apprezzo molto il tentativo di fare del groove, quando il groove adesso è una roba quasi mitologica.

 Invece di canticchiare robine leggere e di facile impatto, Mengoni ed Elodie cercano una via un po’ diversa, consc3 forse del fatto che dopo un po’ se fai sempre le stesse cose che due palle, dopotutto il bello di essere cantanti affermat3 è anche permettersi il lusso di provare a fare una hit senza i 3 o 4 ingredienti alla moda (e poi insomma le mode cambiano, prima o poi ci libereremo pure di questa malefica trap).

 I più originali fino ad adesso e da quello che sento dalle classifiche in radio, è anche stato un tentativo apprezzato.

“FRAGOLE PANNA E CHAMPAGNE” di ACHILLE LAURO e ROSE VILLAIN:

 Non si sa bene cosa sia successo ad Achille Lauro dopo la drammatica debacle dell’Eurovision con San Marino.
 Lo dico seriamente, a parte le ironie col cavallo meccanico, può essere che pensarsi artista internazionale e scoprirsi artista del grande raccordo anulare sia stato un trauma difficile da superare.

 Da quel momento è sparito, ha fatto un tour nei teatri (ma perché? Che senso ha?), e da una canzone oggettivamente bellissima come “Bam bam twist” (secondo me la più bella della tragica estate 2020 che pure a hit stava messa bene), è passato a “Fragole panna e champagne”, una canzonetta proprio canzonetta che serve giusto a dire “Ehi sono ancora vivo”. 

 Si evince un vago accenno ska sul fondo, ma probabilmente il testo da scuole medie pieno di bamboline e caramelle e Rose Villain (una che doveva sfondare 10 anni fa e ora sta cercando di recuperare con la rincorsa, ma non ha né voce né particolare apporto artistico da dare al mondo) che canta di gola e con tutte le E aperte non lo aiutano. Achille torna in te.

"ARANCIATA" di MADAME:

 Credo sia sostanzialmente l’unica donna italiana che questa estate gorgheggia da sola.

 Per il resto solo duetti e voci maschili (sono talmente tanti i cantanti maschi che sono costretti anche a fare dei tripletti, ma di questo parleremo), e la canzone a me piace. 

 Un amore da giovanissimi, ricordi dell'adolescenza. Noi che non sappiamo lui come si chiami, ma conosciamo il nome di quella che dava le feste (Clara). Lui che se ne va. Una storia come tante altre, ma la resa è incredibilmente moderna.

 Secondo me è anche migliorata nel cantare visto che finalmente scandisce le parole e i testi sono davvero interessanti. 

 E’ uno di quei casi in cui è meglio separare l’artista dall’opera perché se la ascolti pensando che non ha ancora capito di non essere una perseguitata, ma che mentire sulla vaccinazione è reato, ti prende male e non ti godi quella che è una produzione artistica in palese crescita.

“LA DISCOTECA ITALIANA” di ROVAZZI e ORIETTA BERTI:

 E’ una boutade, come tutte le canzoni di Rovazzi. Lui ne è perfettamente conscio e questo rende l’operazione credibile e godibile. 

 La canzone è un inno ironico alle balere, e Orietta Berti, (regina di Romagna e di un immaginario fermo agli anni ’60 e per questo per noi tutt3 incantato anche se ormai sono passati 60 anni e tra un po’ non li hanno visti manco i nostri genitori), è assolutamente perfetta. 

 Infatti, bisogna dare a Orietta quello che è di Orietta, è stata lei che, a mollo sulla Costa Crociere durante Sanremo, aveva proposto a Rovazzi un duetto insieme.

 Il risultato è carino, forse meno d’effetto di quello che immagino dovesse sembrare in corso di produzione, ma a me fa simpatia per un motivo principale: Orietta gorgheggia come gorgheggiava mia nonna quando cantava le canzoni della sua gioventù.

 E’ un mondo che sta scomparendo e ci saluta con tutto l’entusiasmo di cui, ci piaccia o no, è stato capace e che forse dico forse dovremmo apprendere prima che sia troppo tardi.

"TILT" di ELISA e LA RAPPRESENTANTE DI LISTA:

 L’unico duetto di due donne è durato un paio di settimane, poi è sparito dalla circolazione. 

 E’ un tentativo vagamente lisergico che funziona solo a metà perché la Rappresentante di lista ha una voce effettivamente lisergica, mentre Elisa ha una voce splendida che però fa più pensare alle fatate rocche carsiche e non convince in queste variazioni. 

 Quindi per metà senti una roba che ti fa viaggiare per il cosmo mentre balli mezz3 ubriach3 e per l’altra metà stai ascoltando una canzone standard di Elisa ed esci dal trip. Peccato.

ITALODISCO dei THE KOLORS:

Per me finora la canzone migliore dell’estate. 

 I The Kolors forse per il nome da diario anni 2000, forse per il loro passaggio (dopo lunga gavetta però) da Maria De Filippi, non vengono mai presi troppo sul serio, eppure fanno belle canzoni.

 Si dedicano al loro mestiere senza svarionare (sì, sto pensando a le Vibrazioni) e fanno la loro musica senza prendere scorciatoie come duetti improbabili, ritornelli vintage e testi solecuoreamore.

 E’ una canzone estiva con tutti i crismi delle canzoni estive: spensierata, graziosa, leggera, ballabile. 

“PARAFULMINI” di ERNIA, BRESH e FABRI FIBRA:

 La sovrappopolazione di rapper, trapper e non si sa bene che altro, uomini è tale che questa estate in molti sono stati costretti a cantare canzoni in tre o quattro. 

Qualcuno dirà che sono tutti BRO io la chiamo saturazione del mercato

 Bresh, come tutte le anziane, non so chi sia, Ernia è quello che un paio di anni fa esprimeva il suo massimo amore dicendo che voleva menare il tipo della sua ex tipa anche perché loro due insieme erano come una finale di non so bene che coppa di calcio (complimentone).

 Fabri Fibra, l’unico vero rapper a mio parere che l’Italia abbia avuto, l’unico che è ancora incaxxato come una iena e che ha sempre giustamente cantato incaxxato come una iena, si presta quasi ogni estate a fare il terzo di un'improbabile canzone.

 In questo caso ovviamente ce l’ha con una tipa che non aveva creduto in lui e ora che ha sfondato è felicissimo di poterle dire: AHA, tipo Bart Simpson. 

 Visto che ha passato i 40 da un pezzo si suppone che queste rivincite da scuole medie debbano essere finite e anche i duetti-tripletti senza un testo degno di questo nome.

“DESTINAZIONE MARE” di TIZIANO FERRO:

Non posso dimenticare che nell’estate del 2009 Tiziano Ferro cantava “Ti do questa notizia in conclusione, notizia è l’anagramma del mio nome” stupendoci sulle possibilità di frasi assurde, ma arzigogolate all’interno di una hit estiva.

 “Destinazione mare” è una canzone evidentemente estiva, da ascoltare in macchina al tramonto quando torni impanato e salsedinato dal mare come una sogliola pronta da mettere in forno.

 Una canzone col tocco vagamente amaro ci vuole tutte le estati, a scanso di competitors, la palma quest’anno è sua.

A presto la seconda parte!

Ps Che gioia scrivere di nuovo un post vecchia maniera!

mercoledì 14 giugno 2023

"Come fu che organizzai la mia unione civile" il 23 Giugno alla Pride Square a Milano!

 Iniziano le presentazioni di "Come fu che organizzai la mia unione civile", ed. Asterisco!

La prima sarà in quel di Milano (la Lombardy alla fine è sempre nella mia vita in qualche modo) alla Pride Square venerdì 23 Giugno alle 17:30!

Vi aspetto per chiacchierare di vestiti da sposa, fedi, matrimonio egualitario, coming out, riferimenti letterari poco rassicuranti, omofobia e tanto altro!








martedì 6 giugno 2023

Annunciazione! Il 15 Giugno esce "Come fu che organizzai la mia unione civile" con Asterisco Edizioni!

 Ed ecco finalmente con l'annuncio che speravo di fare da quasi 3 anni: il 15 Giugno esce per Asterisco edizioni "Come fu che organizzai la mia unione civile"!

Chi segue il blog da anni sa che i fumetti sull'organizzazione della mia unione civile nacquero in modo molto spontaneo (come tutto su questo blog) nel 2018 quando scoprii che nessuno, come al solito, ti dice come fare le cose fondamentali della vita.

 L'aggravante nell'organizzazione di un grande evento che di solito è in mano a personale specializzato e non a gente comune, era nella novité della situazione, che, dopo 7 anni è un po' meno novité, ma manco tanto visto che continuo a parlare con gente ha idee molto confuse sulla questione (e io stessa finora sono stata solo alla mia di unione civile: amicheeeee uniteviiiii).

 Il fumetto, che in realtà a parte pochissime pagine, è completamente inedito e non è un collage dei fumetti già apparsi sul blog.

 Si potrebbe dire che non poteva uscire in un periodo politicamente peggiore con questi simpatici poco sostenitori della causa al governo, ma per fare i romantici e le romantiche, forse le luci brillano di più quando l'ombra si fa più fitta.

 Spero di poter girare molto con questo libro e di raccontarvi fino allo sfinimento come dal lockdown, quando venne sostanzialmente disegnato, sia arrivato fin qui.

 Per il resto, spero che vi piaccia, ci troverete molteplici cose: memoir, coming out, dialoghi surreali con genitori e parenti, uffici comunali confusi, differenze tra istituti giuridici, la storia della legge Cirinnà e mooooolto altro.

 Che dire? Rendetemi facoltosissima e prenotatelo!! 

(Ps. NO su AMAZON non lo troverete per scelta politica della casa editrice che condivido pienamente).




Piccole recensioni tra amici japan edition. Tre romanzi giapponesi di Yoshimoto, Yagisawa e Togawa tra librerie, donne sole, segreti e falsi romanzi di Murakami

  Torno con un piccole recensioni tra amici a tema Giappone.

Ultimamente si traducono parecchi autori giapponesi, ma paradossalmente, a esclusione dei classici, il livello di quando se ne traducevano pochi si è abbassato rispetto a quando arrivavano col contagocce.

 Ora. Mi rendo conto che può sembrare il classico discorso che si fa di più in ambito musicale (e che di solito ODIO) ossia "quando eravamo in pochi a seguire quel musicista o quel genere musicale, le cose erano meglio", ma sostanzialmente è successo proprio questo.

 Dopo anni in cui se andava bene la gente conosceva giusto la più pop Banana Yoshimoto, i più esperti Yukio Mishima, i più undeground Ryu Murakami, adesso la platea di lettori, forse anche per merito del fenomeno Haruki Murakami, si è allargata tantissimo e gli editori traducono storie molto commerciali.

Certo, non si può fare una colpa a una casa editrice se cerca di fare cassa, ma il risultato è che siamo invasi da storie di gatti, cibi caldi, senso della vita, parole giapponesi con cui risolvere l'esistenza (Ikigai e via discorrendo) in una sorta di versione moderna dell'orientalismo.

 L'idea del Giappone e dell'oriente più in generale, come un luogo di trascendenza e meditazione a cui mirare per assurgere a qualche consapevolezza interiore, non è che è dura a morire, è praticamente l'unica idea.

 Le storie che si traducono sono quindi tutte un po' così. Amore per la vita, difficoltà superate scoprendo sé stessi, piccoli grandi miracoli, un po' di animismo, gratitudine, un qualche termine giapponese intraducibile in italiano che dovrebbe aprirci nuovi orizzonti e via discorrendo.

 Onestamente per chi invece apprezzava le storie underground che hanno tradotto per anni forse immaginando un ideale (e non del tutto errato) connubio tra lettori di manga e lettori di narrativa giapponese, è una sorta di catastrofe.

 Di quel vago senso disturbante tipico di molti narratori giapponesi si è persa traccia, del resto se devi rassicurare orde di lettori che bevendo tè verde capiranno cosa hanno sbagliato nella vita, non è che tu li possa turbare.

  Il massimo che si possa avere, ma proprio perché i giapponesi stessi non si tirano mai indietro al riguardo, è un po' di dramma che fa sempre chiedere quale sia il tasso di mortalità in Giappone visto che chiunque è alle prese con una serie interminabile di lutti e tragedie.

  Il mio ovviamente è un discorso generale, so che alcune case editrici continuano a fare un ottimo lavoro, ma il paradosso è che bisogna spulciare i cataloghi, sperando che le sinossi raccontino la verità.

 Questo piccole recensioni tra amici a tema Giappone è nato in modo casuale, con alcune lettore nipponiche che si sono accumulate in quest'ultimo mese. Con due mi è andata male, con una inaspettatamente bene.


LE STRANE STORIE DEL FUKIAGE di Banana Yoshimoto, Feltrinelli:

Mi ostino mi ostino mi ostino a comprare da anni libri di Banana Yoshimoto, malgrado sappia che ne rimarrò delusa. 

Prima il motivo era la nostalgia dell'adolescenza, adesso temo sia la voglia di leggere qualcosa con cui so di andare sul sicuro.

 Dopo una giornata tosta a lavoro ho quindi nuovamente ceduto a "Le strane storie del Fukiage".

 Diciamo che, considerando le storie impalpabili degli ultimi 15 anni, almeno qua c'è stata la voglia di provare a scrivere una trama e un'atmosfera, e non basare tutto su sensazione e gratitudine verso la natura, gli oggetti, le nuvole e qualsiasi oggetto materiale e immateriale della terra.

 Detto ciò la storia, fino quasi al finale di uno stucchevole melenso che la Banana Yoshimoto dei bei tempi che furono avrebbe odiato, è vagamente bizzarra, e non per forza in senso positivo.

 E' infatti una trama di Haruki Murakami standard MA scritta con lo stile di Banana Yoshimoto.

 Ha qualcosa di quegli esercizi letterari tipo: scrivi un testo di Kerouak come se fossi Salinger. Potenzialmente anche una figata, nei fatti una roba abbastanza indefinibile.

 La storia è quella delle giovani gemelle Mimi e Kodachi. Le due vengono da Fukiage, un posto in collina a circa due ore da Tokyo, dove si racconta che esista una porta per un'altra dimensione.

 Quando avevano dodici anni, i genitori hanno avuto un incidente stradale: il padre è morto e la madre è finita in coma, così le due hanno vissuto assieme a due parenti per poi andare a Tokyo a diciotto anni.

 Il romanzo inizia quando Kodachi sparisce dicendo che vuole scoprire un modo per risvegliare la madre perché ha capito che in qualche modo è possibile.

 Mimi, disperata, torna al paese e da lì precipitiamo in un mix molto veloce di tutto quello che contraddistingue un romanzo di Haruki Murakami: gente che parla per enigmi, mondi paralleli, ricchi strani che vivono in case assurde, ragazzine intelligentissime, persino una specie di uomo pecora.

 Leggi e pensi che Banana debba essersi detta che Murakami ha inventato proprio un mondo fighissimo e perché non rubarglielo per farsi un giro? 

 Poi la cosa, che in qualche perverso modo, aveva avuto un qualcosa di intrigante (del tipo: ora capiamo dove va a parare) degenera in poco tempo in una favoletta e lieto fine, vanificando tutto.

 Lo consiglio solo ai veri nippofili perché ha qualcosa di respingente/attraente che contraddistingue gli horror di serie B che vogliono imitare quelli di serie A.


I MIEI GIORNI ALLA LIBRERIA MORISAKI di Satoshi Yagisawa, Feltrinelli:

 Ce l'avevo in sospeso da un po' causa master, ma qualcuno mi ha giustamente chiesto su Fb cosa ne pensassi e l'ho ripreso in mano. Terminato nell'arco di una sera perché alla fine è una specie di novella lunga, una robina incolore, inodore, insapore.

 E' implicato poco cibo, tocca ammetterlo, per il resto è un compendio di tutta l'impalpabilità dei tanti titoli che arrivano in Italia in cui è implicata una delle tre variabili standard "libreria/gatti/cibo".

 In questo caso, come si evince dal titolo, è una libreria dove la protagonista, dopo essere stata mollata dall'oggi al domani da un collega di cui era perdutamente innamorata, si ritrova a vivere.

 La libreria è dello zio, il fratello minore della madre, che dopo una giovinezza da giramondo si era sposato e aveva rilevato l'attività libresca di famiglia, salvo poi essere mollato anche lui dall'oggi al domani dalla moglie.

 Succede tutto quello che vi aspettate: amore per i libri, riscoperta del sé, affetti familiari ecc. Non manca nemmeno il momento dramma del passato a cercare di dare una profondità al tutto.

 E' una storiella proprio così, che forse in una raccolta di racconti avrebbe fatto miglior figura, ma come romanzo non regge anche a causa di uno stile piattissimo. Ampiamente sconsigliato.


RESIDENZA PER SIGNORE SOLE di Togawa Masako, Marsilio (anche nella promozione a 9,90 Feltrinelli):

 Viste le ultime delusioni, non ero molto fiduciosa su "Residenza per signore sole", complice anche il fatto che i gialli giapponesi di solito non mi piacciono (li trovo inutilmente capziosi, iperdettagliati e noiosi ahimé). 

Di ritorno da un matrimonio a Milano e non avevo niente da leggere, (ingenuamente credevo avrei lavorato al pc) e così in stazione ho preso questo che era l'unico titolo giapponese nella promozione dei due a 9,90.

 Ecco, sono stata una vittima dei miei pregiudizi. Il libro mi è piaciuto tantissimo.

 E' forse inesatto dire che si tratta di un vero e proprio giallo, anche se ad un certo punto c'è una sorta di indagine, un bambino scomparso, una chiave che appare e scompare e molti sospetti.

 La storia però, che inizia con un misterioso uomo travestito da donna che muore in un incidente stradale portandosi dietro un grande mistero, si avventura tra i segreti e le vite di un gruppo di donne nubili che abitano una residenza per sole donne a Tokyo.

 La scusa che fa letteralmente riemergere ogni segreto è lo spostamento fisico della residenza (nel senso che viene rialzato il palazzo, miracoli delle fondamenta giapponesi) a causa di una questione urbanistica. 

 Improvvisamente tante delle inquiline temono che i loro segreti, gelosamente custoditi dietro alle porte, vengano a galla perché anche le persone più insospettabili possono nascondere storie inquietanti.

 Scritto davvero bene, l'ho letto d'un fiato. Una lettura ottima, forse penalizzata dal titolo (non so se originale), che non rende l'idea del contenuto. Consigliatissimo.

 

giovedì 13 aprile 2023

Resistere serve a tutto. Tra "Tempi eccitanti" di Naoise Dolan e Aggretsuko una riflessione sulla rabbia che manca e sul livore che ci consuma

 Premetto che questo post farà idealmente coppia con quello che spero di scrivere presto sulla figura di Teresa Noce, madre costituente, partigiana, politica infaticabile, partigiana, che ho scoperto solo di recente e la cui storia è secondo me emblematica e da riscoprire.

 Ho letto recentemente la sua autobiografia e sto cercando un modo per scrivere un post degno, ma è dura perché nella sua vita c'è tanto, mi verrebbe da dire che c'è tutto quello che dovremmo reimparare a immaginare, ma soprattutto A FARE.

 Spero in questi post di riuscire a spiegare quello che mi frulla in testa da quando è iniziata una sorta di crisi di coscienza politica interiore, immagino dovuta a un fatale mix di età e stravolgimenti vissuti in questi ultimi anni tra covid, vita e lavoro.

Ormai un anno fa trovai all’usato un libro che mi intrigava molto, “Tempi eccitanti” di Naoise Dolan ed. Atlantide.

 

Dall’ottimo lavoro dell’ufficio stampa, mi era parso di capire che parlasse della frustrazione dei millennial verso un capitalismo divorante che non riuscivano a combattere, il tutto ambientato a Hong Kong, uno degli epicentri del capitalismo più divorante. 

 Il claim by Zadie Smith prometteva infatti: "Una commedia dei nostri tempi spassosa, tagliente, femminista, marxista e davvero cattiva".

 Con queste ottime premesse, mi sono gettata nella lettura con una certa fiducia e all’inizio, devo dire, le premesse sembravano confermate. 

 Ava è un’insegnante di inglese per ricchissime famiglie cinesi. Malgrado queste famiglie cinesi siano così straricche, a quanto sembra, non spendono però i loro soldi per garantire agli insegnanti (percepiti livello più o meno “autista di Downton Abbey”) uno stipendio tarato sull’esosità del luogo. 

 Quindi Ava si trova ad affrontare uno dei grandi problemi (non sono per niente ironica) del nostro secolo: si lavora, ma quel lavoro non basta neanche a pagare una stanza microscopica in affitto.

 Siccome, a causa dell'estensione di Hong Kong, non si può fare come a Milano e dire alla gente di lavorare per un tozzo di pane e poi affittarsi una casa a 80 km, verso la provincia di Sondrio, o direttamente a Novara in un’altra regione (anche se penso sia critica la situazione degli affitti anche a Novara a causa dell’esistenza del treno per Milano), la nostra non sa come risolvere questo problema.

 Mentre sta lì che viene maltrattata da ragazzini saccenti, fa pensieri che si traducono talvolta in telefonate in Irlanda sulla decadenza del capitalismo e su come una laurea, soprattutto umanistica, ormai non sia più un valido ascensore sociale per le classi meno abbienti. L’unico ascensore sociale che esista ormai è il denaro. Se puoi pagare puoi avere tutti i lavori affascinanti che vuoi, se non puoi pagare non riesci a trovare un letto neanche in uno sgabuzzino.

 Tutto questo mi era sembrato un ottimo inizio. 

 Ah, finalmente non ero la sola ad essere arrabbiata, a notare contraddizioni feroci che, a mio parere, necessitano di altrettanta ferocia nell’affrontarle!

 Poi no. La storia vira verso storie d’amore. La nostra Ava infatti ha la ventura di essere abbastanza avvenente e di innamorarsi di gente abbastanza abbiente, prima un tizio inglese che fa il financial qualcosa, guadagna una barca di denaro in uno di quei lavori manageriali bancari mai abbastanza chiari a chi disgraziatamente non ha un MBA da 100.000 euro, poi di una ragazza cinese piena di soldi, ma che ovviamente non può certo dire ai suoi che ha una relazione con una donna.

 Questa seconda parte, che in realtà copre quasi tutto il libro, è narrata con una dovizia di particolari di cui penso nessuno in particolare sentisse la necessità. 

 Ava si aggira per l’appartamento di lusso del tizio inglese dove è andata a vivere dopo che lui opportunamente è stato trasferito per un periodo a Londra. Dilapida i suoi pochi denari in candele costose, va in giro, fa cose, vede gente.

 Quando l’ho terminato mi sentivo abbastanza irritata. Tutta sta grande indignazione verso un sistema economico oppressivo, alla fine sembrava dissolta da fortuiti incontri. Una specie di versione del nuovo millennio delle popolane che trovavano protezione verso i nobili locali che garantivano loro benessere e una vita migliore, pur stando sempre attenti a tracciare un solco di classe sociale tra di loro.

 Poi dopo un po’ ho realizzato che forse non avrei dovuto attendermi dal libro ciò che il libro non poteva raccontarmi. 

 Alla fine non risulta che nelle stesse condizioni molte persone della mia generazione si comporterebbero in modo diverso. 

 Stiamo sempre lì che un po’ ci lamentiamo, un po’ tiriamo a campare, un po’ diamo la colpa (intendiamoci, per me in larga parte condivisa) a generazioni che si sono mangiate tutto e hanno poi creato condizioni socio-economiche da neoschiavitù distruggendo il lavoro fatto da quelle precedenti. C’è una commistione di alzolamanismo (cosa posso fare io davanti a tutto questo?) e vittimismo (ah, è quello che ci hanno lasciato!) di cui ovviamente comprendo le motivazioni e che però non lascia mai spazio ad una qualche elaborazione successiva.

 Ossia, abbiamo appurato che il sistema che ci hanno mollato non funziona. Cosa possiamo fare per migliorarlo? Questa parte successiva cade sempre nel vuoto.

 Non mi va di scrivere un post in cui magnifico i miei coetanei o compagn* generazionali che hanno combattuto e fatto qualsiasi cosa per resistere. Non mi va perché non voglio utilizzarli come scudo per giustificazioni che mi sono stufata di sentirmi raccontare, ma anche di raccontarmi.

 Brav* loro, ma non basta un piccolo gruppo, per contare e cambiare serve la massa. E la massa dov’è?  La massa, dobbiamo ammetterlo, è con Ava a cercare di sopravvivere, a cercare un senso nelle candele costose, a raccontarsi con livore che la propria istruzione senza il giusto denaro dietro a comprare master in università internazionali forse non garantisce l’ascensore sociale.

 Il senso di tradimento che proviamo verso il futuro si è trasformato in livore e non è riuscito a diventare rabbia.

 Sono anni che ci rimugino, che cerco di capire quale potesse essere la soluzione, politicamente.

  E purtroppo ho capito che senza una reazione di un qualche tipo, un’imposizione, una lotta rabbiosa, di te fanno polpette.

 Capisco che non è un discorso assertivo da fare e che ultimamente dobbiamo essere tutte e tutti estremamente assertivi, che non dobbiamo cedere alle provocazioni e tante altre storie fantastiche, ma diciamocelo, non sta funzionando. E forse non funziona perché la lotta non può prendere quelle strade.

 Immagino che parte di questa mia deduzione provenga dal mio vissuto. 

 Se la comunità Lgbt non fosse lì a combattere tutti i santi giorni per avere diritti, sarebbe schiacciata. Il mio pensiero fisso è che se non combatti tu per i tuoi diritti, non lo farà nessuno al posto tuo. Ed è per questo che mi danno fastidio i vari personaggi famosi che non fanno coming out o pontificano dall’estero: tesoro, tutt* vorremmo avere una vita tranquilla, ma come cantava Bertoli “Non credo alla vita pacifica, non credo al perdono”.

 Fare questo discorso sulla rabbia è mooooolto difficile perché c’è sempre il retropensiero che la rabbia sia pericolosa socialmente, ossia che la rabbia si traduca per forza in violenza. 

Ergo, dire che sei arrabbiata/o è tipo un’autodenuncia sociale: ommioddio è arrabbiato, è capace di tutto.

 Questo è stato in effetti un enorme deterrente perché chissà cosa potremmo fare da arrabbiati, molto meglio che stiamo buoni e compriamo candele mentre vampirizziamo l’affitto di qualcuno che poi quando gli gira ci butta fuori di casa. 

 Ma la rabbia non è solo una forza negativa, uno psicologo utilizzerebbe di certo qualche mito greco per spiegarlo meglio e bene, ma è anche forza generatrice, un sentimento necessario a cui aggrapparci per cavarci da questo impiccio: se si vuole un mutamento radicale bisogna essere radicali, bisogna ammettere delle rinunce, bisogna spendere il proprio tempo libero, bisogna confrontarsi e anche arrabbiarsi sì nel confronto, bisogna scendere in piazza, immaginare, permettersi di pensare che non è tutto inutile, ma è tutto possibile e che resistere non è un sogno, resistere serve a tutto, anche se nella contingenza si ha la sensazione di aver perso.

 Il futuro non è scomparso come noi pensiamo, semplicemente a un certo punto è stato comodo assecondare i nostri foschi pensieri sul fatto che fosse impossibile pensare a un futuro diverso e allora non ci restasse letteralmente che piangere.

 E’ un pensiero potente eh, perché se fai un qualsiasi discorso di cambiamento vieni trattato come il cretino di turno, vieni sminuito, vieni preso per lo scemo che crede nelle favole e probabilmente ci crede perché fondamentalmente è un privilegiato.

 E’ passato il concetto manipolatorio che chi immagina è perché non ha problemi, mentre il discorso è che chi non immagina non vuole problemi.

 Ma una vita senza problemi è la vita che ti viene imposta. Sono lavori qualificati sottopagati, sono contratti precari che però devi prima pensare a quanto è difficile per il padrone pagarti (quindi devi ovviamente pensare col cuore in mano prima a lui che a te stesso, poveretto, tanto te campi d’aria no?), devi pensare alla situazione geopolitica, alla crisi energetica, a tutto, ma non a quello che puoi fare per cambiare.

 I desideri sono secondari, dobbiamo stare buoni, dobbiamo essere bravi, dobbiamo comprare candele, non disturbare e trovare un modo per pagare l’affitto, non  finire per strada e guadagnarci uno specchietto motivazionale su qualche giornale per essere d’esempio: “Faccio 100 km al giorno per lavorare 20 ore a 800 euro e sono FELICE!”.

L’utile servo serve sempre.

Come noterete dalla lunghezza di questo post ci ho rimuginato davvero tanto, ma disgraziatamente da sola perché i luoghi in cui bisognerebbe farlo insieme, sembra non esistano.

 Ho capito che forse era un’idea condivisa e passibile di condivisione qualche settimana fa, mentre guardavo l’ultima stagione di “Aggretsuko”, un anime geniale sul mondo del lavoro in Giappone che spaventosamente ricalca il nostro mondo del lavoro.

Nella quarta serie addirittura si affrontava il tema del demansionamento e del bossing per costringere alle dimissioni. 

 Nella quinta e ultima, la protagonista, una mite orsetta lavatora che sfoga la sua rabbia in sessioni di karaoke metal, viene scelta come candidata nel partito della rabbia.

 La metafora non è neanche suggerita, ma proprio esplicita: una generazione si lamenta che le cose non funzionano, ma poi cosa fa oltre a lamentarsi? Dov’è la loro rabbia?

 E mi sono chiesta, se è così lampante il problema, perché non accettiamo di discuterne?

 Abbiamo un problema con la rabbia generazionale. Dobbiamo accettarla come parte del discorso e motore del cambiamento. Non si cambiano le cose lamentandosi e comprando candele.  

 Bisogna prenderci quello che è nostro, strapparlo come fecero i nostri ormai bisnonni, le cose non si accomoderanno da sole mentre cerchiamo di fare 16 lavori per pagare una stanza e continuiamo a ricevere lettere dell’Inps in cui si dice che andremo in pensione a 77 anni.

 Non si accomoderà niente da solo e al contempo nulla è ineluttabile.

 Quella è solo una fiaba per tenerci buoni, a immaginare, proprio come la protagonista di "Tempi eccitanti", che tutto sommato la vita è bella e che basta trovare la persona con lo stipendio giusto per essere felici e sfruttare gli altri, esattamente come noi veniamo sfruttati, è un modo come un altro per affrontare un problema sistemico. 

 Eppure se ci soffermassimo a pensare più lucidamente, capiremmo da soli che attivarsi è di certo più sensato di star fermi, che subire e alzare le spalle in segno di resa non può essere la risposta e che la risposta può venire solo da noi.

 Ha senso che Ava stia ad Hong Kong a fare la fame fantasticando accademicamente su vaghe teorie marxiste mentre dei ragazzini saccenti mentre la maltrattano?

 Ha senso lavorare per non pagarsi neanche l'affitto? Strappare stipendi che sono come briciole? Fare quattro lavori per mantenersi e dover vivere a 80 km dalla città perché non si hanno i soldi neanche per una stanza?

La nostra vita attuale non meriterebbe forse una crisi di coscienza di portata drammatica.


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