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venerdì 10 aprile 2015

Libri da leggere prima dei 17 (facciamo 18) anni. Passioni, sesso, dolori, incomprensioni e vita tra i banchi che si gustano appieno solo finché sui banchi ci siete ancora e carpite l'attimo!

Circa un annetto e mezzo fa, durante un trasloco che mi esaurì, feci un post sui libri che secondo me andavano letti prima dei trent'anni per sorbirne appieno il fascino e la forza. 

E' ovvio che i buoni libri mantengano la loro bellezza anche se li leggi a settant'anni, tuttavia è altrettanto indubbio che leggerli ad un'età particolare dona loro un'aura che altrimenti ci resterebbe ignota.
 Questa seconda lista di libri che secondo me andrebbero letti prima dei 17 (facciamo 18, ma 17 è un'età più di confine), nasce dalle grida di tutte quelle ragazzine alla ricerca degli inquietanti sick-lit ora di moda. Per sick-lit si intende quella narrativa di cui è esempio sommo attualmente, "Colpa delle stelle" di John Green, in cui il o la protagonista rischiano la morte o generalmente muoiono a causa di un male incurabile. Ovviamente sono giovanissimi. Ovviamente si innamorano perdutamente proprio pochi mesi o giorni prima di morire.
 Si potrebbe dire che la moda romantica di Jacopo Ortis e del giovane Werther, giovani suicidi per una donna (e anche un po' per la patria) sia l'antesignana storica di questo delirio giovanile che aspira ad una morte precoce per rimanere immortale nel suo assoluto. Ma, visto che non mi pare questo filone malaticcio stia sfornando capolavori, potremmo anche dire di no.
 Per invitare i ragazzini e soprattutto le ragazzine (vittime maggiori di quest'ansia da principe azzurro con la flebo o da bella addormentata nell'ospedale) che passano per volontà o per sbaglio per questo blog, a leggere altro, ecco alcuni titoli.

"PORCI CON LE ALI" di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice:
Libro che fece furore ai tempi delle rivolte studentesche, fu scritto da una giovanissima Lidia Ravera e da un po' meno giovane Marco Lombardo Radice ed è scritto con la tecnica dei capitoli alternati: uno lei, uno lui. I due hanno una storia breve e travagliata, fanno le superiori durante il delirio studentesco degli anni '70 e hanno tanti punti in comune con gli adolescenti di adesso, quanti punti non in comune. 
 A parte la questione del coinvolgimento politico che è più frutto di un tratto di una specifica generazione non riproducibile per partito preso su un'altra, ciò che davvero lascia da pensare è il differente rapporto col sesso.
 Celebre l'incipit in cui la ragazzina, Antonia, cerca in tutti i modi di masturbarsi infilando una serie di parole tanto provocanti, quanto insensate dietro le altre, il libro si snoda sulle alterne avventure dei due che, dopo essersi innamorati, fanno un gran casino.
  I ragazzini di adesso metterebbero un it's complicated su facebook, ma difficilmente si lancerebbero nelle loro complicazioni: una festa che degenera in una specie di festino con sesso a casa di un amico, rapporti sessuali con coetanei dello stesso sesso e un gran parlare di sessualità senza particolari taboo tra amici, per lettera e dal vivo.
 Detta così pare "100 colpi di spazzola", in realtà è un libro dolce, ironico, rivelatore. Ricordo che pur non essendo mai stata bigotta (addormentata sì, bigotta no), mi fece una grandissima impressione, mi resi conto che a 17 anni, in un mondo più libero, si potrebbe sperimentare senza essere vittime per forza del pregiudizio e tutti ne trarrebbero gran beneficio.

"SOTTOBANCO"  ed "EX CATTEDRA" di Domenico Starnone: 
Il primissimo libro di questo ormai famosissimo autore campano, "Ex cattedra" è il resoconto di un tranquillo anno scolastico di paura in un liceo classico dove gli alunni sono impegnati a fare tutto ciò che ci si aspetterebbe da loro: si rimorchiano a vicenda, vanno male e bene a scuola, sono secchioni o capre assolute, descrivono sordidi strafalcioni su intonse lavagne. 
 Su tutto gli occhi di un professore ironico che non giudica ciò che non può essere giudicato: nessuna età come l'adolescenza servirebbe a crescere e non a sviluppare le mitiche tre I: inglese, informatica e impresa. Altrimenti si rischia di far confusione e di ritrovarsi in un mondo spietato che misconosce la solidarietà sociale.
 "Sottobanco" è invece il libro da cui è tratto il celebre film "La scuola" con Silvio Orlando. 
 Mi capitò di recitarlo alle superiori, nella parte del preside ignorante (per l'occasione la convertimmo in una preside donna di mezz'età: feci in modo di avere una sesta imbottendo un reggiseno di mia nonna con degli asciugamani), una recita fiume di due ore e mezza anche tre che descrivevano lo scrutinio di una classe alquanto miserabile piena di casi umani, sia tra gli studenti che tra i professori. Dal professore di religione che non si lavava a quello doppiolavorista ("Cirrotta verme") e un po' porco, dalla prof. di storia dell'arte in sciura mood a quello di francese trucido e frustrato. Su tutti aleggia la mitica figura di Cardini, sventurato studente con una situazione familiare pesantissima che si sfoga sublimando il suo dolore nell'imitazione straordinaria di una mosca. Il libro descrive una situazione più organica, assai più simile al film, con la storia d'amore mancata tra i prof. Di tutti il meno riuscito è il film.
 Leggetelo finché vi trovate tra le mura di una scuola superiore. Dopo vi farà un effetto nostalgia che coprirà gran parte delle sfumature e soprattutto, magari capirete cosa si smuove nei cervelli di chi c'è dall'altra parte della barricata.

HERMANN HESSE: 
Probabilmente è un consiglio superfluo visto che non ho mai conosciuto nessuno che abbia letto Hesse dopo la scuola superiore e non prima, ma, nel caso foste in ritardo ve lo ricordo: leggete Hermann Hesse.
  Autore talmente tanto di culto tra i sedicenni da finire suo malgrado citato da Muccino nel "L'ultimo baci"o, quando fa regalare "Siddharta" a un insopportabile Stefano Accorsi da una meravigliosa Martina Stella sedicenne. Lui vede il libro che lei gli ha regalato con ardore e capisce cosa ha davanti: un'adolescente gnocca, ma pur sempre un'adolescente.
 Ciò non vuol dire che il povero Hermann sia esclusivamente materiale per i teenager, ma che, le sue storie, quasi tutte di formazione, quasi tutte su giovani uomini alla ricerca di loro stessi e soprattutto di un posto nel vasto mondo, è di certo una di quelle bibliografie a cui non si può rinunciare al liceo.
 I motivi sono tanti. Per prima cosa ha finalmente un linguaggio un filino più complesso che vi aiuterà ad uscire da un mondo di sintassi senza subordinate e coordinate, facendovi crescere come lettori. In secundis è difficile capire e immedesimarsi negli ardori estremi narrati dal buon Hesse quando ormai hai, non dico tanto, dieci anni di più. "Narciso e Boccadoro", "Demian", "Gertrud", sono personaggi che diventano vivi quanto più sentiamo di poter essere vivi noi. E nonostante tutti gli sforzi, non esisterà mai più un'epoca tanto passionale nella nostra vita.

"NORWEGIAN WOOD" di Haruki Murakami: 
La locandina del film
Non è un libro solo per adolescenti, ma quando lo lessi da adolescente mi segnò tantissimo.
 E' quel che ci vuole quando pensate di essere dei sedicenni poco svegli, quando, dopotutto, pensate che vi state perdendo qualcosa, ma non capite cosa. Tutti sembrano divertirsi così tanto più di voi, essere così tanto più al loro posto, più giusti, più sciolti, più avanti, cos'avete che non va?
 Questo libro non ve lo spiega, ma vi spiega che al mondo esistono tante persone che si sentono così e non per questo sono peggiori delle altre, o meglio, non per questo gli altri non sono migliori di voi. 
 L'adolescenza è un'età senza tempo, in cui tutto sembra possa segnarci in modo fondamentale, tanto che una figuraccia è vissuta come una tragedia, la fine di un amore come la fine di tutto (ok, il fatto che molti adulti lo pensino non gioca a loro favore, non si sono accorti ad un certo punto che dovevano crescere), la fine di un sogno come il termine delle speranze. Ed è vero, ci segna, ma come ce ne accorgiamo solo quando siamo adulti. 
Una celebre frase di Aldo Busi recita, "Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovane?", lo scrittore si rispondeva "Niente". Questo libro vi risponderà che forse rimane qualcosa. Voi stessi.

I GRANDI CLASSICI:
 "Il giovane Holden", "I dolori del giovane Werther", "Le ultime lettere di Jacopo Ortis", "La strada" di Kerouac. Questi sono alcuni dei titoli che magari vi propinano a scuole e voi state lì lì per tagliarvi le vene alla sola idea di dedicargli due o tre ore della vostra vita. 
 State calmi, il sordido professore davanti a voi non vi sta fustigando con malvagità, vi sta magari offrendo un'occasione irripetibile per immergervi con cognizione di causa in un classico che letto vent'anni dopo potrebbe aver perso parte del suo sapore. Non sto dicendo che vi piaceranno, ma solo che potrebbero piacervi.
 Es. Ho amato tantissimo "Il giovane Holden" e per niente "La strada" (che lessi caldamente caldeggiata da un gruppo di aspiranti bohemienne del mio liceo).

Prima che qualcuno eventualmente gridi "Ma guarda che non ci conosci! Noi adolescenti non siamo tutti dei decerebrati!" col tono indignato che immagino avrebbe la mia sorella young adult, sappiate che ovviamente non mi riferisco alle giovani menti che leggono già cose migliori, ma quelle di cui ho parlato nell'intro.

E voi che ne pensate? Ne suggerireste altri? Ne toglieresti alcuni?

martedì 7 aprile 2015

Dove eravate tutti? L'adolescenza che non viene raccontata nelle storie precofenzionate degli esordienti italiani, l'atroce dubbio e qualcuno che finalmente risponde. La recensione di "Comunque vada non importa" di Eleonora Caruso.

 La mia adolescenza, a tratti piuttosto funesta, come quella della maggior parte delle persone che non mostrano tratti particolarmente vincenti nella società dello splendore, ha avuto uno spartiacque più o meno all'età di sedici anni.
Tipico sfigato nell'esercizio delle su funzioni. Facilmente
identificabile grazie all'immancabile zaino fuori moda.
 Cicciotta e moderatamente sfigata, in fase asessuale (Chi sono?Dove sono?Perché sono?) piena nonostante i capelli a spazzola e dei vestiti discutibilissimi che prevedevano pantaloni coi tasconi e strane polo (dall'università in poi tale abbigliamento è stato abolito) venivo vessata senza tanti complimenti da quelli che erano i miei "amici" del gruppo scout. 

 Siccome l'attitude della vittima che subisce in silenzio non ce l'ho mai avuta, a un certo punto, verso i quindici anni e mezzo un pomeriggio mandai tutti a quel paese e decisi di rifarmi una vita. A sedici anni, insomma, ne hai tutto il tempo e il modo, se ti va.

 Fortunatamente per me avevo una sorta di telo di salvataggio, ossia un gruppo di teatro che frequentavo con grande fervore al liceo, formato da un gruppo di sfigati degno di Glee.

 Ora, perché alle superiori venga considerato vergognoso e disprezzabile darsi alla nobile arte della recitazione io non lo so, magari le cose sono cambiate, ma all'epoca fare uno spettacolo di fine anno in costume veniva considerato uno stigma sociale da evitare accuratamente (a parte negli ultimi giorni di scuola quando venivi giustificato ad assentarti nelle sonnolente ore di indefesse interrogazioni per le prove generali).

 In realtà il gruppo di teatro non era per niente formato da sfigati, anzi, scoprii che oltre le vessazioni degli scout c'era molto di più e quel più era per me rappresentato principalmente dall'amica che, nel pomeriggio in cui avevo deciso di rifarmi una vita, mi disse "No preocc, ti porto con me". E mi ci portò sul serio, inserendomi seduta stante nel suo consesso di amicizie fricchettone dedite al veganesimo precoce assai più che alle canne.

 Da allora la mia adolescenza divenne assai più colorata, divertente, migliore.

 Quello fu un episodio che pose uno spartiacque fondamentale, mi resi conto che al mondo potevano esistere gruppi di persone diversissime tra loro, che l'ignoto è alla stessa portata del noto se si fa solo uno sforzo per vederlo.

In questi giorni ho finito di leggere "Comunque vada non importa" di Eleonora Caruso Indiana edizioni, esordio ormai attempato (è del 2012) di una giovane autrice che si è fatta le ossa a suon di fanfiction e che, basandomi sulla datazione dei cartoni animati nominati, dovrebbe avere tra i 25 e i 30 anni.

 Dunque, raramente leggo esordienti, non per snobismo, ma perché prima di concedere il mio tempo a qualcuno che nessuno ha mai conosciuto, tendenzialmente preferisco che qualcuno ne abbia un'idea prima di me. Gli esordienti italiani hanno poi secondo me un grande difetto comune; raccontano solo ciò che si vede.

 Mi spiego meglio. Le storie raccontate dalla maggior parte dei libri italiani che escono quotidianamente, si somigliano un po' tutte. 

 Se non sono storie d'amore abbastanza lineari, sono storie di malattia abbastanza lineari, se non c'è il classico dodicenne con famiglia disadattata che ci fa vedere com'è fatto il mondo dal suo punto di vista, c'è la rievocazione storica degli anni '70 (ci avevo fatto anche un post al riguardo).

 Dagli esordienti io mi aspetto che esordiscano in effetti, che mi sbalordiscano e a questo punto neanche eccessivamente. 

 Forse ormai mi aspetto che mi mostrino dov'è finita la realtà.

  Quello che mi viene da dire infatti quando leggo le quarte di copertina di esordienti italiani che renderemo dopo poche settimane (secondo i post che leggo su internet, impedendo loro di vendere, secondo me, proprio perché invece non stanno vendendo) è: dove siamo finiti tutti?

 Perché se la letteratura è anche ritrovarsi tra le righe di un libro, ebbene, io in mezzo a trame per la maggior parte artificiose e pretenziose (mi riferisco ovviamente ai libri che formalmente almeno sono scritti decentemente) non mi ci ritrovo per niente.

Mi dicevano che avrei avuto voglia di rivedere Evangelion dopo
aver letto questo libro. Confermo.
 Il libro di Eleonora Caruso esce finalmente da questa logica perversa. 

 Non ha una trama stupefacente (non ha trama in realtà), ma almeno è originale. 

 Mi ha fatto ricordare tutto quel periodo della mia adolescenza a base di cartoni animati su Mtv, vhs di Evangelion ostinatamente registrati nonostante le rimostranze paterne, gite in fumetteria, notti passate a dormire dall'amica sovracitata nei ricordi immaginando le milioni di cose che sarebbero successe nella nostra fantasmagorica vita.

 Mi ha mostrato che non avevo avuto le allucinazioni, qualcuno, oltre Zerocalcare, aveva avuto la mia stessa adolescenza.

 La storia della Caruso ha per protagonista Darla, una sorta di hikikomori, che passa il suo tempo in casa ad avercela con tutto il mondo, dal fratello al padre, dalla madre defunta alla sua ex migliore amica. Nichilista moderna, non ha né una vera misura dello stato in cui la riduce il suo malessere, né una vera idea del perché si senta così.

 Non studia davvero, non ha mai lavorato e considera suo fratello Andrea, gay, fidanzato con uno studente di lettere antiche di rara bellezza e malato di bulimia, la metà complementare della sua giovane e abulica vita, tanto che il cambiamento si innesca in lei solo nel momento in cui lui (che non appare mai realmente nella storia) verrà ricoverato in un centro.

 Sola per la prima volta in vita sua, tenta maldestrissime mosse di riordino della propria esistenza, non azzecandone neanche una.

 La storia, che, a mio parere perde un po' di tensione e di smalto nel climax finale (troppe disgrazie tutte insieme) ha però dei grandi pregi:

1) E' talmente infarcita di riferimenti generazionali che se siete nati negli anni '80-inizio anni '90 vi sarà impossibile non innescare una ruota di ricordi che Radio Nostalgia al confronto è roba da principianti (se  eravate dei nerd in erba l'effetto sarà decuplo) e, come ormai avrete capito, uno dei grandi motori di quella generazione è appunto la nostalgia precoce. 
 (Se siete più grandi o più piccoli di quella specifica fascia generazionale potreste però trovarlo incomprensibile o, al contrario, una sorta di documento sociologico).

Molto carino il pezzo ambientato alla fiera
del fumetto, con tutta la descrizione dell'isteria
generale e del vestiario della sua amica ormai dedita
alla moda giappo estrema.
2) Ho amato moltissimo il rapporto tra Darla e la sua amica Miku, finalmente una roba che non pare uscita da un orrido film tv. 

 Migliori amiche a quindici anni, si perdono di vista col passare del tempo e della minore frequentazione.

  Miku diventa una di quelle Gothic Lolita che si vedono in Italia solo alle fiere del fumetto, Darla rimpiange il momento in cui l'ha conosciuta, capelli verdi e libertà assoluta, a quindici anni.

  Mi ha ricordato quegli istanti che puoi collegare solo alle persone che hai conosciuto da giovanissima, quando scappavi dai bulli scout come me, o dalla terrosa provincia di Novara con polli e more, come lei.

Infine, il pregio più grande di questo romanzo è l'avermi dimostrato di non aver avuto le allucinazioni. 

 Dai resoconti plasticosi, quasi copiati ai telefilm americani, che fanno di questo illustre periodo la maggior parte dei libri normalmente in uscita, mi stava venendo il dubbio di essermi inventata tutto.

 Quindi la realtà esiste davvero, c'è qualcosa oltre il noto preconfezionato, oltre le trame della provincia addormentata, della noia, della mancanza di passioni, delle famiglie disfunzionali e dei rapporti inquietanti con gli amici. C'è gente che ha avuto un'adolescenza normale, con i suoi traumi e le sue passioni, i suoi riferimenti culturali e i suoi ricordi felici e infelici.

 Dove eravate tutti? Mi chiedevo.
 Finalmente qualcuno ha risposto.

venerdì 3 aprile 2015

Ma la narrativa Lgbt ha ragione di esistere? E che cos'è? E chi la legge? Una breve apologia e tre punti per spiegare l'esistenza di un genere che in un mondo ideale forse non esisterebbe (o forse sì).

Vari commenti del post sul BookPride si soffermavano sulle mie perplessità della vignetta sulla Playground, casa editrice specializzata per il pubblico Lgbt.
Dal libro de Lo Stampatello "Perché hai due mamme?"
In realtà avevo solo una vaga idea della sua esistenza attraverso le recensioni di Pride, un mensile della gaya comunità (principalmente maschile come quasi tutte le cose della gaya comunità) che ne vantava le trame a base di intrecci omosessuali.
Trovando il loro stand al BookPride ero andata a molestarli praticamente certa che avessero anche qualche storia lesbica, scoprendo invece che per scelta avevano (per ora) deciso di non perseguire l'intento e il target femminile.
 Poiché io sono una che legge tutto quello che le interessa, di qualsiasi casa editrice, di qualsiasi genere, senza pregiudizi di nessuna sorta e seguendo il mio gusto personale (leggo perciò dal fantasy all'horror, dalla saggistica ai libri per ragazzi), prima di iniziare a cercare libri per le recensioni di LezPop non mi ero mai davvero accorta di quanto l'editoria ignorasse in modo praticamente plateale il mondo omosessuale.
 Certo, anche io in adolescenza ho avuto il mio periodo: "Voglio cercare me stessa e per questo userò dei libri che mi rispecchino e mi svelino a me stessa". Tuttavia all'epoca ebbi la straordinaria fortuna di incappare per caso nella saga di Darkover di Marion Zimmer Bradley (probabilmente la saga fantasy più queer della storia) e nelle raccolte de "Le principesse azzurre", una serie, curata da Delia Vaccarello, purtroppo attualmente fuori commercio, che aveva la straordinaria capacità di racchiudere un racconto più brutto dell'altro, ma che almeno parlava di donne che amavano le donne.
 Poiché non mi serviva un'intera bibliografia gay, ma solo qualcosa a tematica nella massa di ciò che leggevo, ciò mi bastava e avanzava e soddisfava.
Dal libro de Lo Stampatello "Perché hai due papà?"
 Dopo due anni che collaboro con LezPop però l'amara verità è ormai evidente: i libri che recensisco devo andarli a cercare con complesse ricerche sia biblioteconomiche che internettiane e comunque la metà di essi sono ormai fuori commercio, con grande scorno delle lettrici.
  Ciò ci sbatte in faccia un'amara verità tutta italiana: in Italia i libri con protagonisti Lgbt sono pochissimi e, soprattutto, non sono quasi mai donne.
 Immagino che i motivi principali sia il solito: le lesbiche sono state storicamente e socialmente meno visibili dei gay maschi e si tende sempre a dimenticare che esistono.


 In ogni caso per dare un quadro della situazione ecco che di seguito sviscererò il tema in tre rapidi punti:


E' SEMPRE LA STESSA STORIA (?):
Un libro che fa male e poi fa male
In Italia i libri Lgbt, i rari che si trovano in commercio, raccontano tutti la stessa identica storia. Dal terribile  "Cronaca di un disamore" di Roberto Cotroneo a "Splendore" della Mazzantini, da Aldo Busi in tutto il suo splendore.
 In alternativa, ma sempre al maschile, i gay sono molto autoironici. Non è che non sia vero, è un grande modo per autodifendersi dal mondo malvagio e da tutte le cattiverie e frecciatine che dall'infanzia all'età adulta ci affliggono.
  Ci vuole una buona dose di sarcasmo per non prendere a male i ragazzini che si prendono per i fondelli dandosi del frocio o per non saccagnare di botte il collega che fa commenti sghembi su ogni donna vagamente mascolina che vede ("Me sa che è una lesbicona"), per farsi una ragione del non potersi baciare in pubblico e discutere col prossimo sul fatto che sì, il matrimonio gay è una priorità, anche se a lui non sembra.
 Il risultato sono le storie frizz frizz di Matteo B. Bianchi o "Goditi il problema" di Sebastiano Mauri o ancora "La kryptonite nella borsa" di Cotroneo. Meglio del drammone, ma:
1) Non esiste il corrispettivo lesbico.
2) Molto bello che esistano ben due trame o filoni, non potremmo che so, farli diventare dieci? O venti? O tutti? Un horror con protagonista gay, un giallo con protagonista lesbica.
 (Sì, lo so, esiste "Volevo solo un biglietto del tram" di Sarah Sajetti, l'ho comprato e trovato penoso. Si gradirebbe narrativa con protagonisti Lgbt, ok, ma decente).

PERCHE' LEGGERE UN LIBRO A TEMATICA LGBT?:
 La domanda è: perché leggere un libro a tematica Lgbt? O anche: ma i libri a tematica Lgbt li leggono solo i gay?
 No, i libri a tematica gay se sono davvero scritti bene e non esistono solo in funzione della loro gaytudine li leggono tutti. Prova provata l'esistenza di Isherwood, del "De profundis" di Wilde, dei libri di Jeanette Winterson, dei tre quarti de "Memorie di Adriano" ecc. ecc. ecc.
 Il motivo per cui a me ogni tanto va di leggere una storia a tematica è semplicemente la voglia di variare un po', avere il gusto di trovare una storia in cui riconoscermi un po' di più.
 Qui entriamo in un territorio spinoso: ma le storie d'ammmore non sono tutte uguali? Ma le storie in generale non sono tutte uguali a prescindere dall'orientamento sessuale dei personaggi?
 Certo, ma ci sono circostanze che possono essere diverse.
 Esempio: vi piace l'horror, ma avete una predilezione per le storie con i vampiri. Non leggete solo quelle, ma insomma, vi fa piacere di tanto in tanto leggere di canini sciabolanti e fiumi di sangue per mantenere la vita eterna.
 E' un po' il concetto dei siti che vendono libri: "Se stai comprando questo allora potrà piacerti anche quest'altro".

HA RAGIONE DI ESISTERE UNA NARRATIVA LGBT?
 Lo spettro del ghetto è sempre in agguato. Ha senso distinguere dei libri a tematica Lgbt dalla narrativa mainstream? Cos'è che infine rende differente un libro generalista da uno Lgbt? In realtà bisognerebbe capire un fatto fondamentale: cosa sia un libro a tematica Lgbt.
 Secondo la mia personale interpretazione, è incanalabile in tale filone quello in cui la cui storia è incentrata unicamente sul fatto che il protagonista è gay, che non è necessariamente limitante visto che ha dato frutti come il bellissimo "La lingua perduta delle gru" di David Leavitt (e se non lo avete letto ve lo straconsiglio) e sì ha ragione di esistere.
 I ragazzini e le ragazzine hanno diritto a trovare dei libri in cui adolescenti come loro si possano innamorare di persone dello stesso sesso (filone fiorente in Usa che sta prendendo piede in Italia, persino l'autore di "Colpa delle stelle" ha scritto una storia gaya per young adult "Will ti presento Will"), gli adulti e le adulte hanno diritto a sospirare su una commissaria che tra un'indagine e un'altra si intrattenga con fimmine con vestiti a fiori (come nei libri della Holt) e compagnia cantante.
 Ci sono miliardi di storie da raccontare, perché domandarsi se alcune hanno più diritto di esistere di altre?

 Spero di aver dissipato le nebbie al riguardo, di sicuro il 90% di voi non si è mai posto il dubbio, ma il 10% magari sì. E in ogni caso, quando vedete qualche libreria con una sezione Lgbt pensate ai ragazzini che si vergognano troppo a chiedere al libraio se c'è qualche storia a tematica gay, che il mondo a una certa età, fa ancora più paura.

Ps. Editori in ogni caso, di narrativa con protagoniste lesbiche c'è davvero troppo poco, vedete di fare qualcosa. Non è possibile che quando alle fiere del fumetto chiedo "Avete qualcosa a tematica lesbica?" mi si risponda, "No, i porno non li abbiamo portati".

mercoledì 25 marzo 2015

Piccole recensioni tra amici, il ritorno! Indiani, fili conduttori, speed date letterari, famiglie felici a modo loro e piene di arcobaleni e ragazzini con dubbi amletici, per una serie di stellati consigli.

Creamy simbolo della rubrica stellata
Dopo qualche giorno di colpevole assenza, in cui si sono sovraffollati decine di eventi e casini vari ed eventuali che mi hanno tenuto lontana dalla mia amata e quieta scrivania, torno a trasmettere regolari post. 

Ritorno con un "Piccole recensioni tra amici", l'unica rubrica che riesco a tenere con vaga regolarità, forse perché l'unica con un senso, ma bando agli indugi e alla stanchezza, ecco a voi le mie divaghevoli recensioni!




"NESSUN DIO IN VISTA" di Altaf Tyrewala ed. Feltrinelli:
 Un espediente narrativo molto particolare, secondo me davvero avvincente eppure (sempre secondo me) non abbastanza usato, è quello per cui i singoli capitoli appartengono a personaggi diversi che si passano la palla della narrazione in modo casuale.
  Mi spiego meglio: A parla e casualmente incontra B, il punto di vista allora diventa di B che incontra C e allora il punto di vista scala a C che poi incontra D e via così fino alla fine. 
 Generalmente il filo conduttore che lega i capitoli è così lieve che dopo un po' si stenta a ricordare dove e perché avevamo cominciato a leggere, ma se lo scrittore è davvero bravo si scopre che non è poi così importante. "Nessun dio in vista" è in parte così. 
 Breve il giusto, incalzante il giustissimo, molto veloce e vivido, descrive un'India moderna e inedita ed è opera di un giovane scrittore un po' bohemienne che riversa tra le righe una certa dirompente freschezza.
  Ci sono i soliti mendicanti, la miseria lungamente raccontata da numerosi film e la ricchezza opulenta, ma ci sono anche medici abortisti con madri credenti molto addolorate, storiche (e incomprensibili per molti cittadini) rivalità tra hindu e islamici, coppie che sperano in un futuro migliore, attacchi terroristici, misteri familiari e macellai.
 Ognuno di noi possiede un mondo, non esiste persona che non abbia una storia da raccontare, splendida o terribile che sia, e questo libro saltabeccando per una ventina di gradi di separazione che chiudono infine un'enorme cerchio, cerca di dimostrarlo con bozzetti di personalità, tutte ben riuscite. Come se fosse uno speed date letterario e ogni cinque minuti suonasse la campanella. Quante altre cose avrebbe potuto dirci il macellaio dal cuore tenero? E l'insegnante di poesia tossicodipendente? Meno male che ci siamo liberati del serial killer! Chi è il porssimo?
 Unica grossissima pecca: sarebbe servito un piccolo apparato di note. Molti riferimenti storici e culturali sono incomprensibili se non si è amanti del subcontinente indiano, anzi oserei dire alcuni capitoli (follia non spiegare neanche perché il nome di un personaggio dovrebbe suscitare cotanta ilarità o sgomento in tutti gli altri, ce voleva tanto?).
 Consigliatissimo agli amanti dei racconti e degli scrittori indiani, per tutti gli altri, se vi capita, non disdegnate.

"FIGLI DELL'ARCOBALENO" di SAMUELE CAFASSO ed. Donzelli:
 In Italia, poiché siamo indietro anni luce dalla civiltà, oltre a non esserci leggi a tutela dei diritti delle persone omosessuali, c'è e tocca dirlo, un'enorme confusione sulla tematica.
  In particolare, e ciò è tanto più assurdo e colpevole visto che si parla anche della vita di infanti e pargoli, si ha una grandissima confusione sulle famiglie omogenitoriali, trattate dai reazionari come una catastrofe che non dovrà mai avvenire, quando è una realtà che esiste già da anni e sta aumentando esponenzialmente.
 Samuele Cafasso ha scritto su di loro questo delizioso reportage composto da singole storie che gettano luce su un fatto tanto misterioso quanto semplice: numerose coppie gay, in mancanza di una normativa italiana, si rivolgono all'estero per avere un figlio. Le testimonianze raccolte, senza bisogno di molti filtri, rispondono a tante domande: come decide una coppia gay di avere un bambino? Cosa succede al genitore non biologico in caso di separazione o morte del compagno/a? Come reagiscono le persone quando vengono a contatto con una famiglia arcobaleno? A tutto c'è una risposta e non sempre è terribile. Gli italiani sono molto più evoluti di quanto non vogliano far credere, peccato che riescano a nasconderlo tanto bene.
  Tra le storie raccolte, due hanno un legame particolare con i libri e il loro potere. La prima è quella Francesca Pardi e della sua compagna che volevano spiegare ai loro quattro pargoli come fosse nata la loro famiglia, peccato che in Italia non esistessero libri per bambini figli di coppie gay. Dopo aver scritto una storia, rifiutata all'ultimo da una grande casa editrice, hanno fondato la loro casa editrice, Lo Stampatello, soggetta a ripetuti tentativi di censura nelle biblioteche comunali a opera di consiglieri estremisti. Stessa storia di censura bibliotecaria (su cui al Bologna Children Bookfair l'Aib ha organizzato un incontro apposito) le accomuna alla storia di Camilla Seibezzi, consigliera comunale a Venezia dove gettò scompiglio per aver acquistato presso la piccola libreria "Il libro con gli stivali" una serie di libri per bambini per le biblioteche scolastiche, il cui tema comune era insegnare ai bambini la lotta agli stereotipi e alla discriminazione. Un progetto che in Olanda sarebbe acqua fresca, qua momenti veniva giù il Veneto.
Parafrasando il buon Tolstoj che incipitava "Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro" e questo libro dimostra che non c'è niente di più vero.
 Consigliatissimo a chiunque senta di volerne sapere più di Salvini sul tema (cioè a tutti, pure al vostro cane).

"UN GIORNO QUESTO DOLORE TI SARA' UTILE" di Peter Cameron ed. Adelphi:
Io ce l'ho con questa misteriosa copertina
 Ve lo dico, un giorno questa lettura non vi sarà molto utile.
 Di Cameron non ho letto nulla, ma mi riprometto di farlo, intanto vi dico che questo molto celebrato libro, a cui è seguito uno strambo e non molto celebrato film americano di Faenza in cui bivacca persino Lucy Liu, a mio parere non vale questo granché. E' grazioso come romanzo di formazione da dare in pasto agli adolescenti, ecco anzi un tomo che varrebbe la pena di propinare ai ragazzini invece di quelle porcherie amorose o alle finte fanfiction di Amici by Chicco Sfondrini.
 E' la storia di un adolescente afflitto da un'inspiegabile mal di vivere che potrebbe essere attribuito a diversi fattori: una famiglia ricchissima in cui tutti sono concentrati (male) su loro stessi, un'eccessiva sensibilità che gli impedisce di avere rapporti di amicizia con i propri coetanei e quell'ansia per il futuro che, quando è nei limiti della sopportazione è normale, quando causa crisi di panico rischia di sfondare nel patologico. Tutta la storia corre sui binari del: questo ragazzino ha davvero qualcosa che non va o come diceva Calvino, "alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane"?
 La sua storia, breve e senza particolari sussulti, si svolge in una Manhattan iperprotetta, tra padre avvocato, madre gallerista che si sposa in modo seriale, sorella aspirante scrittrice e maldestri tentativi di attirare l'attenzione (e anche punizioni un po' troppo eccessive) mentre su tutto aleggia una piccola grande debacle personale di recente memoria.
 Carina l'idea, agrodolce la conduzione, splendida la scena del ricordo finale che, a mio parere, è l'unica che ha un vero valore letterario, come se in un film un po' televisivo, di colpo, ci fosse la scena da vero autore (scena ovviamente omessa nel film di Faenza).
 Quattro stelle se avete diciassette anni, tre meno meno se ne avete di più.
Da leggere in un viaggio in treno.

E voi ne avete letto qualcuno? Vi incuriosisce qualcosa? Testimoniate!


venerdì 20 marzo 2015

L'illecita passione per le telenovelassss: inquietante fascinazione trash o archetipo narrativo che è sempre esistito e sempre esisterà? Orestiade, re Artù, Lancillotto, Anna Karenina e Josè Aureliano Buendìa ci rispondono (con la colonna sonora di Laura Pausini)

 Durante la mia ultima discesa alle terre natie, mia nonna mi ha introdotto inavvertitamente ad una nuova ossessione trash: "Il segreto". 
Premetto che io non sono mai stata un'amante di nessuna telenovela, né tanto meno lo è mai stata mia madre che le ritiene stupidaggini fonte di un male assoluto principale: i nomi insensati dati ai figli. Citava quale prova inconfutabile un esercito di bambine inopportunamente chiamate Topazia o Diamante.
 Il mio principale punto di contatto con tale inquietante pratica televisiva fu durante l'esame di terza media
 La mia migliore amica nonché compagna di banco con cui studiavo alacremente, era una grandissima fan di "Beautiful" che vedeva con sua nonna. Tentò anche di farmi appassionare, senza successo. Tuttavia, riuscì nell'impresa di costringermi a vedere quasi tre settimane di "Sentieri".
 Il mio ricordo di tale esperienza è ancora vivo perché, almeno in quel periodo, tale folle soap opera, andava ben oltre le frontiere del reale e dell'ammmmore, erano infatti presenti due personaggi da fantascienza: una tizia clonata e un'altra che, dall'oltretomba guidava verso il ritorno alla vita un personaggio in coma.
 Memore di ciò, la mia nuova passione per "Il segreto" mi pare quasi risibile visto che per ora la cosa più fantascientifica sono le sopracciglia e il trucco perfetto di tutti i personaggi femminili, pure le sguattere (anche se pure il prete modello è fonte di perplessità).
 Ma è davvero così disdicevole appassionarsi ad una serie in cui gli ingredienti principali sono i continui e surreali incroci amorosi tra gli stessi personaggi? In cui il potere e i legami familiari sono così contorti da non renderti più possibile ricordare chi è figlio di chu o nipote o marito o moglie?
 Vi dimostrerò che questa tendenza alla telenovela è stata sempre presente nella narrativa umana. Come? Scopritelo nell'elenco di seguito!

I MITI GRECI: 
Se cercate qualcosa di veramente contorto a livello di relazioni familiari, incesti, fratelli che sposano le mogli degli altri fratelli, mariti che mettono incinte innumerevoli amanti nei modi più assurdi e fantasiosi, resurrezioni, cambiamenti di sesso, ritorni dall'aldilà, vendette, sangue, gnocche stratosferiche, denaro, vita eterna e qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente, ebbene, comprate un dizionario della mitologia greca.
Che gran popolo che erano gli antichi greci. Io trovo questo
vaso impressionante
 La sola passione di Zeus per qualsiasi donna piacente si muovesse sul globo terracqueo basterebbe a riempire i pomeriggi di qualsiasi casalinga, senza contare che la sua fissazione per forme di fecondazione sempre nuove (cigno che si unisce a donna, pioggia d'oro che si unisce a Vestale, lo so che era Giove, ma vale lo stesso, tori rapitori di donzelle) appagherebbe i più sordidi desideri delle fan di mr Grey.
 Se siete un autore tv in cerca di una nuova idea per una serie, basta aprire Eschilo e leggere con cognizione di causa le Orestiadi.  C'è tutto, moglie vendicativa, amante, figli di primo, terzo e secondo letto, giovani amanti votate alla tragedia e al vaticinio, figli che non reggono il confronto con i genitori, onore da difendere, suicidi particolari (mi riferisco al mito di Erigone che si impiccò generando un'epidemia di emulazioni tra le ragazze della sua età che terminò solo con l'invenzione dell'altalena, la quale dava la sensazione alle giovini di penzolare da un albero, senza la morte annessa. Lo so, è assurdo, ma se ci pensate geniale).

I CICLI CAVALLERESCHI:  
C'è un re chiuso nel suo castello, ha il potere, un esercito di cavalieri valorosi e fedeli, ma una moglie sterile e spaccapalle che oltretutto se la fa col suo migliore amico.
 Sto parlando di re Artù, l'insopportabile Ginevra e il prode Lancillotto (che non si nega anche una sospetta liaison gaya con Galeotto, quello che si prodigò per accoppiarlo con l'infedele regina). I cicli cavallereschi che, non per nulla, appassionavano dame di tutte le corti europee, davano sfogo a quel desiderio di illecito, di passione, di proibito, di avventura e magia che donzelle sognanti e donzelli aspiranti, anelavano nella loro vita.
 In re Artù, in tutto il ciclo bretone, nelle storie dei trovatori e trovieri, da Erec e Enide, il ciclo carolingio re, regine, mostri, magia, onore e passione correvano intrecciandosi ben oltre il confine del reale.
 Se volete leggere una rivisitazioni romanzesca, molto bella, straconsiglio il celebre "Le nebbie di Avalon" che rivisita la leggenda arturiana vedendola dal punto di vista di Morgana che, forse, non era cattiva come si è sempre creduto, ma agiva nell'ottica di un bene più grande. Tra isole incantate, amori perduti e soprattutto non corrisposti, aborti, figli illegittimi cresciuti da gente malvagia, santo Graal, rapimenti e menage a trois, c'è tutto per tenervi svegli la notte.
 E farvi chiedere: ancora, ancora, ancora.

GRANDI ROMANZI '700-'800:
 Cos'è "Il conte di Montecristo", pagato a pagine e perciò lunghissimo issimo issimo (passare le prime 100 o 150 è un'impresa, ma dopo entri in un mondo), se non una gigantesca e maestosa telenovela storica. Un uomo, buono e gentile, giovane e bello, sull'orlo della felicità amorosa, viene rinchiuso per anni in un sotterraneo lontano assieme ad un misterioso abate. Molto tempo dopo, vampiresco, astutissimo e assetato di vendetta, riesce a scappare e, colmo di ricchezze provenienti dal tesoro dell'abate, cerca i suoi persecutori. 
 Poteva essere "Kill Bill", ma per fortuna Dumas preferisce la narrazione degli intrecci tra i personaggi: ex fidanzate che si sono vendute al miglior offerente, bellissime donne esotiche e devote, una Roma abitata da briganti, figlie lesbiche in fuga e un intreccio a base di tradimenti e infedeltà che Dinasty se lo sogna.
 E questo è niente. Vogliamo mettere Anna Karenina? E la complicatissima nobiltà russa affrescata in "Guerra e pace"?
 Se pensate che abbia le visioni, pensate sempre che "Elisa di Rivombrosa" basò il suo intreccio principale su "Pamela" di Richardson (tanto che all'epoca vi fu un picco delle vendite del libro dovuto alla follia delle sciure).

CENT'ANNI DI SOLITUDINE:
 Molti mi prenderanno per un'eretica, ma non potevo non citarlo. 
 Un libro, sudamericano, in cui tutti i personaggi hanno gli stessi identici tre nomi costringendoti ad una maratona della memoria (o ad uno schema, come quello che mi ero fatta su un quaderno all'epoca dell'interrogazione alle superiori), dove ci sono donne bellissime che assurgono al cielo, gemelli che non si somigliano, bambini rapiti da animali e contorte dinamiche familiari da incubo, non può essere ignorato.
 Possiamo dirci ciò che vogliamo, ma anche un capolavoro della letteratura può attingere a piene mani da un archetipo narrativo popolare: natura selvaggia, famiglia problematica e con troppi parenti che figliano e si sposano, intrecci molestissimi tra tutti.
 "Cent'anni di solitudine", prossimamente sui nostri schermi con una sigla di Laura Pausini.

E voi avete qualche altro classico telenoveloso da segnalare? Non siate timidi!

venerdì 13 marzo 2015

Di cosa parliamo quando parliamo di narrativa rosa. Perché un'autrice donna che scrive d'amore e di cibo è per forza rosa rosa e un autore uomo scrive d'amore e di sicuro ironico? La vittima più illustre di codesto pregiudizio: Fannie Flagg.

Che esista la sezione di narrativa rosa questo lo sappiamo tutti. 

Che in questa sezione vengano stipati libri che potrebbero stare solo lì anche perché nella stragrandissima maggioranza dei casi sono stati scritti non su ispirazione, ma su commissione, per rispondere alle esigenze di un vasto pubblico pagante che adora il genere sappiamo pure questo.
 Non farò la Catone il censore della situazione perché lo trovo stupido: se l'editoria è anche un'industria e si riconosce un bacino di utenza altocomprante, perché non dar loro quello che vogliono? Perciò io non sono così ipocrita da dire che certe cose non dovrebbero essere stampate.
 Se le sciure e le ragazzine (e qualche uomo) amano il genere è giusto che abbiano quanto richiede, del resto se la vediamo da una certa ottica pure le storie di Lancillottp-Ginevra e re Artù possono essere viste come una telenovela ante litteram (peraltro, a prestissimo un posto sull'argomento).
 Ciò che non sopporto è che avvengano due cose:
1) Gli scrittori maschi che pure si applicano al genere, in ragione del loro sesso di appartenenza non vengano infilati nel settore ma nella narrativa "seria".
2) Che al contrario scrittrici donne serie vengano infilate nella narrativa rosa solo in quanto donne.
 Il secondo caso diventa ancora più spinoso nel momento in cui tali autrici donne si azzardano a parlare di cose ritenute prettamente femminili come l'ammmmore, la passione e la cucina.
Dalle sue foto su internet, Fannie Flagg sembra essere esattamente
come immagini dai suoi libri: molto allegra, molto ironica e
molto folle.
 Ho visto colleghi infilare Catherine Dunne nella sezione rosa e Moccia vicino a Moravia, ma, se è vero che noi non possiamo conoscere tutte le trame e quindi capita di errare, non comprendo come possano prendere cantonate i giornalisti che recensiscono i libri.
 Questo post è infatti nato dopo che questa mattina ho letto un articolo lancio per un libro, bellissimo, dato in allegato con il Corriere della sera: "Pomodori verdi fritti alla fermata di Whistle" di Fannie Flagg, al secolo Patricia Neal.
 Molte e soprattutto molti purtroppo non conosceranno questa deliziosa autrice del sud degli Stati Uniti dal cui libro più famoso fu tratto anni fa un grazioso film che tradiva però molto il senso (non però le atmosfere, ben rese) del libro.
 Mi ricordo che "Pomodori verdi fritti alla fermata del treno" era uno dei film di un pacchetto acquistato da la7 e credo prima ancora Tmc che di tanto in tanto lo riproponeva con gran gioia di mia madre che, essendo una donna con un gusto un po' particolare, amava il pezzo del braccio mancante del figlio di Ruth, trovandolo particolarmente poetico.
 La storia, per chi non la conoscesse, ma vi caldeggio ampiamente la lettura, parla dell'amicizia e poi dell'amore (nel film solo accennato, ma nel libro perfettamente esplicito) tra due donne, Ruth e Idgie. Ruth è dolce e buona, all'inizio ha una cotta per il fratello maggiore di Idgie, che è una ragazzina letteralmente scatenata, ma questi muore sotto le rotaie di un treno. Dopo la disgrazia si sposa con un tizio che sembra tanto a modo e invece si rivela dedito alla violenza domestica, passano gli anni Idgie cresce e scopre l'inferno in cui vive l'amica.. 

Nel frattempo, poiché siamo negli anni '20-'30 nel sud degli Stati Uniti, la tensione razziale è altissima, i neri vengono trattati come bestie, i razzisti (anche sotto le vesti del Ku Klux Klan) imperversano violenti senza punizione e con vaga riprovazione e non tutte le loro vittime sopravvivono.
  Ci sono soprattutto due personaggi che scompaiono dal film (in cui peraltro viene stravolto il finale e vanificata gran parte della trama), e sono fondamentali per la descrizione del contesto di odio razziale: sono i gemelli Jasper e Artis, figli di una coppia di colore, nascono il primo con la pelle più chiara e il secondo nerissimo.
 Vivranno la loro vita in modi diametralmente opposti: il primo calmo e ligio al dovere si costruirà una famiglia, il secondo, dall'indole inquieta rinfocolata dal razzismo che lo circonda, cercherà la pace in troppi luoghi sbagliati, nella città, nel jazz, nelle donne. Ma non c'è pace per chi non è capace di trovarla.
 Ebbene questo libro, scritto deliziosamente, che riesce ad unire la leggerezza di una piccola comunità molto unita, destinata alla fine a causa dell'imminente progresso tecnologico, ai travagli emotivi di una donna moderna che non riesce ad esserlo abbastanza, alla storia di quello che fu (e che è in parte ancora) il razzismo e la segregazione razziale nel sud degli Usa. Il tutto descrivendo una storia d'amore tra due donne con grazia, senza essere mai pedante o didascalica.
Ebbene, questo libro viene spacciato, anche grazie ad articoli come quello del Corriere, per qualcosa che non è: storia d'ammore (con uomini morti in questo caso) e di cucina. Lasciando così intendere che se sei donna e speri di scrivere di cose serie appoggiandoti al cibo e ad un linguaggio che è fintamente leggero, sei destinata a finire solo nelle mani della sciura di turno.
 Fannie Flagg è davvero un caso limite e particolare, ma apre a varie domande: cosa rende un libro un tomo di narrativa rosa? Basta la storia d'amore? Basta la presenza di un principe azzurro? Bastano i bei vestiti o il cibo?
 Dov'è esattamente il confine tra una trama per donnine festanti e amanti degli Harmony e quello delle romantiche che amano Mr Darcy e quindi fondamentalmente Jane Austen?
 Dumas scriveva romanzi d'appendice ("Il conte di Montecristo" farebbe invidia agli sceneggiatori di "Sentieri"), il figlio ci ha lasciato quel dramma coi fiocchi che è "La signora delle camelie", storia di amore, tradimenti, prostitute redente e morte.
 La risposta è ovviamente una: la differenza sta nel modo in cui le storie vengono scritte.
 Anche "L'insostenibile leggerezza dell'essere" è una storia d'amore drammatica, anche "Anna Karenina" parla di una donna innamorata, anche "Il dottor Zivago" assomiglia, in molte parti, alla sceneggiatura di un soggettista perverso (tutta la steppa russa, dieci personaggi che si incrociano di continuo manco abitassero a Vigevano).
Ho letto ben due libri di Federica Bosco
(ai tempi, inizio liceo) e non vedo la
differenza con le trame di Fabio Volo. Ma
proprio nessuna.
 Il punto è che per saperlo bisognerebbe leggerlo il libro, solo che molte e molti si precludono tale possibilità perché pungolati in una serie di inconsci pregiudizi. Intendiamoci, anche io mi perdo delle perle perché me le ritrovo sotto titoli, forme, copertine e settori sbagliati, non sono mica immune (e intendiamoci bis ci sono libri che PALESEMENTE non sono perle: quelli scritti con un intento specifico o su commissione come scrivevo all'inizio): 
Tuttavia, il caso della narrativa rosa diventa particolarmente odioso perché non esiste una narrativa blu, perchè si dà per scontato che un uomo scriva solo cose serie o se non serie di sicuro ironiche e divertenti. Non trovo altra spiegazione sul perché libri di gente come Volo o Cattelan invece di starsene tranquilli vicino alle loro omologhe donne, anche italiane, come la molto venduta Federica Bosco, nella narrativa rosa, vivano felici ne
 Voi direte: in libreria ci lavori tu, mica noi.
  Ma il punto è ancora più a monte: il pubblico che legge queste cose protesterebbe nel trovarlo nella narrativa rosa, perché suvvia, va bene tutto, ma sono ironici e sensibili maschi, non smielate donne sognatrici.
 Se pensate che mi stia facendo troppi problemi, cercate Fannie Flagg, leggetela e ne riparliamo. Poi, se avete tempo da perdere leggete un libro di Fabio Volo e uno di Federica Bosco. Se trovate una differenza che è una, a parte il sesso dell'autore, fatemi sapere.

mercoledì 11 marzo 2015

Siamo davvero ciò che indossiamo? Un excursus culturale con grande sorpresone a righe per difendere la libertà di vestirci come ci pare, ma anche per renderci conto che è la cultura che ci suggerisce cosa è giusto indossare. Guerriere, regine, re, fiocchi, eroi, lana e diavoli per una simbologia che non accorgiamo di portare.

Ieri, mi ero svegliata, i casi della vita, con l'intento di fare un bel post (che slitterà a domani) sui libri dedicate ai libri sui personaggi storici e mitici femminili romani e greci poco conosciuti.
 Tuttavia, mentre postavo robe su fb mi si era palesato un articolo in cui alcune maestre d'asilo di Trieste venivano messe alla gogna dai cosiddetti benpensanti: pensate che per un giorno, 'ste povere donne, hanno pensato di non far colorare i bambini nei contorni o di controllare se si stessero prendendo a sassate in cortile (cosa che avveniva comunemente nel mio asilo, io ricordo di aver inseguito un mio amichetto con la pompa dell'acqua per due giri di asilo), ma di far vestire i maschi da principesse e le femmine da cavalieri.
 Scandalo. Ora, siccome sono stufa di questa cretinata del vestiario che traumatizza i bambini innocenti e candidi, ho deciso di scrivere un post che spero molta di questa gente evidentemente ignorante, legga.
 Qualche anno fa, nonostante abbia frequentato un ateneo gigantesco, mi ritrovai, al primo semestre, ad avere un solo corso di sociologia dei processi comunicativi da seguire (unico esame di sociologia fatto, classico esame riempicrediti che ti tocca fare e pure cicciuto): tutti quelli su editoria e affini iniziavano nel secondo e a me non restò che lui, un corso in storia e cultura della moda.
 Iniziai che volevo suicidarmi, Vi lascio immaginare il mio profondo interesse per il campo di ricerca. Tuttavia, vuoi che mi diedero una cosa come dieci e dico dieci libri da studiare, vuoi che l'esame era davvero impostato bene, in realtà mi rendo conto, che, negli anni, mi ha dato materiale critico per vedere con occhi completamente disincantati tutto ciò che riguarda l'abbigliamento.
  Non studiai infatti l'ultima collezione di Armani bimbo, ma come il vestiario sia esclusivamente un mero atto culturale.
 Siamo noi che culturalmente decidiamo che una gonna sia da femmina e un pantalone da maschio (come è stato abbastanza evidente nella storia), siamo noi che boh, abbiamo deciso che il rosa sia un colore da femmina e il blu da maschi (come se potesse un colore essere sessuato) e che imbellettarsi e truccarsi leziosamente sia una roba da femmine. Se guardiamo i quadri del re Sole, uomo che, basta leggere il recensito "Amanti e regine" in quanto ad eterosessualità non si faceva certo parlare dietro, vediamo un uomo imparruccato, infiocchettato e truccatissimo. Cosa direbbero gli attuali difensori della morale? Metterebbero il destino delle loro genti in mano ad un uomo evidentemente, secondo i loro parametri culturali, ambiguo?
 Non credo. Eppure l'infiocchettato re fu il più grande rappresentante dell'Ancién Regime.
 Perciò, visto che ormai mi pare che certa gente stia perdendo il lume della ragione, farò un breve elenco di personaggi e autori che hanno vestito panni considerati dell'altro sesso e darò loro pure la stilettata finale. Sciure religiose che vi coprite di righe, preparatevi a soffrire. 

DONNE GUERRIERE: 
Esempio di donna vestita con armatura scintillante, da cui mi sono pure travestita ai tempi delle scuole medie per un carnevale, che invece di stare a casa a cucinare e sottomettersi, pugnava in battaglia felice e festante, fu indubbiamente SANTA Giovanna D'arco. Una bambina non può avere come esempio santo una donna che ha salvato la Francia? Oppure l'armatura di Giovanna era rosa fucsia e ornata di merletti e noi non lo sappiamo? Perché dalle fonti storiche non risulta, anzi uno dei motivi per cui fu mandata al rogo fu per aver compiuti atti illeciti non consoni al suo sesso (vestirsi, tra le altre cose, da uomo).
 Altra donna guerriera a farle compagnia è Camilla, la vergine cantata da Eneide che fece strage di troiani finché il suo amore femminile per il gioiello la tradì rendendola ingorda. E dire che il padre l'aveva fatta crescere nei boschi giocando con spada e giavellotto consacrandola alla dea Diana.
 Ne "la Gerusalemme liberata" poema scritto da Torquato Tasso, uno che per il dissidio interiore con la chiesa cattolica uscì letteralmente pazzo, quindi non un eretico folle, guerreggiano sia nella fila dei crociati sia in quella degli arabi, due donne molto etero, ma anche molto combattive: Clorinda e Bradamante.
 E che dire di Yde, personaggio della Chanson de Roland che combatte vestita da uomo e a cui poi viene dedicato un poema di rara ambiguità in cui viene scomodata la volontà celeste pur di risistemare un'insistemabile faccenda (Yde viene data in "marito" alla figlia dell'imperatore e malgrado siano entrambe felici della cosa una era del sesso sbagliato per l'epoca).
 E tanto per dire, persino la Disney ha fatto crossdressing: ve la ricordate una certa Mulan che si traveste da uomo per salvare il padre dal servizio militare e infine salva la Cina? "Mulan" nella lista nera, subito!
  Se siete curiose e curiosi di esempi di donne costrette o felici di indossare abiti maschili vi caldamente consiglio il bel "Svestite da uomo" di Valeria Palumbo ed. Bur, quante cose scoprirete, che nulla hanno a che vedere coi bambini all'asilo.

UOMINI CHE FILANO E SFILANO:
Rrose Selavy
Una delle credenze più diffuse vuole che il crossdressing o travestitismo sia proprio o di donne desperade o di uomini gay, quest'ultimo pregiudizio probabilmente perché in troppi hanno l'errata idea che gli omosessuali abbiano in realtà confusione riguardo l'identità di genere.
 In realtà anche comprovati etero si diedero al crossdressing per motivi altri.
 Achille eroe muscoloso (e ok, bisex), si travestì da donna per fuggire alla guerra di Troia, mescolandosi con delle ancelle finché viste apparire le armi capì che ok, ci rimetteva la vita, ma vuoi mettere la gloria?
 E in quanti sanno che Eracle comprato come schiavo da Onfale, regina della Lidia, la servì fedelmente generando con lei tre figli, conducendo varie imprese guerresche, ma anche vestendosi da donna e filando per lei la lana?
 Marcel Duchamp aveva un alter ego donna, Rrose Selavy, da cui si travestì numerose volte e di cui ci rimangono vari scritti a sua firma. Legato ad una volontà di totale rottura degli schemi, lo stesso nome di Rrose è parlante (Eros c'est la vie) ed è un chiaro uso di simboli culturali in modo ironico e sovversivo nei confronti di una società normata. Se conosci gli strumenti puoi combatterli.
 Su wikipedia c'è poi una vasta letteratura per quel che riguarda i poemi dei paesi nordici e orientali, ma non mi sento di dissertare sull'argomento. Vi basti sapere che più di un eroe si è travestito nelle sue varie epopee.

STOFFE MALVAGISSIME:
 Tu amabile sciura di famiglia che gira con una maglietta con lo scollo a barca e ti credi tanto francesina, tu uomo virile e rampante indignato dal fatto che le maestre pretendano da tuo figlio che usi il tulle per una mattina della sua vita e intanto ti metti una bella giacca a righine nere, tu mamma solerte e sempre in preghiera che hai comprato un vestitino tanto carino e pieno di fiocchi a righe bianche e rosse, lo sapete che state usando LA STOFFA DEL DIAVOLO?
 Michel Pastoureau, autore di splendidi saggi sul medioevo e sul significato simbolico dei colori (il più famoso dei quali è "Blu"), ha scritto una storia dei tessuti rigati nella società occidentale, "La stoffa del diavolo" ed. Il Melangolo.
  Voi non lo sapete, ma quando vi sentite tanto eleganti coi vostri begli abiti a righe in realtà state indossando abiti storicamente appartenuti alle parti più bistrattate dalla società. Sapete tutti quei bei versetti a cui si rifanno gli integralisti? 
 Ebbene, il Levitico, ci rivela Pastoureau, ne ha anche per loro: "Non indosserai veste tessuta di due" (che poi se lo prendiamo alla lettera, anche il misto lana diventa peccato). 
La cosa, legata in parte alla fissazione ebraica della non mescolanza delle cose, secondo Pastoreau derivava anche dal fatto che un doppio colore impedisce di capire quale sia il vero fondo della stoffa, così in quanto cosa ambigua diventa malvagia. Chi si vestiva allora del tessuto favorito dal demonio?
 I bastardi, le prostitute, gli zingari e tutte quelle categorie considerate marginali nella società. Bisognerà aspettare che i re di Francia si sentano particolarmente modaioli perché le righe diventino da stoffa diabolica, un tessuto assai pregiato e di buongusto. Quindi, sciura, ti pongo questo enigma: ha ragione il Levitico o la moda? Voglio vedere come la metti.
 Da leggere per capire quanto siamo stupidi a credere che se ad un bambino piace il rosa dobbiamo gridare alla tragedia e allo scandalo.

Come si evince da tutte le storie ci sono vari motivi per cui personaggi e persone di entrambi i generi facciano del cosiddetto crossdressing e non sono tutti legati all'orientamento o all'identità sessuale, anzi.
 Il fatto che numericamente sembrano esserci state più donne che uomini dediti a tale pratica è una chiara spia della connotazione culturale del vestiario: fingersi un uomo, in un mondo che è sempre stato dominato quasi solo da uomini, voleva dire essere libere di viaggiare, lavorare, muoversi, scrivere, dipingere, voleva dire vivere riuscendo a sfuggire alle gabbie imposte dal ruolo di genere voluto dalla società.
 Al contempo, essere donne appropriandosi di simboli culturali maschili voleva dire appunto non vestirsi da uomo per sembrare un uomo, ma per  assumere i ruoli del potere storicamente e culturalmente riservati agli uomini.
 Lo dice anche in un'assai travisata frase, Judi Dench interpretando la regina Elisabetta I in "Shakespeare in love" (peraltro tutta una commedia sul topos delle mentite spoglie maschili) dice una battuta:
 "Io ne so qualcosa di donne che fanno un mestiere maschile, sì, buon dio, lo so e molto bene"
 E la regina da lei interpretata non non si veste da uomo e mantiene i suoi regali gioielli e vestiti, ma rifiuta un altro ruolo tipicamente femminile della società: moglie e madre. Che l'abbia fatto a malincuore per mantenere la libertà o ben felice non possiamo esattamente saperlo, di certo la sua erede Vittoria, molti anni dopo, non fu costretta a simili drastici provvedimenti e si sposò regnando indipendente e felice.
 I costumi della società cambiano, anche quelli che indossiamo, chissà che grasse risate si faranno un giorno gli uomini del 2300, che se ne andranno in giro imbellettati e infiocchettati come il re Sole e penseranno a quanto erano effemminati gli uomini del 2015, visto che nella loro cultura i vestiti virili di ora verranno riattribuiti al genere femminile. Io in realtà spero che tra 500 anni avremo smesso di baccagliare di cose del genere.


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