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mercoledì 1 maggio 2019

La trappola delle vite immaginarie. "Vita segreta della bambola solitaria", Dare Wright e l'abisso di solitudine che separa la realtà dalla finzione.

Pochi film hanno fatto più danni all'immaginario collettivo quanto "Il favoloso mondo di Amélie".

 Non tanto per il film in sé, grazioso, sognante, con una sua estetica accattivante, quanto per aver convinto molte persone che sì, la vita può essere davvero favolosa se solo tu sai coglierne il lato magico.

 Tu non lo cogli perché la vita non è (solo) favolosa e ti chiedi dove stai sbagliando nonostante il tuo tagliar frangette, portare nani da giardino in giro per il mondo e i tentativi di concupiscenza di personaggi bordeline.

 Personalmente sempre pensato che l'Amélie protagonista fosse una persona che un tempo si sarebbe definita "semplice di spirito", che riusciva però a piegare la realtà a suo piacimento, complice un contesto estremamente protetto.

 I vicini sono gentili, i piccoli commercianti anche, i colleghi, tutti si affannano per non distruggere quello che è un mondo favoloso nel senso di favolistico dove gli uccelli cinguettano, i passeri svolacchiano, le mele sono deliziose, la musica meravigliosa e i colori straordinariamente vividi.

 Intendiamoci, non penso che cercare di trasformare la propria quotidianità in qualcosa di piacevole, di piegarla ai nostri desideri, sia malvagio, dico solo che, al contempo, bisogna essere realistici, altrimenti il muro in faccia che fatalmente incontreremo non ci lascerà scampo alcuno.

 Non siamo Amélie e forse neanche Amélie è completamente in se stessa.

 E' più o meno su questa mancanza di percezione della realtà che Dare Wright, una misteriosa e celebre scrittrice e fotografa di libri per bambini, ha costruito la sua vita e la sua carriera, splendidamente raccontate in una biografia appena uscita per la E/O "Vita segreta della bambola solitaria" di Jean Nathan.

 L'autrice, una  giornalista, ricorda un giorno un curioso libro che aveva letto da bambina: "Vita segreta della bambola solitaria" che aveva per protagonista una splendida bambola, molto sola, che riceveva la visita di due orsi, papà e figlio, che decidevano di rimanere per sempre con lei.

 La storia che procedeva più o meno come un fotoromanzo, divenne famosissima e diventò una serie di venti libri, attualmente introvabili (in Italia alcuni li tradusse la Bompiani).

 La Nathan scoprì che dell'autrice, l'enigmatica fotografa e modella di origine canadese Dare Wright, non si sapeva quasi nulla.

  La rintracciò, incosciente, in una clinica e iniziò, con l'aiuto dei suoi numerosi amici, a ricostruire quella che si rivelò una strana, fragile esistenza che ebbe un'unica grande gioia e un'unica grande tragedia: sua madre Edith.

 Edith Stevenson era una quotata ritrattista canadese che sposò assai giovane un giornalista di belle e non mantenute speranze. Ebbero due figli, un maschio, Blaine, e una femmina, Dare, per poi divorziare.

 Blaine andò a vivere col padre che si risposò e morì giovane e Dare rimase con sua madre.
 I due fratelli non si rividero per vent'anni, fino a quando Dare non lo rintracciò e i due divennero attaccatissimi.

 Se Blaine ebbe una vita non comodissima, ma tutto sommato abbastanza normale, Dare divenne la bambola della madre, una di quelle persone bramose di costruire a costo di grandi sforzi, molta menzogna e molte manipolazioni, una realtà costruita da lei stessa.

 Grazie al suo lavoro riuscì a inserirsi nell'alta società e si costruì una parvenza di vita e un'immagine sociale che corrispondeva ai suoi più strenui desideri: artista famosa con figlia graziosa, entrambe perfettamente curate e vestite, viaggi, interviste, nessun nuovo amore a intralciarle l'esistenza all'orizzonte.

 Edith era in grado di manipolare la sua esistenza in modo tale da farla somigliare al suo ideale. E' una cosa che richiede una grande forza, molta fortuna e una certa dose di talento.

Aveva tutto, le serviva solo qualcuno che la aiutasse a tenere in piedi questo grande teatro dell'esistenza.

 Non volendo un nuovo marito, dopo che il primo si era rivelato un totale fallimento, scelse sua figlia, una bambina, poi ragazza, poi donna, docile, timida, molto schiva e bellissima.

 Riuscì a renderla dipendente da lei al punto che Dare, nonostante un matrimonio ormai annunciato, rinunciò per non abbandonarla, non ebbe mai altri amori e, sembra, mai amanti.
 Passò con lei ogni estate, qualsiasi momento libero, ne fece la sua confidente, aiutante, migliore amica, compagna irrinunciabile.

 Eppure qualcosa dentro Dare doveva covare, come un fuoco sotto una cenere troppo spessa, una solitudine che suo fratello e i molti buoni amici che ebbe, non riuscirono mai a riempire, tanta era la distanza che sua madre metteva tra lei e il resto del mondo.

 Riuscì a raccontarlo nei libri per ragazzi che iniziò a pubblicare in modo del tutto casuale: la protagonista era Edith (sì aveva dato alla bambola il nome di sua mamma), una meravigliosa bambola che sua madre le aveva comprato da bambina. Edith era una bambola incredibilmente sola che finalmente incontra due orsacchiotti che, nonostante numerose marachelle, decidono di non abbandonarla (il suo più grande terrore).

 La sua padroncina non appare mai, ma si sa che vivono nella casa di una donna, anch'essa invisibile, provvista di meravigliosi abiti e trucchi.

 Anche nelle agli altri libri prodotti da Dare appare questo strano conflitto tra un protagonista inchiodato a una condizione quasi di prigionia e il desiderio se non di libertà, almeno di amicizia, di compagnia che allevi una triste solitudine.

 Ed è strano leggere questa biografia in cui speri, proprio come accadrebbe in un buon romanzo, che accada qualcosa a cambiare la vita della protagonista, a trarla dalle grinfie troppo amorose e interessate di sua madre, a renderla finalmente una bambola meno solitaria, ma non succede niente, proprio come non succede niente di salvifico in troppe vite.

 Può accadere che qualcosa si metta in moto contro la nostra volontà, ma è assai più probabile e fortunoso che la nostra sorte cambi se lo desideriamo noi per primi.

 Dare non desidera mai, vive attraverso sua madre, rimane allo stadio di bambola che gioca con altre bambole per tutta un'intera esistenza che avrebbe potuto essere assai più luminosa e grandiosa.

 Era bellissima, era talentuosa, era intelligente, ma era intrappolata nella vita ideale di qualcun altro, nel set cinematografico perpetuo di qualcuno che aveva messo ogni cosa al suo posto per vivere in un'enorme finzione.

 Edith visse mentendo fino alla fine, dopo la sua morte la vita di Dare divenne terribile.
 Chiuso il grande teatro in cui era rinchiusa dalla nascita, si ritrovò in una realtà che non conosceva davvero e che rimase incapace di affrontare fino alla fine dei suoi giorni.

 Ecco cosa succede alle vere Amélie.

 Amo sempre leggere le biografie, se ben scritte, si riesce quasi sempre a rintracciare il momento esatto in cui una vita che era avviata in un certo modo finisce per deragliare nel bene e nel male o per rimanere incredibilmente identica e monotona.

 In tutti e tre i casi c'è sempre un evento scatenante, un amore non corrisposto, finito, oppure un grande amore mai arrivato, un matrimonio, una morte, dei figli.

 E' affascinante immaginare le possibilità, interrogarsi su ciò che noi avremmo fatto e, in alcuni casi, come quello di Dare, soffrire per tanta vita sprecata.

 Ma anche vero che è un gioco impossibile, la vita che viviamo è sempre e solo una summa di tutto ciò che ci è accaduto. Se Dare si fosse sposata forse sarebbe stata felice o forse sarebbe morta di parto e non avrebbe mai scritto i suoi libri, forse avrebbe divorziato dopo pochissimo, forse, forse, forse, forse sarebbe accaduto tutto e niente.

 Non ci sono seconde possibilità né vite che si possano vivere per interposta persona o bambola, e la storia di Dare, magnificamente scritta e riportata con estremo rispetto, lo insegna con una precisione e una forza davvero straordinarie.

domenica 14 aprile 2019

Piccole recensioni tra amici! Tra gialli malriusciti e emigrazione italiana anni '60: "Oltre l'inverno" di Isabel Allende e "Il figlio prediletto" di Angela Nanetti

Mentre vedo le prime vacanze dai tempi del viaggio di nozze avvicinarsi finalmente col cuore in tumulto (penso di non essere così stanca da secoli e la mia cervicale non mi dà nessuna tregua sigh), finalmente ecco a voi qualche nuova recensione di libri letti nei mesi scorsi.

 Sono stati mesi di letture tra alterne vicende: alcune molto gustose (tipo "Dracula e io" di Morozzi, il prossimo che vorrei recensire bene) altre passabili, altre proprio no (una è in questo post).


Bando alle ciance! E buoni spunti di lettura e non lettura!





OLTRE L'INVERNO di Isabel Allende ed. Feltrinelli:

Come tutti coloro che seguono la Allende (anche non spasmodicamente, tipo me) sanno, è solita iniziare tutti i suoi nuovi romanzi l'otto di gennaio, data in cui iniziò il famoso "La casa degli spiriti".

 E' un bel gesto scaramantico e, volendo, anche un buon metodo di autodisciplina per uno scrittore, ma si potrebbe anche aggiungere che non sempre le idee venute a furia di spremersi le meningi (come ammesso dalla stessa Allende nei ringraziamenti), si rivelano poi buone idee.

"Oltre l'inverno" è uno strano papocchio di tante idee mescolate in modo poco organico, spacciato inopinatamente per thriller e un finale assolutorio e surreale che definirei imbarazzante.

 Il libro che, specifico, non è scritto male (la Allende sa sempre il fatto suo), inizia durante una terribile bufera natalizia che si abbatte su NY causando vari disastri tra i quali l'accidentale tamponamento tra un ipocondriaco professore universitario, Richard, e un'immigrata irregolare del Nicaragua, Evelyn.

 Qualche ora dopo, Evelyn si presenta a casa di Richard perché non può tornare a casa: l'incidente ha danneggiato la macchina aprendone il cofano posteriore e, a quanto sembra, dentro c'è un cadavere.
 La macchina appartiene ai suoi datori di lavoro, un ex campionessa di nuoto ora depressa e in preda ai farmaci e all'alcol e al marito, un violento tizio con qualche losco affare in ballo.
 In tutto ciò, nella taverna di Richard vive una sessantenne cilena dall'incontenibile vitalità che vorrebbe tanto portarselo a letto nonostante lui la privi del riscaldamento.

 La storia è raccontata dai tre diversi punti di vista e in verità ignora il giallo fino all'improbabile finale, concentrandosi invece sul passato dei tre protagonisti.

 La parte migliore è quella dedicata ad Evelyn, probabilmente perché è l'unica che ha un'idea di fondo: lasciata assieme ai suoi fratelli maggiori in Nicaragua dalla madre emigrata negli Usa (sta storia che gli Usa non hanno il ricongiungimento familiare è assurda, ma non la più assurda del loro assurdo sistema), vive in povertà, ma serenamente assieme alla nonna finché il fratello maggiore non si unisce a una violentissima banda.

 Da quel momento in poi ci saranno tragedie a catena intrecciate al dramma dei migranti che dal Sudamerica cercano di attraversare il confine per agguantare il sogno americano.

 Gli altri due personaggi, la professoressa cilena Lucia e Richard, professore americano, sono piuttosto piatti.

 La prima con la solita storia che affonda le origini nella dittatura per poi virare verso una sorta di dramma amoroso di mezz'età, il secondo con una storia fatta da stereotipi sul Brasile e tragedie a catena che a un certo punto l'idea di fare un pellegrinaggio a Lourdes diventa l'opzione più sensata.

 Stendo un velo pietoso sul modo in cui la storia del famoso cadavere nel cofano procede: neanche in un libro per tredicenni ci si permetterebbe una faciloneria simile, con tanto di assoluzione morale a destra e a manca sul finale.
 Sconsigliato. Mi spiace Isabel, sarà per un'altra volta.


IL FIGLIO PREDILETTO di Angela Nanetti ed. Neri Pozza:

 Candidato allo Strega dell'anno scorso, avevo quel dubbio perenne del "lo leggo o no" causato sempre dai miei conflitti di gusto: è una storia lgbt e racconta anche della Londra degli anni '60 vs oddio l'ennesima storia del sud deprimente e reprimente da cui una coraggiosa donna scappa.

 Trovato all'usato, ho potuto fugare tutti i miei dubbi.

 La storia ha un che di originale, ambientata in un periodo che ci piace dimenticare: quando i migranti interni europei che arrivavano, poveri e con una mentalità retrograda, in nazioni avanti anni luce, eravamo noi.

 Il racconto scorre su due binari paralleli: da una parte la storia di Nunzio Lo Cascio ambientata negli anni sessanta tra la Calabria e Londra, la seconda, quella di Annina, sua nipote, una ventina di anni dopo (mentre la prima è più contestualizzata, la seconda è connotata in un presente vago).

 Tra le due, la storia di Nunzio è quella più riuscita, più originale, più struggente e più sentita anche dall'autrice (almeno così mi è sembrato da lettrice), la seconda, forse anche per il finale un po' boh, ha meno tensione e sembra, a un certo punto, mettere troppa carne al fuoco assolutamente non necessaria all'economia della trama.

 La parte dedicata a Nunzio però vale interamente il libro. 

 Ragazzo, s'innamora, ricambiato, di un suo compagno della squadra di calcio. Sono felici, poi un giorno arrivano i fratelli, affiliati di una cosca locale, e per lavare l'onta gli ammazzano il compagno come un cane, in mezzo alla campagna, e lo spediscono a Londra a sparire.

 Nunzio arriva in Inghilterra, traumatizzato e sconvolto.

 Inizia a giocare a calcio, ma un infortunio lo costringe a cambiare rotta e diventa cameriere in un ristorante italiano. Per anni vive in Inghilterra, ma è come se non ci vivesse.
 Impara la lingua male, non conosce nessuno, non riesce ad affrontare dentro di sé la tragedia che gli è accaduta.
Sul tema e per ricordarci "Come eravamo" ASSOLUTAMENTE
da vedere "La ragazza con la pistola" se ancora non lo avete fatto

 Poi un giorno decide di iscriversi ad un corso di lingua e conosce un giovane professore di origini nobili e dalle idee marxiste.

 Non è amore, ma è amicizia, un'amicizia che salva dal baratro della solitudine e accompagna verso una vita nuova e ricca che però...che però non posso raccontarvi perché il libro va assolutamente letto.

 La parte dedicata alla nipote Annina è meno forte forse perché assai rivista: unica figlia, per giunta femmina, per giunta bellissima, di un fratello di Nunzio, assurto alla gloria di piccolo boss locale, vive una vita da reclusa che manco all'oratorio può mettere piede perché maschi e femmine giocano insieme.

 Scopre l'amore per il teatro e il ballo, ma le ali vengono tarpate seduta stante perché l'idea è farne una giovane sposa d' 'ndrangheta appena compiuti diciotto anni.

 Anche lei dovrà fuggire a Londra, sulle tracce dello zio Nunzio di cui nessuno, misteriosamente vuole mai parlare dai tempi in cui tornò in una cassa da morto dalla terra d'Albione.

 Ripeto, se la storia si fosse concentrata solo su Nunzio, a mio parere, ne avrebbe guadagnato. C'erano molte più cose da sapere, legami da indagare, solitudini da raccontare, ma il libro, a parte il finale, funziona anche così.
Superconsigliato!

sabato 6 aprile 2019

La scrittrice, il ragazzo e il grande equivoco. Una riflessione sull'insensato intervento di Elena Stancanelli a proposito di Simone di Torre Maura

 In occasione della mia comunione, implorai un amico di una delle mie zie di non regalarmi il solito monile d'oro che mai avrei messo (per mai intendo che non li metterò proprio mai) o qualche altro ammenicolo perfettamente inutile alla vita di una undicenne media.

 A lui chiesi, se proprio doveva spendere dei soldi, dei fumetti di Mafalda.

 Fui esaudita. Mi regalò un'opera omnia di Mafalda che tuttora posseggo semidistrutta e rabberciata con scotch e che lessi ardentemente per anni. 

 Mi rivedevo molto in Mafalda, un po' per il carattere, un po', soprattutto, per il fisico: ero anche io bassa, non una silfide e avevo una massa di capelli che detestavo con tutte le mie forze (e infatti a 16 anni mi sono rasata a zero).   Avevo persino un amico identico a Felipe nel corpo e nello spirito: secco, denti di fuori, pauroso pure della propria ombra.

 Non afferravo tutto quello che diceva, devo dire che particolarmente oscuro mi era il personaggio di Libertà e anche Miguelito non lo capivo del tutto.

 Detestavo cordialmente Susanita, l'amichetta perfettina di Mafalda la cui aspirazione principale era un giorno sposarsi, avere dei bebè e diventare ricca. 

 Mi ricordo che però proprio lei mi diede una grandissima lezione di vita.

 C'era una striscia in cui Susanita diceva di voler organizzare, una volta grande, una festa di quelle a cui sarebbero andate tutti i ricchi mangiando robe raffinate (vado a spanne) per raccogliere soldi con i quali avrebbero potuto comprare farina e altre robe proletarie ai poveri.

Me l'hanno chiesta in molti, quindi ho vinto la pigrizia e ho ritrovato la striscia sul mio "Tutta Mafalda"











La domanda sorgeva spontanea: per quale motivo i ricchi non avrebbero dovuto donare direttamente quei soldi ai poveri? Perché buttare denaro in cene che venivano più della donazione?

 Poi capii che i poveri erano parte dell'intrattenimento di una certa parte dell'umanità.

 La striscia mi è venuta in mente a proposito della polemica della scrittrice Elena Stancanelli a proposito del coraggioso ragazzino di Torre Maura, Simone.

  Il quindicenne, come ormai sanno anche i sassi, invece di stare zitto a testa bassa è andato a chiedere a un gruppo di fasci di Casapound che stavano aizzando una cagnara allucinante contro un gruppo di Rom, con tanto di razioni di cibo calpestate e via discorrendo, il motivo di tanto odio.

 In quattro battute ha rimesso a posto un tizio grande e grosso di cinquanta e passa anni e i suoi amichetti (che si sa, il fascio è talmente coraggioso che senza almeno dieci amichetti non si muove).

 La scrittrice Elena Stancanelli ha notato quello che proprio non sembrava il primissimo dettaglio di tutta la questione: il ragazzo parlava in dialetto.


 Le risposte a tale riflessione sarebbero molte:

1) Perché dovrebbe farci impressione? Io personalmente parlo ovviamente un italiano corretto, ma so parlare anche dialetto e anzi, ci parlo più che volentieri.
  Inoltre come credo capiti a molti, più sono nervosa, stanca o arrabbiata più parlo dialetto, inoltre mi regolo pure a seconda del contesto: a lavoro a Milano parlo italiano, a Bracciano con le mie sorelle parlo braccianese (che posso assicurarvi è abbastanza identico al romano), se litigo con qualcuno a Bracciano o a Milano ci sono buone possibilità che parli dialetto in entrambi i casi.
 Immagino ci siano millemila studi linguistici su questo doppio registro, ma io ho abbandonato il corso di dialettologia (non sto scherzando, avevo iniziato a seguirlo davvero) alla terza lezione e non li so. 
Questo ci porta però alla seconda domanda.

2) Come sappiamo che Simone non sa l'italiano? 
 Come ce doveva parlà Simone con dei fasci durante uno sgombero a Torre Maura? In fiorentino antico? Con l'eloquio forbito riservato alla gran soirè del premio Nobel? Cioè, non è difficile comprendere che si cambia registro linguistico a seconda dell'interlocutore.

3) La pezza COME SEMPRE è stata peggio del buco. 
Poiché la Stancanelli è stata attaccata su questa minuscola gaffe, ha risposto dicendo che "Ma quale piedistallo, ma quale spocchia, cosa c’entro io? Non lo capite che quel ragazzo verrà schiacciato dal mondo se non trova parole vere, comprensibili fuori dal suo quartiere? La spocchia è di chi crede che l’ignoranza sia fica, potente, gagliarda"

Ve lo giuro ha risposto così.
Tipo che Susanita si è materializzata davanti ai miei occhi chiedendomi se volevo essere invitata al Gran Ballo della Rosa.
Sostanzialmente siamo nel campo vittoriano del giovane di periferia, di istruzione bassa, incapace di esprimersi in un modo non barbaro ergo ignorante (il dialetto in fondo chi lo parla? Solo quelli che non hanno studiato, no?).
Una sorta di fantasia che certe volte per carità corrisponde a realtà, ma non in modo sillogistico: può capitare che corrisponda, come può capitare sia un incredibile abbaglio.

Non avendo noi altra informazione su Simone mi pare sia azzardato prefigurargli un futuro di povertà solo perché ha risposto in romanesco a un fascio.

Il nesso logico con la spocchia dell'ignoranza fica però denota, a mio avviso, la vera chiave di lettura di questa polemica delirante.

Mi piace provare a pensare che la Stancanelli abbia preso una cantonata mostruosa dettata dalla serie di nevrotici eventi che hanno portato la cultura in Italia ad essere additata come la radice di ogni male.

Ho perso il conto delle volte in cui ho litigato con ggggente che mi additava quale radical chic perché avevo una laurea o perché osavo scrivere in italiano commenti su fb.

Litigate che io placo sempre con:

1) La laurea me la sono pagata lavorando.

2) Mi dai della radical chic solo previa visione del CUD perché mi sono sfrangiata le ovaie di sentirmi dire che non capisco i problemi della genteblablabla perché sono ricca blablabla. Prego confrontiamo i CUD poi ne parliamo.

3) Mia nonna ha la quinta elementare scrive un italiano perfetto, quindi se tu non sei in grado il problema non è della società crudele, ma di te che non hai seguito cristianamente le scuole dell'obbligo (poi possiamo parlare della qualità della scuola in Italia, come possiamo anche parlare della voglia di impegnarsi individualmente verso piccoli traguardi personali raggiunta l'età della ragione).

Quindi voglio immaginare la Stancanelli in una specie di trappola mortale in cui si vede accerchiata in un mondo in bianco e nero in cui se parli dialetto sei un ignorante che va fiero della sua ignoranza e grida morte ai radical chic.

C'è da dire che se la prima cosa che ti viene in mente guardando il video di Simone è "Parbleu! Codesto giovine non favella gagliardo nell'italico idioma!", un problema c'è.
E si chiama problema di comunicazione/percezione della realtà che rende l'effetto Susanita lampante.

Vedi qualcosa che succede nelle periferie romane e pensi che il problema sia per forza e comunque la cultura e la mancanza di essa e non il fatto che OGGETTIVAMENTE si possa campare male.
Certo, il motivo è anche quello, e portare la cultura, come ho letto che la Stancanelli fa in prima persona con l'associazione "piccoli maestri" è importante, ma ci sono altre cose che sono importanti: è importante dare l'idea alle persone che non sono sole, non sono abbandonate a loro stesse, che magari se crei qualche involontario esperimento sociale devi farlo in modo sensato e soprattutto seguito e strutturato, non "vabbeh poi ci pensiamo", che è necessario far passare l'idea che la cultura è importante perché serve a qualcosa.

Sembra una bestemmia ma qualcuno deve dirla: non basta dire "la cultura è importante" perché la gente la percepisca come tale.

Non basta neanche portare esempi logici sul fatto che "se studi, migliorerai la tua vita" perché diciamocelo non è più vero.

L'ascensore sociale è bloccato, studi, ma poi a meno che tu non sia un genietto (e non possiamo confidare nel fatto che tutti abbiano l'intelletto superiore per essere ammessi con borsa di studio a Cambridge), andare avanti è esponenzialmente difficile.
Se vieni da una famiglia in cui non si legge e in cui nessuno ha studiato, farti venire l'idea di fare l'una o l'altra cosa è assai difficile e se non hai un buon motivo per interessarti beh, arrivederci e grazie.

C'è stato un momento, evidentemente, in cui la cultura ha smesso di essere comunicativa: non solo non riesce a raccontare bene la società, ma non riesce proprio a entusiasmarla.

Non è più neanche una questione di cultura alta e cultura bassa, è proprio una questione che la cultura per come è comunicata e vissuta al momento è una questione per pochi intimi o per iniziative in stile Susanita.

Bene, che ci siano, ma non sono quelle che, a piccolissimi passi cambieranno giganteschi problemi (li miglioreranno e faranno molto, ma non sono la soluzione, sono un analgesico).

Il tweet della Stancanelli sembrano dimostrare in toto la teoria: un mondo alto che vive una sorta di assedio da parte del mondo basso. "Ci vogliono far diventare come loro mentre loro devono diventare come noi!"

Grazie tante, non credo che nessuno di loro sia così stupido da non desiderarla una vita migliore, ma quando quella vita ti appare irraggiungibile allora ti dici che dopotutto ti fa schifo e non la vuoi veramente.

Il punto è fare in modo che sia di nuovo raggiungibile, dare una speranza che tutto ciò possa succedere.

La cultura non può risolvere questo problema, non ce n'è. L'idea che basti una laurea per avere una vita migliore è letteralmente trapassata. Ci sono tanti di quei mestieri che uno vorrebbe fare, ma poi anche se ti laurei o passi anni e anni a fare stage, lavoretti, tirocini, stage, contrattini mentre qualcuno ti mantiene, oppure rinunci e il lavoro va a chi sta meglio di te e può stringere la cinghia quella decina di anni mantenuto da qualcuno.

Oh, non è la regola eh, io stessa ne sono la dimostrazione e non è manco una scusa per non alzare una paglia perché "Tanto è tutto inutile" (certo che a non fare niente non solo non si sbaglia, ma manco succede niente).
Ma io so che l'eccezione non può essere presa quale esempio e chi lo fa è in malafede.

Quello che la cultura (parlo della Cultura con la C maiuscola, quella che crea e forgia l'immaginario popolare) può fare però è tanto ed è un'altra cosa: la cultura può e DEVE entusiasmare.

Non parlo dell'entusiasmo alla Gardaland fine a sé stesso, parlo dell'entusiasmo fattivo: quello che ti fa bruciare le mani dalla voglia di tentare, di sperare, quello che per ora, a quanto sembra, hanno conservato, per pietà dell'età i quindicenni.

Deve farti venire la voglia di farci qualcosa a Torre Maura, deve farti fare il click che ti porta a capire che se ci metti tre cazzarola di ore ad andare a lavoro il problema non sono i rom e forse manco l'atac, il problema è che forse una città come Roma va ripensata alla base e TU puoi ripensarla (la mia personale idea, ad esempio, è che una città non può essere grossa come un quarto di regione, c'è proprio qualcosa che non può funzionare mai).

Deve farti venire la voglia di avere una passione, una qualunque, deve farti sentire una parte di un qualcosa, deve salvarti dalla solitudine e dalla miseria del quotidiano, e dall'idea che l'unica cosa che tu possa fare di concreto per sfuggirle sia prendertela con qualcuno che sta messo esattamente come te e che, in qualsiasi caso, non c'entra NIENTE con la specifica questione.

Deve farti tornare la voglia di passare le serate come nel finale di "C'eravamo tanto amati", quando dopo una lunga giornata di lavoro si piantonava per un posto all'asilo nido TUTTI insieme e non si elemosinava frignando qualche concessione.
Tutti sono sempre stati stanchi, non è che prima non si lavorava, la differenza è che prima si teneva conto che combattere per una vita migliore poteva far parte della giornata come tutto il resto.

Ecco, se la cultura riuscisse a far passare questo piccolo messaggio, magari avremmo meno incaxxature random facilmente manipolabili e meno gente che si dedica a problemi inesistenti mentre la vita gli passa davanti.
Comunque, per la cronaca, pare che Simone poi se ne sia andato a Romics e anche questo particolare, alla luce della discussione sulla cultura alta, immaginario e pregiudizi, potrebbe insegnare tanto a molti.

mercoledì 3 aprile 2019

Svanire, annegare, forse sognare. "Tutto chiuso tranne il cielo" di Eleonora Caruso un romanzo sui grandi pesi che certe volte la vita adulta toglie e non aggiunge.

Circa un anno fa è uscito un libro abbastanza insolito per il panorama editoriale italiano: "Le ferite originale" di Eleonora Caruso.

 Era insolito per tanti motivi, dal modo in cui era scritto alla rara volontà (rara per gran parte della narrativa italiana non di genere) di uscire dai soliti rassicuranti schemi editoriali fatti di libri molto costruiti che ormai sembrano seguire una sorta di ricetta: una spolverata di amica geniale, un pizzico di Volo, un po' di pepe alla cinquanta sfumature, un filo di malinconia anni '80, qualche lamentatio generazionale o sui genitori che ci sta sempre bene, passati fatti da traumi che sono traumissimi gravi o robette da niente che ti chiedi sta gente dove ha vissuto se ancora si ricorda del giorno in cui un cugino gli ha strappato il braccio al bambolotto preferito.

 Ma comunque.

 "Le ferite originali" raccontava di uno splendido modello bisessuale e bipolare e della sua vita completamente frammentata a confusa.
I suoi tre amanti, Dafne la fidanzata storica, Dante il bel quarantenne solido e dal sangue freddo e Davide, sexy dottorando in materie scientifiche che non sa di essere sexy, ruotavano attorno alla sua disperazione con una certa inquietudine, incerti se farsi catturare e distruggere o dar retta all'istinto di conservazione.

 Tra le cose insolite c'era anche l'inedito prevalere dell'istinto di conservazione, materia da sempre rara nei romanzi che amano invece passioni assolute e distruttive.

 Cristian che a fatica e quasi mai con successo tiene assieme i suoi pezzi impazziti, fa molto sesso.
 Lo fa per calmarsi, lo fa per calmare, lo fa perché lo pagano, perché gli piace, perché non percepisce più il sesso come una parte di un tutto, ma come il tutto.
 La chiamano la trappola della sineddoche, quando prendi una parte per significare il tutto, ed è quello che diventa il sesso per lui, una gigantesca trappola che imprigiona tutti, o quasi, coloro che finiscono nel suo raggio d'azione.

 Non sfugge a questo incantesimo neanche il suo unico fratello, Julian, etereo diciassettenne che avrebbe già parecchi problemi di suo senza un ingombrante e debordante fratello a peggiorare drasticamente la situazione.

 Questo secondo libro, "Tutto chiuso tranne il cielo", è dedicato proprio a lui.

 Lo ammetto, nel primo libro non era un personaggio che mi avesse colpito particolarmente.
 Sapendo che ci sarebbero stati altri libri con protagonisti personaggi apparsi nel primo romanzo, avevo sperato, come molti, che la Caruso si sarebbe concentrata su Dante o Davide, invece ecco Julian, fratellino minore la cui principale preoccupazione nella vita è scomparire (cosa che narrativamente gli era riuscita benissimo visto che ricordavo poco o niente delle sue apparizioni ne "Le ferite originali").
 La storia inizia più o meno un anno dopo il libro precedente. 

 Julian è stato un anno a Tokyo dove, oltre a imparare la lingua, ha appreso la straordinaria arte di scomparire completamente in una grande città.

 E' una cosa che soffrono molto tante persone quando, per ragioni di studio o lavoro, se ne vanno da paesi o cittadine piccolissime per approdare in megalopoli più o meno mega: nella grande città non sei nessuno, non sei importante (quasi) per nessuno, nessuno ti conosce e, tendenzialmente, è interessato a farlo. Sei solo in mezzo a milioni di persone che se la passano quasi come te.

 Ad alcuni questa cosa fa impazzire, ad altri piace da morire. Julian fa parte della seconda categoria visto che ha passato una vita a cercare di fondersi col paesaggio nel tentativo disperato di diventare il collante trasparente della sua dissennata famiglia.

 Eppur c'è della vita in quel suo esilissimo corpo che non nutre quasi mai, impegnato a trascinarsi in giro fingendo di non cercare niente e in realtà sempre alla disperata ricerca di non andare mai sotto il pelo dell'acqua. Devo andare sott'acqua, si dice, ma poi sa che non ci andrà mai, perché vuole sparire, ma non vuole morire.

 Il libro scorre via veloce, tra incontri fugaci in un'estate milanese che solo chi ha passato un'estate a Milano sa quanto sia terrificante (ragazzi, il caldo, il caldo che fa in questo posto in estate mi terrorizza per tutti i restanti mesi dell'anno): trentenni che si lamentano (mai nessuno fu più specialista di noi), padri che non capiscono bene quale genetica abbia assegnato loro determinati figli (non solo i figli si chiedono perché hanno certi padri), webstar sull'orlo della dissociazione, amici multietnici in una Milano futuristica.

 Ecco, Milano, a leggere questo libro sembra il posto fantastico dove qualunque giovane italico assetato di futuro vorrebbe vivere: multietnico, quartieri favolosi, celebrità web ad ogni angolo, architettura siderale con la periferia e il centro che distano venti minuti di tram (anche mezz'ora, ma se venite da Roma mezz'ora di tram è praticamente centro città).
 Il posto dove vorresti vivere, poi realizzi, come me, che ci vivi e, beh, si sta benissimo (a parte d'estate dove ti maledici per la tua sconsiderata scelta), ma non siamo ancora alla Tokyo italiana (ma bisogna lavorarci).

 E' un libro solo all'apparenza leggero che racconta un enorme peso interiore, la voglia di potersi permettere di essere sé stessi e il dramma di non riuscire a concederselo.

 Julian non si odia, la sua non è una storia di generico malessere giovanile dovuta al male di vivere o a una famiglia disastrosa. Dà l'impressione che anche senza di essa non avrebbe avuto una vita semplice perché non se la sarebbe permessa.

 E' una di quelle persone perennemente protese verso un'ideale di felicità perpetua generale irrealizzabile: nessuno deve ferirsi, nessuno deve essere infelice, tutto può essere riparato. E siccome ogni cosa ha un prezzo, il sacrificio sarò io.

 Ma la vita non accetta (sempre) sacrifici volontari, non ne ha bisogno, perché ha una direzione che non possiamo governare da soli.

 Il libro racconta l'estate di questa consapevolezza, l'idea di un'onnipotenza adolescenziale che fa i conti con l'età adulta incalzante.

 E certe volte, anche se ce l'hanno spesso raccontata in un altro modo, non è per forza un male.

lunedì 18 marzo 2019

Ogni adolescenza coincide con la guerra. "Trottole" di Tillie Walden e la nostra incredulità davanti alle nostre capacità di sopravvivere al mondo

 Capita a tutti di pensare, più o meno spesso, man mano che l'età adulta avanza, che, in qualche modo, essere sopravvissuti alla nostra infanzia prima e alla nostra adolescenza poi, abbia avuto del miracoloso.
 In quanti e tali modi più o meno stupidi o più o meno gravi avremmo potuto perire, ci rendiamo conto con orrore non appena un bambino, figlio, nipote, figlio di amici, perfetto sconosciuto, ci capita (e ci sfugge correndo verso qualsiasi cosa possa procuragli ferite o peggio) per le mani.

 Cadendo da un'altalena, correndo troppo veloce, arrampicandoci su un albero, sbagliando un sentiero durante una gita, dopo aver mangiato troppo, per un'amicizia sbagliata, per aver deciso di andare in macchina con una certa amica una certa sera, per aver fatto una stupidaggine in gita scolastica, per essere caduto dalle scale, per aver ingoiato troppo in fretta qualcosa, per aver infilato le famose dita nella presa della corrente, per una qualsiasi malattia esantematica (prima dell'obbligo vaccinale), per tutto.

 Non che da adulti il rischio si contenga, se possibile, probabilmente aumenta. 
 Ma quello che s'impara con dolore e fatica durante l'adolescenza per la prima volta è la possibilità che un evento inevitabilmente dannoso o mortale avvenga.

 Prima, a scanso di tragiche vite, viviamo una sorta di moratoria del pericolo. 

Non lo percepiamo eppur, la stragrande maggioranza di noi, inconsultamente sopravvive.
 A distanza di anni, se questo è avvenuto, potremmo però valutare che i casi possano essere tre:

1) Il mondo non è un posto così pericoloso come finisce per apparirci quando, verso i quarant'anni arranchiamo molto disillusi e costantemente in pena per il futuro.
2) Siamo più propensi alla sopravvivenza di quel che pensiamo.
3) Un mix di entrambe le cose.

Tuttavia credo sia doveroso ammettere che una certa casualità nel modo in cui impariamo a sopravvivere sia dolorosamente inevitabile. 

 Possiamo fare di tutto per proteggerci e possiamo far molto, possono fare molto i nostri genitori, ma non usciremo mai indenni dalle nostre adolescenze. Incontreremo sempre qualcuno che ci ferirà pesantemente, persone che ci prenderanno di mira, avremo periodi difficili a scuola, insegnanti che non ci comprenderanno, genitori che ci opprimeranno, personaggi che ci renderanno bersaglio o ci molesteranno. Accadrà, con sfumature più o meno gravi, ma accadrà.

 Sì, qualcuno può essere stato più fortunato e aver prolungato questo suo grado di spensierate fortune adolescenziali oltre la soglia massima, ma arriva sempre un momento in cui anche chi non ha mai perduto, improvvisamente, perde e cade.

 Ho letto nei mesi scorsi una straordinaria graphic novel che riassume un po' questo confuso pensare: si tratta di "Trottole" di Tillie Walden, vincitrice del premio Eisner.

 L'autrice ha 22 anni. 22. Ed è una di quelle persone baciate dalla grazia.

 Prima dell'inoltrarsi nel periglioso percorso dell'età adulta, ci sono una manciata di anni in cui viviamo una sorta di strano momento di chiaroveggenza: tutto è perfettamente trasparente.

  Riusciamo a vedere il nostro presente con una chiarezza sconcertante. Tutto ci appare ovvio e al contempo risolvibile. Non esiste il concetto di "E' così e le cose non possono essere cambiate". Noi, ci diciamo, saremo le persone che porteranno una cambiamento nel mondo, come una luce spettacolare che divorerà tutto.

 Tillie Walden ha preso questo stato di grazia e invece di applicarlo al presente, lo ha rivolto verso il suo recentissimo passato di campioncina di pattinaggio sul ghiaccio.

 La Walden dice sinceramente nel finale che la sua intenzione iniziale era quella di raccontare il delirio dietro al mondo del pattinaggio artistico, fatto di madri pazze che invece di farsi una vita caricano le figlie di aspettative di rivalsa sociale, di cattiverie, di allenamenti in enormi centri commerciali nel bel mezzo del Texas e di tutto ciò che finisce per rendere uno sport scintillante, un incubo competitivo.

 Quel che invece, con stupore autentico, la Walden scopre di essere riuscita a fare è parlare della sua preadolescenza e adolescenza con una precisione e una consapevolezza incredibile, ancora non offuscata dal revisionismo storico dell'età adulta.

 La vita di Tillie Walden è normalissima. Le accadono una serie di cose che potrebbero accadere a tutti: pratica uno sport a livello agonistico, verso i dieci anni si trasferisce in un nuovo posto con tutte le conseguenze del caso (nuovi amici, nuova scuola, nuovo tutto), durante l'adolescenza scopre che capire che razza di persona noi siamo davvero non è poi così facile.

 Al contrario di molti che preferiscono beatamente rimandare il problema ignorandolo a oltranza fino a un'età tarda che genera solo rimpianti per non averci pensato prima, Tillie si incaponisce su questo punto: chi sono io?

 E questa domanda si lega indissolubilmente al pattinaggio o, almeno, lei è convinta per anni che sia così. 

E' una campioncina e vince, ma non è ABBASTANZA brava per essere LA campionessa, perciò si domanda: perché non riesco a smettere?

 La risposta è semplice ed è la stessa per chiunque non riesca ad abbandonare qualcosa che lo ha definito per un'intera esistenza: se abbandono il centro dei miei pensieri, interessi e sforzi, cosa rimarrà infine di me?

 Attorno a questo arrovellarsi imperioso non si affastellano sorrisi da film preconfezionati o da libri adolescenziali rassicuranti. Non appaiono insegnanti che ti risolvono la vita o amici che ti salvano, accade invece quel che accade nella vita: cose belle e cose brutte. 
A entrambe sopravviviamo.

 Tuttavia, se le cose belle ci danno quella spinta per dire che tutto ciò che ci perseguita prima o poi avrà una fine, le cose brutte insegnano che possiamo sopravvivere a molte più cose di quel che pensiamo.

 Non è una frase consolatoria, anzi, è la constatazione dell'età adulta: sopravviviamo perché siamo più forti di un mondo che comunque sa essere molto cattivo.

 Così Tillie scopre che le piacciono le ragazze, scopre che la sua famiglia non è molto d'accordo, scopre che non tutte le persone che crediamo amiche lo sono sul serio, di solito sono solo conoscenti che non vogliono avere davvero a che fare coi nostri problemi.
 Scopre che accadono incidenti stradali dall'esito fortunatissimo e ripetizioni scolastiche all'apparenza innocue che finiscono in molestie di cui nessuno saprà mai niente (almeno finché non scriverai una meravigliosa graphic novel).

 Scopre che come cantavano gli Allegri Ragazzi Morti "Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa o che sia vera".

 Eravamo così giovani, pensiamo davanti alla graphic novel di Tillie Waldem, così incoscienti, così confusi, così fiduciosi.

  Poi siamo sopravvissuti alla nostra adolescenza e abbiamo iniziato a chiederci come abbiamo fatto.


martedì 12 marzo 2019

Piccole recensioni tra amici! Se Edgar Allan Poe fosse stato giapponese e la triste e favolosa vita di Maria Callas secondo Vanna Vinci

Ed ecco finalmente un altro piccole recensioni tra amici.

 Ora che ho più tempo da dedicare al blog, sto cercando di tornare in pari, anche se vorrei cercare, al contempo, di ridare un senso alle mie letture.


 Mi sento in uno di quei disordinati periodi dell'esistenza in cui le abitudini sono completamente scombinate e scompaginate e tutto ciò che si finisce per fare sembra sempre disordinato o con poco senso.


 Se ricordo bene, l'ultima volta ci ho messo qualche anno a rimettere tutto a posto, quindi la vedo molto lunga.


 Bene, dopo questo momento confessione, passiamo alle cose serie: le recensioni.

 Buona lettura a tutt*!


LA STRANA STORIA DELL'ISOLA PANORAMA di Edogawa Ranpo Marsilio edizioni:

 Tempo fa mi avventurai a leggere "La strana storia dell'isola Panorama", graphic novel edition. Era opera di Suehiro Maruo (in Italia edita da Coconino Press) e mi aveva grandemente inquietato, come mi avevano grandemente inquietato altre opere dello stesso autore che avevo tentato di leggere.

 Si tratta di un morboso mix grottesco di sesso e violenza con un'abbondante spolverata di quel gusto per il morboso che solo gli orientali sanno dare. Era un'opera poderosa e mi era rimasto impresso, fun fact, il disegno della bocca del parco dei mostri di Bomarzo. Potere del Lazio che scavalca gli Urali e arriva fino al Sol Levante vieni a me!

 Non potevo sapere, nella mia ignoranza che, qualche anno, dopo Maruo sarebbe stato declassato a livello "sesso-violenza for dummies" da autori come Shintaro Kago (ne ho letto uno per sbaglio, i titoli traggono molto e volutamente in inganno, e non accadrà MAI più, mi spiace ma non è il mio genere).

 In ogni caso ignoravo che la storia fosse stata tratta da una sorta di novella lunga dello scrittore Edogawa Ranpo, pseudonimo di Taro Hirai, come ignoravo del resto che Ranpo fosse un omaggio ad "Allan Poe" di cui l'autore è evidentemente e manifestamente estimatore.

 L'opera infatti è un curioso racconto horror che avrebbe tranquillamente potuto scrivere Edgar Allan Poe in occasione di un suo immaginifico viaggio in Giappone.

 La storia parla di un giovane esaltato, con manie di grandezza e fantasie smisurate: il suo sogno è costruire qualcosa di talmente grandioso da poter essere paragonato all'opera di un dio. 

 Purtroppo per lui non ha i mezzi economici per esaudire i suoi desideri così si trascina sfaccendatamente in giro, compatito da tutti, finché, un giorno, un suo vecchio compagno d'università muore. 

 Casualmente il defunto era un suo sosia e, sempre casualmente, era incredibilmente ricco, così decide di sostituirsi a lui (raro caso di giapponese non cremato dopo la morte), fingendo di essere tornato in vita dopo una morte apparente.

 L'idea funziona, ma le conseguenze saranno prima strabilianti oltre ogni immaginazioni e, infine, devastanti.

 Se siete appassionati di horror è assolutamente imperdibile, anche se, in generale, mi sento di consigliarlo a chiunque apprezzi un tipo di scrittura raffinato e sorprendente al tempo stesso. 

 E' un consiglio per i lettori che hanno voglia di stupirsi e di tentare strade nuove, non rimarranno delusi da questa strana variazione sul tema.


IO SONO MARIA CALLAS di Vanna Vinci ed. Feltrinelli:

 Non fingerò una passione per la musica classica e lirica che non posseggo. 

 Gli unici rudimenti che ho sulla questione risalgono alle scuole medie e all'ostinazione disperata della mia professoressa di musica che mi sentirei di portare come esempio ai professori che guardano con devastazione alle genti incolte sbracate sui banchi davanti a loro.

 Era evidente anche a noi, tredicenni ingrati, che ella sperasse di trovarsi davanti una promessa della musica o almeno un giovane appassionato. Invece, nella prova d'ingresso che ci rifilò in prima media, l'unico direttore d'orchestra che venne in mente a qualcuno in classe fu "Renzo Arbore".

 Nessuno, anche successivamente, sviluppò tra noi mai una vaga passione per uno strumento né chiese ulteriori lumi su opere liriche o simili. 
 E vi assicuro che ce la mise davvero tutta.

  Grazie a lei ancora so a memoria la disposizione degli strumenti musicali in un'orchestra e un pezzo del Rigoletto. Ma niente, il sangue, dalle rape, non lo puoi cavare, neanche dopo 40 anni d'insegnamento (era stata la stessa disperata insegnante di mia madre).

 Le farebbe forse piacere sapere (o forse no) che lì dove non giunse lei, è arrivata Vanna Vinci con la sua straordinaria biografia della più straordinaria delle cantanti liriche:  Maria Callas.

 In un tripudio di occhi neri, più fondi del fondo di un pozzo nella notte del pianto: la divina Callas attraversa la sua storia accompagnata da continui cori di voci che parlano di lei e su di lei. 

Chi è stata Maria Callas?

 Una ragazza infelice con una madre ambiziosa, la sposa felice di un attempato e furbo industriale italiano, l'amante appassionata di un miliardario greco che preferì sposare la vedova di un presidente americano? L'artista incapace di accettare la fine della sua vita d'artista?

 Fu troppo sola, incapace di stare sola, bellissima, ossessionata dalla bellezza, ossessionata dal successo, una diva, una sciamana e una sacerdotessa, un dono del cielo.

 Fu forse, come sempre, tutte queste cose insieme fino a un finale troppo triste, lo stesso finale condiviso da tante donne di talento che molto ebbero dalla vita professionale e poco o male da quella privata.
  In una solitudine parigina dorata, con pochi amici e troppi ricordi, morì senza nessun mistero chiuso in sé.
 La sua vita era stata come un grande palcoscenico sempre illuminato che tutti ebbero modo di guardare dando mille interpretazioni di un'unica storia.
 Quale fosse quella più giusta, non lo sapremo mai.

mercoledì 6 marzo 2019

Piccole recensioni tra amici! Giappone lgbt ne "La locanda degli amori diversi" e amori che non decollano in "Tutte le ragazze con una certa cultura hanno almeno un poster di Schiele appeso in camera".

Olivia de Havilland (1935)
 Finalmente eccovi scodellate due nuove recensioni, nel frattempo ho letto un bel po' di altri libri e chi mi segue su Instagram sa che ogni tanto ne parlo in allucinanti dirette che finiscono di solito con me che litigo col cellulare che s'impalla e non mi fa chiudere il video. Ne verrà apprezzata, immagino, l'irripetibilità.


 I libri di oggi sono due romanzi scorrevoli e freschi, quelli che si leggono in gran poco negli sprazzi di tempo, cosa che, ultimamente, sto apprezzando particolarmente.




 Bando alle ciance perché ho cianciato abbastanza: a voi!



LA LOCANDA DEGLI AMORI DIVERSI di Ito Ogawa Beat edizioni:

 Era parecchio tempo che avevo adocchiato questo romanzo che, in verità, aveva ben due motivi per piacermi: Giappone e tematica lgbt.

 Tuttavia avevo sempre rimandato la lettura per altri due altrettanto validi motivi: il precedente libro di Ito Ogawa "Il ristorante dell'amore ritrovato" era uno strano concentrato di melassa che finiva con un piccione arrosto (un piccione non d'allevamento specifico), e ormai ho una sorta di rifiuto immediato per tutti libri con storie lgbt che portano la dicitura "diverso" nel titolo.

Basta.

 Ormai in libreria avevo persino sviluppato un sesto senso per i libri in cui apparivano romanzi gay non solo dai pietosi titoli, ma anche dalle fumose quarte di copertine piene di allusioni tra il drammatico e il pietistico.

 Giovanni si accorge che la vita può diventare "speciale" quando incontra "una persona".

Adele scopre che la parte più vera di sé è anche la più "segreta", ma l'amore la sorprenderà in modi incredibili.

 Vi do una notizia: il mondo è bello perché è vario, ma a nessuno fa piacere sentirsi dire che è "diverso", questo perché "diverso" non corrisponde a "speciale" nell'immaginario comune, ma a qualcuno che non è "normale", nell'accezione negativa del termine.

 Comunque. Poiché a inizio mese ero un po' giù di morale, ho deciso di andare in libreria a colpo sicuro e ho preso, oltre alla versione italiana de "La mia prima volta" di Kabi Nagata (l'unico fumetto mai letto in vita mia in inglese), anche questo romanzo, certa che comunque, mi avrebbe distratto un po'.
 Ebbene. Il romanzo è molto grazioso, parla di due donne, una sui venti, l'altra sui trent'anni, che si conoscono, si amano immediatamente e insieme decidono di andare a vivere in una parte del Giappone rurale e un po' spopolato da cui tutta la gente scappa, ma in cui, sembra, si viva in pace col mondo e la natura (peraltro lo fanno in parecchi manga, tipo anche "Wolf children", sembra sia la soluzione adatta se vuoi sparire).

 Lì, mettono su una famiglia felice assieme a due bambini: un maschio, nato dal precedente matrimonio della più donna grande, la femmina, concepita dalla più giovane in un rapporto occasionale precedente. Negli anni, le due aprono una sorta di ryokan gay friendly (quindi il titolo è pure sbagliato perché non ci vanno solo "gli amori diversi").

 Cose apprezzabili: la storia d'amore trattata nella sua quotidianità con i frequenti riferimenti ai problemi della comunità lgbt giapponese, priva di qualsiasi tutela. In un paese in cui sposarsi è ancora praticamente d'obbligo e in cui matrimonio e amore ancora non devono per forza coincidere (anzi, anche no, hanno ancora gli incontri combinati per ovviare al problema dei single), l'omosessualità è vista come una sorta di capriccio del singolo che potrebbe essere vissuto in privato e in contemporanea a un rispettabile matrimonio eterosessuale, se proprio.

 Ho devo dire, anche amato il fatto che il libro sia diviso in quattro macrocapitoli che permettono di vedere le storie da quattro punti di vista: le due donne, e ciascuno dei figli.

Cose disprezzabili: il finale.
  Il finale rovina tutto il libro perché è troppo strong e perché è affidato al personaggio più insopportabile dei quattro: la figlia femmina che non solo è viziata da morire, ma si lascia andare anche ad un castello di inquietanti supposizioni che non trovano alcun riscontro nei libri precedenti, inquinando, di fatto, quella che fino a quel momento era stata una storia d'amore stupenda.
 Il libro comunque vale la pena, soprattutto se amate i due punti di forza alla base: Giappone e comunità lgbt.


TUTTE LE RAGAZZE CON UNA CERTA CULTURA HANNO ALMENO UN POSTER DI UN QUADRO DI SCHIELE APPESO IN CAMERA di Roberto Venturini Sem edizioni:


 Se non amo i titoli con l'oscura parola "diverso" , è pure che vero che ho sviluppato un'antipatia per i titoli minimal: "Amore", "Espiazione", "Orrore", "Sole".

 Sono una jattura per i lettori e per i librai perché si tratta del tragico caso in cui il titolo non solo non basta, ma è perfettamente inutile: ci saranno altri 1000 libri che si chiamano così o quasi e senza l'autore (sperando che non si chiami pure lui Mario Rossi), è praticamente impossibile scovarli.

Poi in generale a me piacciono quei titoli strani e un po' evocativi, perciò lo ammetto, questa storia di Roberto Venturini, mi aveva attratto principalmente per il suo nome alla Lina Wertmuller.

 La storia è una storia d'amore come tante: inizia in un modo fantasmagorico per poi arenarsi nei noiosi campi della quotidianità.
 Qualcuno mi aveva detto, dopo aver postato la foto del libro su facebook, che è un libro carino che non decolla mai. E' vero. 

 Però c'è la sensazione che non decolli perché racconta di una storia d'amore che non decolla, una di quelle che capita di vivere a molti.

 Conosci qualcuno con cui stai benissimo, ti entusiasmi, pensi che sia la persona giusta che più giusta non c'è, ma poi, ad un certo punto ti accorgi che il volo pindarico, romanticamente intrecciando i corpi alla Paolo e Francesca, non prende quota.

 Voli sì, ma sempre basso, e a un certo punto, quella quota che dovevi prendere la perdi e niente, il grande amore viene declassato a storia di media importanza, arrivederci e grazie.

 E' in effetti una parte poco romanzata dell'amore (ed è comprensibile visto che l'amore è il sentimento romanzato per eccellenza): quelle storie che non hanno il briciolo di eternità che permettono a due persone di funzionare magnificamente insieme, anche se non necessariamente per tutta la vita.
 Non è tempo perso, ma diciamocelo, capita pure di pensare che è tempo che avremmo potuto spendere meglio, magari anche solo troncando prima.

 Venturini rende tutto più interessante con un linguaggio pop pieno di citazioni anni '80-'90 che forse sul finale (onestamente non all'altezza del libro, un po' da "sogno dello scrittore") diventa un po' troppo pesante, ma ci può stare.

 In ogni caso il libro è carino, soprattutto all'inizio, quando c'è meno melassa e il protagonista inizia a malvagiare sulle persone che incontra.
 Mi riconoscevo molto in questo modo di "pensar male" delle persone e mi ha anche sollevato sapere che i miei pensieri non sono poi così strambi (anche se malvagi).

 Grazioso, per trentenni (chi ha più o meno anni credo faccia proprio fatica a capirlo, tipo Zerocalcare, ma ancora più pop), secondo me funzionava anche senza il riferimento alla ciclotimia.
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