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mercoledì 7 aprile 2021

Il male che ci avvolge come polvere. "La casa impura" di Ono Fuyumi, un romanzo horror o una lezione sulla narrativa dell'orrore?

 Sarebbe molto interessante usare "La casa impura" di Ono Fuyumi, (appena uscito per Atmosphere Libri), durante un corso sulla letteratura horror poiché si tratta di uno strano romanzo, benissimo scritto, estremamente metaletterario, che indaga, attraverso una trama meticolosa, le grandi domande alla base del genere.

  La protagonista è una scrittrice di romanzi horror che per anni è stata anche curatrice di una raccolta di racconti dell'orrore. 

 Per questo motivo, nel corso degli anni, molti fan le hanno inviato storie sovrannaturali delle quali erano protagonisti (o sostenevano di esserlo) nella vita reale.

 Un giorno riceve la lettera di una sua lettrice, Kubo, che le racconta di essersi appena trasferita in un nuovo condominio, ma dopo appena pochi giorni ha iniziato a sentire in casa alcuni strani rumori. Dopo molto osservare, si era resa conto che provenivano principalmente da una stanza, dove era riuscita a intravedere il pezzo di un particolare kimono come pendere dal soffitto.

Leggendo, la scrittrice si rende conto di aver ricevuto, anni prima, una lettera con una storia simile e si capisce che si tratta dello stesso condominio. A quel punto decide di contattare Kubo e di indagare assieme a lei sui motivi cha avrebbero potuto la casa ad essere infestata dai fantasmi e se, soprattutto, si può parlare di fantasmi.

 Il libro infatti viaggia sempre sul sottile crinale del dubbio: ciò in cui la scrittrice e Kubo si imbattono è in effetti qualcosa di sovrannaturale o la loro è semplice suggestione?

 La trama prosegue seguendo il filo di ogni bravo romanzo o film horror: per comprendere ed estinguere le cause del male bisogna arrivare all'origine.

 Iniziano quindi separatamente una meticolosa opera di ricostruzione: chi abitava prima nell'appartamento? E' solo l'appartamento di Kubo a sembrare infestato o anche il resto del palazzo? E se invece fosse il terreno a contenere la radice del male?

 Si procede quindi in una selva di dubbi, di suicidi pregressi, di dicerie, pettegolezzi, famiglie distrutte, malattie. E più si va avanti più sembra che l'origine del male si sposti nel tempo: forse era una famiglia disgraziata, forse un edificio in fiamme, un ragazzino malato, una spada maledetta.

 Ma quanto a fondo bisogna andare per capire dove si annida il male? E perché alcuni fatti drammatici dovrebbero contenere uno specifico seme malvagio? Cosa causa il perdurare di una maledizione?

 I dubbi delle due protagoniste sono gli stessi dubbi di un lettore appassionato di horror o di uno scrittore che si trova ad affrontare una trama.

Cosa determina l'insorgenza del male? E perché decidiamo che uno specifico suicidio, una morte disgraziata o un incendio doloso debbano per forza essere connessa a qualcosa accaduto molti anni prima?

 Nel libro gli anni passano inesorabili. Le due donne cambiano case, chiedono aiuto, cercano testimonianze, e seppur scettiche iniziano con terrore a guardare ai malanni dai quali entrambe, in tempi diversi, sono afflitte. Normale routine o l'effetto di aver in qualche modo sfiorato il male?

 Diceva un famosissimo passo di Nietzsche che se a lungo guardi l'abisso, anche l'abisso ti guarderà ed è forse la morale del libro e del fascino che la narrativa dell'orrore ha sui lettori.

 La scrittrice e Kubo sono attratte e respinte allo stesso tempo dall'idea di seguire il filo rosso che dovrebbe svelare loro chi infesta la casa di Kubo.

 Tuttavia, più l'indagine si fa approfondita maggiore è la sensazione che le disgrazie concatenate non siano altro che un reciproco guardarsi tra abissi.

 L'idea che il male sia un contagio è alla base di altre storie. Da "The Ring" che crea un vero e proprio nesso tra un virus reale e un virus fantasma, a pellicole come "Il tocco del male" in cui un demone passa di corpo in corpo attraverso un semplice tocco.

Ed è un'idea affascinante perché, forse, è l'unica parte reale delle storie dell'orrore.

  Il male arriva dalle vie più impensate, attecchisce dove trova un terreno fertile, perseguita, porta alla pazzia, rende gigantesche cose microscopiche e viceversa. 

 Il libro si ferma un passo prima della soluzione, proprio come un buon trattato di narrativa dell'orrore dovrebbe fare, lasciando la domanda finale al gusto del lettore: è tutto vero e il male può prendere una forma che possiamo capire e combattere, oppure è solo un'incredibile suggestione che rimane attorno a noi come una polvere, una nuvola da attraversare senza rimanere indenni?

martedì 30 marzo 2021

Il 31 Marzo sarò ospite di Let's Queer It(aly), ciclo online dedicato al queer nella cultura italiana organizzato dalla sezione di Italian Studies dell'University of Birmingham! Non mancate!

Sebben latitante su questi schermi (forse dovrei venire psicologicamente a patti che la frequenza dei post è fisiologicamente diminuita benché assicuro che non abbandonerò mai questi spazi solo per i social), mi do da fare in cose varie ed eventuali a tema libresco!

 Il 31 Marzo 2021 alle 18:00 sarò ospite con Luca Starita ad uno degli incontri di Let's Queer It(aly) un ciclo online dedicato al queer nella cultura italiana contemporanea e organizzato dalla sezione di Italian Studies dell'University of Birmingham.

Se siete interessat* sarà possibile partecipare previa iscrizione sulla piattaforma Eventbrite a questo link: https://www.eventbrite.com/e/la-letteratura-queer-in-italia-oltre-i-canoni-tickets

L'evento è ovviamente gratuito! E ringrazio moltissimo Anna Lisa Somma per avermi coinvolta!

Vi lascio le locandine e la mia ansia!




domenica 7 marzo 2021

Ma se volessi leggere un horror giapponese? Undici consigli di lettura tra "The Ring" di Koji Suzuki, Yoko Ogawa, Taichi Yamada, fantasmi, prese elettriche e case infestate.

  Ho già raccontato in precedenza del mio amore per gli horror giapponesi, ma riassumo brevemente per chi giustamente non segue il blog da eoni.

Ero più o meno all'inizio dell'università quando il remake di "The Ring", oltre a dare lustro a Naomi Watts, mostrò agli occidentali il potere degli horror giapponesi.

 La grande differenza, o almeno una delle più grandi, è che i fantasmi giapponesi sono, tendenzialmente, molto più cattivi.

 Da noi, ad un certo punto in qualche modo li esorcizzi. Vogliono un prete, che tu gli risolva qualcosa che hanno lasciato in sospeso in vita, che li accompagni in paradiso o li salvi dall'inferno, insomma, se danno fastidio ai vivi, c'è sempre un motivo.

  E se c'è un motivo, c'è anche una soluzione.

 In Giappone no. In Giappone il fantasma sembra non avere uno scopo che non sia la propria personale fame o furia. Una fame o furia che in genere derivano da un qualche torto subito in vita, ma non è che ci sia la speranza di poterlo risolvere. Il protagonista della storia si illude di poterlo fare e si impegna e lotta, ma non sa che il fantasma non può saziarsi della sua brama di devastazione.

 Questo particolare, rese incredibilmente interessanti i moltissimi film e i vari libri che riuscirono finalmente ad arrivare in occidente grazie al "The Ring" di Verbinski. C'era una variabile che nella nostra ansia di espiazione cristiana, non avevamo previsto: la mancanza del perdono.

 Purtroppo tutte le cose belle finiscono e adesso immagino che tradurre film  horror giapponesi non passi per l'anticamera del cervello di nessun produttore oltre gli Urali.

 Però qualcuno traduce libri, e l'idea di questo post di consigli sugli horror giapponesi è nata propria da un libro appena uscito per Atmosphere libri che sto attendendo con grande trepidazione: "La casa impura" di Ono Fuyumi.

 La protagonista è l'ex curatrice di una collana horror per adolescenti che un tempo chiedeva ai lettori di inviare storie spaventose di loro conoscenza. Un paio di lettere, ad anni di distanza, raccontano dello stesso condominio a Tokyo, così decide di indagare..

Questa la sinossi e capite bene che non si può non trepidare.

 Nel frattempo, se vi viene voglia di leggere "La casa impura", ma qualche altro sul genere, eccovi una piccola lista di consigli.

  Purtroppo dovrete attingere abbondantemente alla biblioteca, ma SI PUO' FAAAARE.


THE RING  e DARK WATER di Koji Suzuki ed. Nord:

 E' un libro che rileggo ciclicamente perché è uno di quei libri che avrei voluto scrivere io.

 La storia è secondo me perfetta: equilibrata, inquietante, morbosa
senza essere pesante, con un'intuizione di fondo, l'idea di usare un mezzo tecnologico come medium per la propagazione della vendetta di un fantasma, assolutamente geniale.

 Il film è in molte cose fedele al libro e, a mio parere riesce a restituire molto bene le atmosfere. Menzione speciale al filmato che mi fa venire l'ansia solo a pensarci e che trovo davvero disturbante anche dopo anni.

 Ma se la storia di per sé è molto simile, il libro è molto meno educato del film. Nel film la protagonista è la classica madreh che deve attraversare indicibili ostacoli per salvare la propria prole, ma alla fine riesce, con un po' di cinismo, nell'intento.

 Nel libro il protagonista è un uomo e indaga per salvare la propria di pelle. 

 Samara si chiama Sadako e non è una bambina nata con la radice stessa del male, ma ha una storia molto più complessa che, peraltro, spiega anche la motivazione dietro alla cassetta maledetta che si propaga, esattamente come in una pandemia, per contagio.

Non posso svelarvi la soluzione, ma tecnicamente è adattissima ai tempi del covid. Il libro fa parte di una trilogia, ma non ho letto i due seguiti, "Spiral" e "Loop" perché virano molto sul fantascientifico.

 Dello stesso autore venne tradotta la raccolta di racconti, "Dark water", che, mi rendo conto scrivendo questo post, alla fine all'epoca non lessi (ora vado a metterlo nel paniere del mio ordine in biblioteca). 

Dal racconto che dà il titolo al libro è stato tratto un omonimo film, del quale esiste anche un remake con Jennifer Connelly, e che, all'epoca, vidi entrambi. Ricordo abbastanza bene che gran parte della faccenda poteva risolversi con l'aiuto di un buon idraulico.

Intanto Koji Suzuki si legge sulla fiducia.


ESTRANEI e UNA VOCE LONTANA di Taichi Yamada ed. Nord:

 C'era un tempo lontano in cui la Nord era una casa editrice specializzata in libri di genere. 

Per molti anni il suo focus principale è stato la fantascienza, ma aveva già iniziato a mutare da tempo quando, nei primi anni 2000, aveva pubblicato un paio di horror giapponesi molto graziosi: "Estranei" e "Una voce lontana", entrambi di Taichi Yamada.

 "Estranei" è uno di quei libri, che mi rendo conto, forse non sono esattamente per un momento covid.

 Il protagonista è Hideo Harada, un uomo divorziato, rimasto orfano dei genitori da ragazzino (i genitori che muoiono prematuramente in coppia sono un grande must del Giappone) che si sente davvero molto solo.

 Un giorno decide di andare nel quartiere della sua infanzia, ad Aasakusa, e lì incontra un uomo che gli ricorda tantissimo suo padre.

 Potrebbe essere una coincidenza se non fosse che anche sua moglie è davvero identica alla madre di Hideo. Inoltre tutti e tre si trovano estremamente bene insieme e Hideo, quando è con loro sente in qualche modo di essere tornato a casa..

Ve lo dico. Fazzoletti e se siete in un momento un po' da trauma covid (tipo io vorrei vivere attaccata ai miei h24 cosa MAI accaduta in vita mia), lasciatelo per un momento migliore.

 "Una voce lontana" invece mi è rimasto meno impresso e l'ho quasi dimenticato, ma la recensione che ne feci all'epoca su Anobii (ci sono rientrata di recente proprio per scrivere questo post) conferma che non mi piacque particolarmente.

  La storia è quella di un funzionario dell'immigrazione in Giappone che, durante una retata, sviene inseguendo un fuggiasco. Travolto da intense emozioni fisiche, inizia da quel momento a sentire una voce nella sua testa, una voce di donna per la precisione.

 Mi ricordo il finale e che doveva sposarsi con una tizia quasi sconosciuta con un matrimonio combinato. Per il resto, il vuoto. 

 Tuttavia il gusti sono gusti, magari a voi potrebbe piacere, quindi perché non provare?


QUANDO CADRA' LA PIOGGIA TORNERO' di Takuji Ichikawa ed Tea: 

Racconto di fantasmi poco spaventoso e molto drammatico, "Quando cadrà la pioggia tornerò" ha per protagonista Takumi, un ventottenne con alcuni problemi (non ben spiegati, non si capisce se ha un lieve ritardo mentale o altro) rimane vedovo dopo che sua moglie muore dopo una breve malattia. Con difficoltà, il ragazzo cerca di sopravvivere al dolore e di crescere il loro bambino, Yuji. 

 Lo sostiene una frase che la moglie ha detto prima di morire: "Quando cadrà la pioggia tornerò".

 Ed effettivamente un giorno, dopo la pioggia, sua moglie appare. Sembra un po' più giovane, ma è proprio lei e inizia a vivere con loro, come se nulla fosse successo.

 Rimette a posto il piccolo caos nel quale i due sono già precipitati e dare loro delle regole per riuscire a farcela nonostante i problemi di Takumi. Ma è davvero possibile tornare dalla morte?

Preparate taaaaanto fazzolettame.

Ps. Facendo le ricerche per questo post ho scoperto che dello stesso autore esiste un altro libro tradotto (spero che il titolo sia una pessima idea del traduttore): "Sono tornata, amore".


UTSUBORA di Asumiko Nakamura ed. Coconino:

 Graphic novel in due volumi, riprende il tema del doppio attraverso due misteriose gemelle. 

 La storia inizia con una ragazza, Aki, che si getta da un palazzo senza motivo apparente. I due numeri da chiamare in caso di emergenza risultano quelli della sua gemella Miki e di un famoso romanziere, Jun, recentemente tornato alla ribalta con un romanzo di successo, "Utsubora", dopo un periodo di crisi.

 La vicenda diventa ben presto molto complessa perché, se in un primo tempo, sembra che l'unico legame tra Aki e Jun fosse quello, anche un po' ambiguo, tra una fan e un famoso scrittore, ben presto diventa evidente che "Utsubora" vi ha giocato un ruolo. 

 Inoltre Miki sembra sapere su Jun molte più cose di quanto lui, che ne ignorava l'esistenza, avesse previsto, facendo balenare l'idea che la ragazza non sia realmente chi dice di essere.

 Noir con venature horror, avrebbe funzionato benissimo (anche meglio, secondo me), come romanzo. Perfetto per chi ama le storie di atmosfera.


LA CASA DELLA LUCE di Yoko Ogawa ed. Il Saggiatore:

 Raccolta di tre novelle lunghe, merita di stare in questa lista per via del secondo racconto, ambientato in un decadente e inquietante pensionato studentesco. 

 Una donna di Tokyo consiglia ad un suo giovane cugino, che deve trasferirsi in città per studiare, di andare a vivere in un pensionato studentesco di cui aveva buoni ricordi anni prima. 

 Non sa che col passare degli anni il posto è decaduto e ormai ci vivono poche persone. Proprio per questo è abbastanza a buon mercato per il ragazzo che vi si trasferisce per poi sparire misteriosamente.

 C'entra forse l'inquietante proprietario? 

 Peccato che la Ogawa non abbia scelto di farne un romanzo intero.


LA POLTRONA UMANA e altri racconti ed. Atmosphere libri e LA STRANA STORIA DELL'ISOLA PANORAMA ed. Marsilio di Edogawa Ranpo:


 Sebbene esuli dal tono degli horror che ho consigliato, non potevo esimermi, nel caso qualcuno landasse qui alla ricerca di consigli generici, di inserire Edogawa Ranpo, l'Edgar Allan Poe giapponese dichiarato sin dallo pseudonimo che scelse di usare.

 In Italia i suoi libri, gialli e horror, sono tradotti principalmente da Marsilio e Atmosphere Libri.

 I miei consigli sono due: "La poltrona umana e altri racconti", una selezione di racconti davvero  morbosi e inquietanti a partire da quello dal quale prende il titolo (un'idea che onestamente non so come sia potuta venire in mente a qualcuno), e "La strana storia dell'isola Panorama", un magnificente incubo horror. 

 La storia racconta le vicende di un giovane perdigiorno squattrinato, Hitomi Hirosuke, che riesce a sostituirsi (un po' in stile Talento di Mr Ripley) ad un ricco rampollo di una famiglia illustre, suo vecchio amico

 Dopo aver convinto tutti della sua identità, decide di investire le sue enormi somme di denaro nella creazione, su un'isola, di una sorta di Eden, un paradiso terrestre composto da foreste lussureggianti, luoghi onirici, comparse, strane abitazioni, animali e via discorrendo, che assume toni sempre più folli e grotteschi.

 Il finale, assicuro, è molto horror (e nel caso vi piacesse, ne esiste anche una graphic omonima di Suehiro Maruo).


PRESA ELETTRICA di Randy Taguchi:

 Il titolo, ve lo dico, è inquietante e non ho un grandissimo ricordo nemmeno di questo libro, il primo di una trilogia. 

 La protagonista, la giovane Yuki, dopo una notte di sesso con un collega, tornando a casa scorge suo fratello Taka col suo cane al guinzaglio. Peccato che il cane sia morto da tempo. 

 Poco dopo Yuki scopre che anche suo fratello è morto: si è lasciato morire in casa ed è morto circondato da prese elettriche.

 Se ben ricordo, Yuki è una sorta di sciamana che sprigiona i suoi poteri attraverso il sesso, e, sempre se ben ricordo, la Taguchi insisteva fastidiosamente su questa similitudine con le prese della corrente, le spine, l'elettricità ecc.

 Nel caso vi venisse voglia di cercarlo in biblioteca (credo sia di almeno 12-13 anni fa e non è stato più ristampato), ha due seguiti: "Antenna" e "Mosaico".


E voi ne conoscete altri? Se sì, suggerite! Necessito di nuove cose da leggere!

Ps. Aggiungo già, per chiunque legga il post in futuro, questa antologia di autori italiani e giapponesi che hanno consigliato su fb!


sabato 6 febbraio 2021

Sono una donna non sono una santa. Cinque libri (+1) su e di grandi cortigiane della Belle Époque tra Dumas, Vanna Vinci, Zola e Toulouse-Lautrec.

 Saltata quasi a piè pari a scuola durante le ore di storie, la Belle Époque, conosciuta dalle masse principalmente grazie al Moulin Rouge, al can can, le affiche di Toulouse-Lautrec e il "Moulin Rouge" di Buz Lhurmann, rientrava di sguincio dalla finestre grazie a quelle di storia dell'arte.

 La modernità avanzava a grandi falcate, il vecchio mondo moriva e non si sapeva ancora che quello nuovo avrebbe esordito con un paio di guerre mondiali e decine di milioni di morti. 

In quella splendida fessura della storia, si annidò l'apice dello splendore di un mondo che esisteva da secoli, ma destinato a scomparire, almeno in quella forma: quello delle cortigiane.

 Bellissime, avventurose, coraggiose, sensuali, spesso oltraggiose e spesso oltraggiate, piegarono l'oppressione maschile a loro favore, riuscendo a risplendere tra alterne fortune, esattamente come la protagonista del film di Lhurmann, Satine, interpretata da una bellissima Nicole Kidman prima del botox

E' alle cortigiane di questo breve, ma felice periodo storico a cavallo tra '800 e '900 che Vanna Vinci dedica il suo nuovo libro, lo splendido “Parle-moi d'amour” ed. Feltrinelli.


Una carrellata di piccole biografie, specialità dell'autrice, in cui esse si muovono leggiadre tra nobiluomini disposti a principeschi mantenimenti, artisti affascinati che ne fecero muse per poesie, dipinti e sculture scandalose, mariti sinceramente innamorati e anche figli (solitamente poco considerati, ma erano tempi molto diversi, se ci si pensa anche in “Downton Abbey” le tre contessine passano un tempo molto piccolo con la propria prole).

 Conoscerete la graziosa Emilienne d'Alencon, prototipo della biondina stupidotta che in realtà si mangia tutti, la fascinosa Liane de Pougy che morì in odor di santità, la splendida Apollonie Sabatier che fu modello per la scandalosa statua “Donna morsa da serpente” e lei, la più famosa nell'immaginario collettivo, la bella Otero.

 Molte, citate sul finale, sono rimaste fuori ed è un dispiacere, una su tutte Lola Montez, avventuriera irlandese che si faceva passare per spagnola e che causò l'abdicazione di Ludovico I di Baviera, nonno del più famoso, ma non meno eccentrico, Ludwig.

Il libro è davvero considerevole e, credetemi, vale i 22 euro di spesa perché la cura nei dettagli, la ricostruzione storica, le splendide tavole in cui si muovono forsennate splendide donne morbide e sensuali, trasmettono l'enorme lavoro che c'è stato dietro, una rarità, se mi si permette, in un momento di tanti fumetti mordi e fuggi.

 Ovviamente, una volta terminato, avrete una voglia pazza di leggere altro, e magari vi chiederete cosa. 

 Eccovi alcuni miei umili suggerimenti e mi raccomando, tenete sempre vicina una bottiglia di Champagne (o almeno di spumante).


"LIANE DE POUGY" di Jean Chalon ed. Nutrimenti:

 Tra i personaggi più complessi affrontati da Vanna Vinci c'è indubbiamente Liane de Pougy della quale in Italia si trova in commercio una biografia di Jean Chalon, “Liane de Pougy. Cortigiana, principessa e santa” ed. Nutrimenti.

 Nata nel 1869, più benestante di molte altre cortigiane, venne però crudelmente data in sposa dai genitori ad un militare piuttosto violento dal quale ebbe un figlio. Dopo che, avendola scoperta a letto con l'amante, le rifilò una pallottola nel sedete, Liane (il cui vero nome era Anne-Marie) scappò a Parigi e chiese il divorzio.

 Divenne presto un'attrice di teatro e una cortigiana famosa (un binomio abbastanza comune per l'epoca) e intrattenne numerose relazioni con uomini e donne, tra le quali la scrittrice statunitense Natalie Clifford Barney.

 Si sposò poi in seconde nozze con un principe di origine rumena Georges Ghika che conduceva però una vita troppo viziosa anche per una famosa cortigiana. Sopportò i tradimenti e a sua volta lo tradì con frequenza, finché lui la lasciò per un'altra. 

La sua ultima vita, quella di donna devota destinata a morire in un convento in Svizzera nel 1950, iniziò dopo una visita in un orfanatrofio per disabili. Ebbe una svolta mistica e attese la morte del marito, nel frattempo tornato da lei, prima di prendere i voti. Il suo unico figlio, avuto dal primo marito, era morto da tempo nella prima guerra mondiale.


"LA SIGNORA DELLE CAMELIE" di Alexandre Dumas e "NANA'" di Emile Zola:


 Ispirato alla cortigiana Marie Duplessis, con la quale Alexandre Dumas figlio ebbe una travagliata relazione
funestata dalla presenza di altri corteggiatori e soprattutto dalla malattia della donna, è una storia che definire drammatica è molto riduttivo.

 La storia, famosissima, narra dell'amore impossibile tra Armando, giovane di buona famiglia e Margherita Gautier, famosa e splendida cortigiana destinata, lo sappiamo tutti avendo ispirato il romanzo anche “La traviata” di Verdi, a finire molto male.


“Nanà” di Emile Zola è invece ispirato alla figura della Contessa Valtesse de la Bigne
che nacque poverissima e dalla povertà imparò che i soldi, forse, una certa felicità potevano darla, soprattutto quando gli uomini ti tradiscono.

 Dopo una violenza subita in giovanissima età, iniziò a fare la Lorette, una via di mezzo tra una lavoratrice di basso rango e una prostituta, poi conobbe un ragazzo benestante ed ebbe due figlie con lui finché lui non la lasciò. 

 Valtesse iniziò allora una piccola carriera teatrale dove si fece notare per la sua bellezza, dovuta anche agli splendidi capelli tiziano. 

 Divenne ricchissima e arredò fastosamente una casa che Zola fece carte false per vedere. La protagonista di "Nanà", crudele e senza cuore, non fa una bellissima fine, al contrario di Valtesse che si autoproclamò contessa e visse in grande ricchezza fino all'ultimo dei suoi giorni, quando si fece seppellire assieme a due uomini in una tomba disegnata da lei.


JANE AVRIL, "Le mie memorie" ed. Castelvecchi:

Una delle più celebri ballerine del Moulin Rouge, fu Jane Avril che, come molte altre cortigiane ebbe una storia tragica che trovò una sua parabola salvifica lì dove la morale comune vi vedeva perdizione: il can can. 

 Figlia illegittima di una cortigiana e un nobile italiano, venne lasciata alle cure materne solo all'età di nove anni dai nonni paterni. Dalla donna Jane subì una serie di angherie che la portarono prima alle crisi nervose e poi a tentare il suicidio dal quale venne salvata da una prostituta che le fece scoprire il mondo fluttuante.

  Jane Avril, come racconta nella sua autobiografia, pubblicata in Italia, attualmente, da Castelvecchi, come il ballo la salvò. Divenne una ballerina celeberrima, immortalata più volte da Toulouse-Lautrec, e si sposò con un pittore, Maurice Blais che dilapidò tutti i suoi beni.

Morì nel 1943 in una casa di riposo per artisti.


E per concludere, non si può non farsi venir voglia di andare a guardare un po' di Belle Époque in un qualche catalogo delle opere di Tolouse-Lautrec!



martedì 26 gennaio 2021

"Il commissario Ricciardi", una fiction di fantastoria abbastanza riuscita. Fotografia da diesci, Guanciale da sette, Claustrofobia da zero e Fascismo non pervenuto.

 Ieri sera è andata in onda la prima puntata della fiction su Ricciardi, il fascinoso e tormentato commissario creato da Maurizio De Giovanni (qui il mio post sui suoi libri, bellissimi) la cui peculiarità, nella selva dei commissari, è quella di vedere i fantasmi dei morti di morte violenta nel luogo dove sono deceduti. Non solo li vede, ma li sente anche, finendo per vivere una tormentata esistenza al liminare tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti.

 Devo dire che quando la Rai ha deciso di trarne una fiction ero piuttosto preoccupata.

 "I bastardi di Pizzofalcone" era stato un mezzo disastro (per me ovviamente), nonostante i libri fossero praticamente stati scritti per essere la base di una fiction.

 I personaggi travisati, le situazioni ribaltate in stile "Occhi del cuore" e una Napoli noiosa come un paesello delle montagne svizzere, avevano messo una pietra tombale sulla mia fiducia nella tv generalista di riuscire a produrre un prodotto, non dico al passo coi tempi, ma almeno non al limite della telenovela.

 Ricciardi peraltro presentava due problematiche aggiuntive:

1) L'ambientazione in epoca fascista, alias la kriptonite della tv italiana.

2) Gli effetti speciali (che forse gli ultimi visti risalgono a "A come Andromeda") perché insomma, supponevo che nemmeno in Rai sarebbero giunti  a pensare che un figurante infarinato potesse essere credibile come fantasma.

 Ebbene, contro ogni aspettativa, la Rai è riuscita a sfornare un prodotto direi accettabile, superiore di sicuro a quello che mi aspettavo, con qualche punta di qualità e qualche evidente pecca.

 Ecco a voi la mia analisi minuto per minuto.


LE COSE RIUSCITE

LA FOTOGRAFIA:

 Se questa serie risulta più convincente di tante altre è perché, finalmente, la fotografia non è "Duccio smarmella".

 Il lavoro di luci e di atmosfere fa praticamente metà della fiction che nei suoi numerosissimi (se non tutti) interni, appare quasi una sorta di fumetto horror.

 Su fb in molti mi hanno fatto notare come la fiction avesse di certo preso a piene mani dal fumetto Bonelliano di Ricciardi (del quale ho letto un paio di numeri che mi sono parsi molto convincenti).



 In effetti Ricciardi è un protagonista molto fumettoso. Ha una sorta di superpotere, si aggira in una città oppressa, i co-primari sono tutti estremamente delineati. Inoltre l'epoca fascista e il fumetto horror hanno molte tinte in comune, quel grigio cupo, quel virare verso il verdastro, che restituiscono una certa tensione distopica, insomma, se il Ricciardi che vediamo è credibile è perché il contesto, più che storico, è riuscitamente fantastorico e la fotografia in questo gioco è stata fondamentale e credibilissima. Voto diesci.


I PERSONAGGI:

 Bisogna spezzare una lancia anche in favore del direttore del casting che, almeno in questa puntata, non ha dovuto cedere a nessuna starlette o attore di prima fascia, Lino Guanciale (che però è in parte) escluso.

 I personaggi, a mio parere, sono tutti molto azzeccati

 Lino Guanciale (dieci anni fa avrebbero dato il ruolo a un riluttante Scamarcio) in effetti ha le phisique du role per essere l'oggetto del desiderio di tutte le donne etero dentro e fuori lo schermo, esattamente come Ricciardi lo è per tutte le donne che hanno la fortuna di incontrarlo nel libro.

 Livia, che ricordavo bionda, ma tutti mi dicono sia mora, è molto bella, ha un viso antico il giusto e una certa regalità. Tutte cose che apprezzo moltissimo. Le manca forse quella nota un po' imprevedibile e felina che De Giovanni sottolinea numerose volte nei libri. Ha una certa freddezza che speriamo svanisca nelle prossime puntate.

Maione, sua moglie, Rosa, il prete, i gerarchi vari del commissariato sono tutti in parte, più o meno come li immaginavo. L'unico completamente diverso è il dottor Modo che, non so perché, ho sempre immaginato un signore pelato e con gli occhiali, ma quello è un problema mio.

 Bambinella, fantastico. Spero abbia più scene. Era bello il personaggio nei libri, l'attore è bravissimo e super in parte. Il migliore di tutta la fiction.


LE COSE NON RIUSCITE:

I PERSONAGGI:

 Se Lino Guanciale è di sicuro in parte, avrebbe però dovuto calcare meno la mano sull'estremizzazione di Ricciardi. Ci sono intere scene in cui è accigliatissimo, altre in cui è basitissimo, altre ancora in cui è al limite del vampirismo. 

 Certo, è interessante la possibilità che Ricciardi, avendo a che fare col regno dei morti, ne assuma anche alcune caratteristiche, ma insomma, una recitazione un filino più sfumata non è che guastava.

 Inoltre. Va bene che non sono state dedicate troppe scene alla caratterizzazione dei personaggi, (Rosa, personaggio fantastico nel libro, qui dice tre battute e una è sul ferro da stiro), ma Ricciardi, tipo, si cambierà ogni tanto, o no? Ha quell'impermeabile attaccato al corpo SEMPRE. Temevo che a un certo punto ci andasse a dormire.

 Enrica. Mi spiace ma è davvero l'unico personaggio che secondo me stona. 

 Lei troooooppo bellina, troppo moderna soprattutto. Non basta infilare gli occhiali a una ragazza graziosa per renderla una bellezza "interessante". Io la immaginavo molto diversa, non così bellina e non così moderna, una bellezza un po' antica diciamo, meno fine anche. E' l'unica che sembra provenire dal 2020 e non è convincente in un contesto fantastorico. Peccato.

LA CLAUSTROFOBIA:

Di sicuro ci sono dei motivi pratici ed economici che hanno portato la fiction ad essere una lunga sequela di scene piuttosto statiche, con poche persone, in interni molto ripetitivi. 

 Girare in interni costa meno che girare in esterni, e immagino che in parte sia stato girato in epoca Covid con tutti i limiti del caso. Soprattutto per questo, non me la sento di infierire su una regia statica che risulta più convincente di quella di Pizzofalcone per un motivo: sembra di leggere un fumetto.

 Le scene sono ampi riquadri con dialoghi e poi si passa al successivo. Ricciardi è fumettoso e ci sta, però manca così completamente un personaggio presentissimo nei libri di De Giovanni: Napoli.

 Napoli scompare, non c'è la vita, non ci sono le persone, i ritmi, i cibi, la vitalità, la fame, la miseria e lo splendore. Siamo su un set cinematografico o, appunto, nelle vignette di un disegnatore un po' pigro che non ha voglia di fare sfondi.

Spero che il problema fosse il Covid.

GLI EFFETTI SPECIALI:

Mio cognato
Una cosa bisognava fare: i fantasmi.

  Dico solo che l'ologramma di mio cognato che fa il cavaliere fantasma nel castello di Santa Severa, non solo è fatto meglio, ma fa più paura.

Inoltre Ricciardi è praticamente perseguitato dai fantasmi che vede ovunque quando cammina. 

Qui invece c'è il tenore ammazzato (che non capisco bene cosa dice, ma è un problema mio) e un fantasmino incontrato per strada. Per il resto Ricciardi cammina in strade deserte degne di un Lockdown ante litteram.

 Mettetecelo qualche fantasma in più, anche fatto male, se no Guanciale fa il tormentato senza motivo.


LE COSE BOH VEDIAMO COME VA:


IL PERIODO FASCISTA:

 Per ora tutto quello che ci riconduce al periodo fascista è l'aver intravisto sfocata l'immagine di Mussolini dietro al gerarca e la faccia disgustata di Ricciardi-Guanciale quando il gerarca fa velati riferimenti "A Roma". Fine.

 Per il resto potremmo essere ovunque, in un tempo abbastanza indefinito. E in effetti, come detto sopra, che siamo a Napoli lo sappiamo giusto perché abbiamo letto i libri e appare una sfogliatella, altrimenti potremmo letteralmente essere ovunque. E infatti parte delle scene è stata girata a Taranto.

 Vorrei pensare che nella prima puntata non è che puoi affrontare bene il contesto, ma temo sia il solito modo italiano di fingere che una cosa controversa e vergognosa insomma vabbeh facciamo finta che non c'è veramente e facim ammuina.

 Beneficio del dubbio almeno fino alla seconda puntata.


E voi? Lo avete visto? Vi è piaciuto? Cosa ne pensate?

lunedì 18 gennaio 2021

Le recensioni di mezzo. Se devi delirare, delira fino in fondo. "Nero ferrarese" di Lorenzo Mazzoni e la lezione di Pinketts.

  Come avrete notato in questi anni, sono una che legge molti gialli.


Li trovo rilassanti, ma ammetto che, finita l'epoca in cui passavo il pranzo assieme ai miei nonni a guardare la Signora in giallo facendo a gara a chi scopriva per primo l'assassino, non li leggo per scoprire davvero chi è l'assassino. 

 Mi piace l'atmosfera, l'idea che la trama vada a parare da qualche parte e, devo dire, anche quella dose di libertà creativa che li distingue dagli altri generi.

 Ad un giallo investigativo preferisco di gran lunga uno d'atmosfera, sempre che l'atmosfera non sia una scusa per non avere una vera trama però (come accade ad esempio nella serie di Precious Ramotswe di Alexander McCall Smith, in cui bello il Botswana, bello tutto, ma il giallo non c'è).

 I gialli d'atmosfera, dopo un certo numero di indagini permettono all'autore di scrivere quasi col pilota automatico.

 Per capirci, Camilleri alla fine aveva ridotto le indagini di Montalbano a una specie di processione tra case dove gli venivano offerte leccornie sicule, ma il contesto era talmente tanto codificato che capire chi fosse realmente l'assassino era diventato quasi superfluo. E in verità, anche quando l'indagine c'era eccome, come nel caso di Chandler, era il contesto a rendere tutto davvero speciale.

Il giallo di Lorenzo Mazzoni, "Nero ferrarese" ed. Pessime Idee, scivola un po' su quel declivio. Il protagonista, Pietro Malatesta, anarchico di nome e di fatto, fa il poliziotto controvoglia in quel di Ferrara, città un tempo fascista, poi comunista, ora, lo sappiamo, leghista.

 Tutto inizia con l'omicidio di un fascistello diciannovenne, poi, la posta progressivamente si alza. Si alza TANTISSIMO. Si alza, direi, troppissimo.

 Chiariamo, il libro è scorrevole e scritto bene, ha quella sorta di placida follia che apprezzo tantissimo, soprattutto nei gialli. Il protagonista è circondato da personaggi abbastanza deliranti e ha passioni abbastanza deliranti (come la Spal e il paese d'origine di suo nonno, Tresigallo).

 Solo che, non so se per la brevità del romanzo (che è, in verità secondo me troppo corto per il suo potenziale) o per una certa mancanza di coraggio, il delirio non è totale come dovrebbe essere.

 Per dare un attimo un senso a quello che sto dicendo, secondo me quando si decide di scrivere un giallo il cui contesto ha una certa dose di follia un po' satirica bisogna puntare (anche senza arrivare a tali estremi) a Pinketts.

 I libri di Pinketts, se li avete letti (se non li avete letti VERGOGNA FATELO), sono un esempio di nonsense lucido che coinvolge trama e lingua simultaneamente. Sono il trionfo dell'assurdo che però riesce a mantenere una sua sottile coerenza in grado di portare avanti la trama.


 Non definirei i gialli di Pinketts propriamente dei gialli, ma trovo interessante e significativo che abbia scelto nel suo percorso letterario di fare uso proprio di questo genere che è in effetti in grado, per sua natura, di contenere e sprigionare tutta la follia umana di questo mondo.

 Cosa c'è del resto di più folle di un essere umano che per folli e spesso futili motivi architetta strani piani criminosi con premesse altrettanto folli, futili e criminose?

 Nel caso di "Nero ferrarerese" le premesse e l'idea sono accattivanti e anche il protagonista, di suo, sarebbe in grado di reggere una trama complessa, ma manca un tocco di follia finale.

 Se si alza la posta criminosa in modo vertiginoso, ossia se il delitto è particolarmente grave, allora deve esserci o una robusta trama dietro o un'atmosfera folle che giustifichi l'esagerazione.

 Non so esattamente Mazzoni dove condurrà in futuro il suo personaggio che, soprattutto sviluppando meglio i personaggi secondari, può promettere un contesto già ben organizzato, ma spero in una trama più complessa, anche solo alla Verasani per capirci. 

 Oppure, se proprio è necessario sperare bene, che spinga meglio sul confine della follia: l'anarchia di Mazzoni, il figlio facile a strambi estremismi, il ménage familiare ai confini della sopportazione.

 Un po' di coraggio, i gialli più sapidi sono, meglio è per tutti.

martedì 12 gennaio 2021

Collegare le cose diseguali in un intero. La (mia) vita dopo un anno nel mondo parallelo tra "Canada" di Ford, la diserzione di Conrad e i pozzi di Murakami.

Ed eccoci qui, nel 2021.

Ill. by Victo Ngai

 In modo quasi incredibile il primo post di quest'anno è una sorta di naturale completamento del primo post dell'anno scorso,
quando paventavo un anno complicato e pieno di decisioni difficili senza peraltro che l'uragano covid si fosse abbattuto sulle nostre lande.

  Un anno dopo posso dire di essere sopravvissuta a tutte le mie decisioni, che sono state difficili, ma sono prese e che sì sono state complesse da affrontare, ma ce l'ho fatta pur con una pandemia in mezzo.

  Il post di un anno fa prendeva la sua riflessione da "Canada" di Richard Ford, un romanzo, meraviglioso, sugli ostacoli davanti ai quali ci mette la vita.

 Non si tratta di ostacoli per forza drammatici, ma il senso del libro, credo, fosse distruggere l'idea che siamo completamente artefici del nostro destino.

 In parte è vero, ma in parte siamo artefici del nostro destino pur sempre in base a ciò che il nostro destino ha in serbo per noi.

 Dell, il protagonista di "Canada" ha una vita tranquilla coi suoi genitori e la sua gemella quando un giorno, a causa di alcuni debiti, il padre decide di rapinare una banca con l'aiuto della madre. E' il gesto scellerato di una coppia più spaventata che criminale, ma avrà enormi conseguenze sui figli.


In attesa degli assistenti sociali, dopo che la sua gemella è scappata, Dell afferra un'occasione che lo porta dalla provincia americana al Canada dove vivrà alcune avventure picaresche prima di vivere un'esistenza tutto sommato ordinaria.

 Non ha scelto lui di cambiare vita e ha fatto una scommessa afferrando la sua occasione. Ci ha provato.

 Nel finale, secondo me, c'è un po' tutto il riassunto delle nostre vite e mi piace citarlo nuovamente perché ci ho pensato spesso quest'anno, e quella frase, "La vita che riceviamo è vuota", mi è risuonata in testa molte più volte di quel che avrei voluto.

"Credo che quello che vedi sia quasi tutto quello che esiste, come ho insegnato ai miei studenti, e che la vita che riceviamo sia vuota. Così mentre il significato pesa, e molto, questo è il massimo che può fare. Quello che c'è sotto quasi non si vede.
Mia madre disse che avrei avuto migliaia di mattine per svegliarmi e pensare a tutto questo, quando nessuno mi avrebbe detto cosa devo sentire. Ormai sono molte migliaia. Quello che so è che nella vita hai migliori possibilità -di sopravvivere- se sopporti bene le sconfitte, se riesci a subordinare, come indicava Ruskin, a mantenere le proporzioni, a collegare le cose diseguali in un intero che protegga quanto c'è di buono, anche se bisogna riconoscere che spesso il buono non è semplice da trovare. Ci proviamo, come disse mia sorella. Ci proviamo. Noi tutti. Ci proviamo."

 Diciamo che è stato un anno in cui volenti o nolenti tutti abbiamo fatto più conti col nostro destino di quanto avremmo voluto, ma in un modo o nell'altro ce l'abbiamo fatta. 

 Non mi illudo e non penso e forse non spero nemmeno che la prospettiva collettiva di un anno fa sia la stessa adesso. Ma penso anche che quando avremo passato questo momento saremo diversi. Non so se saremo migliori, mi viene difficile pensarlo, ma di certo qualcosa sarà cambiato.

Posso dire, dalla mia parte, che probabilmente senza Covid non avrei avuto il coraggio di cambiare la mia vita, anche se sentivo fortemente di averne bisogno.

 Come diceva Conrad in qualche modo "Il mio atto, per quanto avventato, aveva più le caratteristiche del divorzio, della diserzione quasi".

 Ma non ho divorziato, non temete. Semplicemente, ma anche incredibilmente, a causa del lavoro di Dolcemetà c'è stata la possibilità di venire a Roma e l'abbiamo colta. Messa così sembra una cosa semplice, ma dopo 11 al nord per me (e tutta la vita per la nordica Dolcemetà), con le incertezze del covid e il rischio di lasciare il mio lavoro, alla fine ci siamo davvero buttate nel vuoto.

 Se sarà la scelta giusta non lo so, avevo sicuramente bisogno di un cambiamento e desideravo da sempre tornare vicino casa, ma spesso, durante quest'anno, ho avuto come la sensazione di aver perso qualcosa di fondamentale e di aver afferrato qualcosa di altrettanto fondamentale, ma completamente nuovo.

 Per fare un ultimo paragone letterario, senza per forza voler ricorrere all'abusata frase sulla tempesta di Murakami, ho davvero la sensazione che hanno molti personaggi nelle sue storie.


 E' come se la pandemia fosse stata uno di quei mondi paralleli,
quelle realtà alternative nelle quali attraverso un treno, un gatto, un bosco, un pozzo, alcuni suoi personaggi scivolano per tornarne mutati.  Dove sono andati? Cosa ha fatto loro il periodo che hanno passato altrove? Sono davvero gli stessi?

 Ma penso che sia una sensazione che condivido con molti quest'anno, tutti coloro che si sono accorti di esserci effettivamente finiti in quel pozzo murakamiano abitato dall'uomo pecora e coronavirus.

Abbiamo avuto la nostra realtà parallela e abbiamo scambiato qualcosa di noi con qualcos'altro di completamente nuovo e misterioso.

 Il bello della vita è che avremo tempo (speriamo) per comprendere di cosa si tratta e sperare di "collegare le cose diseguali in un intero".

 Un brindisi a tutt* noi e che il nuovo anno sia migliore!

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