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sabato 15 ottobre 2016

Quando il libraio (o il bibliotecario) è anche scrittore. Sette luminosi esempi tra bouquinistes, librerie segrete, arguzie orwelliane, bombardamenti e Just Kids-

Una delle cose che più mi dispiace (e urta) è quando si definisce il libraio di catena (o il libraio non proprietario in generale, quindi anche i dipendenti delle librerie indipendenti) "commesso".

Non che ci sia qualcosa di male nel fare il commesso, ma molti lo usano con quel disprezzo malcelato di chi compatisce (nel migliore dei casi) chiunque si è ritrovato a fare un lavoro socialmente basso come puah vendere cose.

 Ciò che mi porta perciò a farmi arrivare il sangue al cervello quando sento "commesso" e non "libraio" non è perciò questo lato borghesemente snob di chi disprezza l'onesto lavoro altrui, ma la differenza di mansioni dovuta a una differenza di base: il prodotto.

 Certo, esistono librai e libraie effettivamente incompetenti ma possono esserci due ragioni principali:

1) Sono incompetenti. Punto. Ma bisognerebbe ricordarsi che, sfortunatamente per tutti noi esistono incompetenti in qualsiasi professione, dall'avvocato al cuoco, dal medico all'impiegato, dal bancario al ragioniere.

2) Potrebbe darsi che il libraio a cui voi state rivolgendo la domanda non sia effettivamente competente nell'ambito di vostro interesse. 

 Lavorare in libreria necessita di molte conoscenze, molte, molte, molte in qualsiasi ambito, dalla psicologia alla letteratura, dalla musica all'arte.

 A parte Pico della Mirandola o Alberto Angela credo che pochi riescano a spaziare in ogni ambito, anche dopo anni di lavoro. Come ogni tanto dico, fare il libraio certe volte è come giocare a Trivial tutto il giorno.

Per rafforzare queste mie perorazioni e istanze, ho deciso di portarvi alcuni esempi di illustri librai e di un bibliotecario affinché possiate guardarci con occhi più indulgenti.

 In realtà sotto quel libraio che vi sembra tanto stordito potrebbe celarsi un genio!


LUCIANO BIANCIARDI:

 Prima di giungere a Milano e lanciarsi nel rutilante mondo editoriale (se ci sono aspiranti lavoratori nell'editoria vi sconsiglio ardentemente quel pur bel libro che è "La vita agra" perché vi passa la voglia), Bianciardi fu bibliotecario.

 Durante l'università mi portarono in gita alla biblioteca Chelliana in quel di Grosseto (tra l'altro, perdonatemi grossetani, ma l'unica città della Toscana che proprio non mi è piaciuta), una cittadina che venne pesantemente bombardata durante la seconda guerra mondiale.

 Bianciardi si occupò della ricostruzione della biblioteca distrutta durante uno dei raid aerei nel 1944. 

 Insegnante, si fece trasferire alla biblioteca dove recuperò il recuperabile (dopo il bombardamento, un'esondazione aveva rovinato gran parte del patrimonio), catalogò da autodidatta, integrò il patrimonio con testi moderni, lanciò un frequentatissimo cineclub e istituì persino l'innovativo servizio del Bibliobus che si inerpicava per i paeselli del circondario nel tentativo di portare la cultura fuori da un luogo in cui molti erano restii ad entrare. 

 Elisabetta Francioni, bibliotecaria della Biblioteca nazionale Centrale di Firenze ha scritto un libro sull'esperienza di Bianciardi bibliotecario, "Luciano Bianciardi bibliotecario a Grosseto" ed. Aib:

«La biblioteca civica era stata, negli anni fino alla guerra, una tipica piccola biblioteca di provincia. Frequentata da pochi specialisti di erudizione locale, gelosa e chiusa di fronte al gran pubblico: imperava insomma la conservatrice mentalità tradizionale, che purtroppo ancor oggi resiste in alcune biblioteche italiane.
Bisognava invece adoprarsi in ogni modo per fare della biblioteca un centro attivo di diffusione culturale e di educazione alla lettura [...]. Ma questo non era ancora sufficiente: una parte assai larga dei 37.940 cittadini del comune rimaneva ancora estranea alla vita della biblioteca, specialmente nei ceti operai, artigiani e contadini. 
Questi potenziali lettori andavano cercati, avvicinati, educati [...] con letture, presentazioni, recensioni. Ma non è tutto: restano i piccoli agglomerati rurali, le fattorie, le case coloniche. Ebbene, anche queste verranno raggiunte con un mezzo radicalmente nuovo, il bibliobus.»

 La lasciò dopo il 1954 per cimentarsi nel "lavoro culturale" presso la Feltrinelli a Milano.
 Varie furono le motivazioni: una nuova relazione (Bianciardi era sposato e con un figlio), orizzonti più vasti a chiamare e un orribile incidente sul lavoro che nel uccise ben 43 lavoratori nella miniera di Ribolla (tutti fatti narrati ne "La vita agra").
 Fu una partenza per un nuovo mondo. Ma un'amara partenza e un amaro mondo. 


JONATHAN LETHEM:

Lo scrittore Jonathan Lethem lavorò, adolescente, in una libreria che esiste tuttora (e dove tuttora torna): la Brazenhead Books una piccola libreria di New York molto particolare.

 Libreria dell'usato dove il quattordicenne Lethem leggeva e si lanciava in uno di quei classici lavori estivi da tipica educazione americana, nel 2008 è stata costretta a chiudere a causa degli affitti troppo alti (una storia che molte librerie indipendenti conoscono).
 Tuttavia, il proprietario, Michael Seidenberg, non si è dato per vinto e ha trasferito i libri a casa sua dando vita ad una sorta di libreria/biblioteca/rivendita segreta dove artisti, curiosi, lettori, hipster alla ricerca di emozioni culturali forti e generosi bon vivant amanti delle belle lettere si incontrano per comprare libri, discutere, bere e confrontarsi.

 Molto è leggenda, una buona parte di sicuro è moda, di certo c'è molto fascino in questa libreria abusiva che non so neanche onestamente se esista ancora o se infine sia stata sfrattata per problemi legali (e fiscali) anche dal suo ultimo avanposto (magari qualche newyorchese in ascolto saprà dircelo).


PATTI SMITH:

 Visto che il nobel ha sdoganato i cantautori e visto che la buona Patti ha scritto effettivamente un paio di libri, ci infiliamo anche lei.

 Nella sua bella autobiografia "Just Kids" in cui descrive la sua giovinezza a e il suo straordinario incontro fortuito con un giovanissimo Mapplethorpe, prima compagno, poi coinquilino e amico fondamentale, la Smith descrive la sua lunga e difficile gavetta bohemienne. 

 Prima di scoprire un'attitudine alla poesia (inizia infatti la carriera con quei reading poetici che ogni tanto si vedono nei film indipendenti americani, ma raramente si replicano in Italia), la Smith aveva avuto una figlia (data in adozione) da un amore giovanile e per svariati anni visse sul confine della miseria in un appartamento condiviso col futuro fotografo, anche lui poverissimo.

 Migliorò parzialmente le sue condizioni quando riuscì a trovare lavoro presso Brentano's, una catena di librerie dove lavorava anche Mapplethorpe, anche se in una sede diversa.

 Si conobbero il giorno in cui lui decise di spendere un buono in alcuni manufatti etnici che vendevano nella sede della Smith.
 Tempo dopo vennero lasciati a casa entrambi, Patti per un motivo alquanto curioso:
 "Avevo mancato di far pagare a una cliente cinese le tasse sull'acquisto di un Buddha assai caro. "Perché dovrei pagarci le tasse?" mi aveva chiesto, "non sono americano". Non avevo risposte e così non gliele avevo fatte pagare. Il mio buonsenso mi era costato il posto di lavoro."
Adesso se ho ben capito ha chiuso e c'è Sephora

Ma non fu la sua ultima esperienza in libreria, ne ebbe una seconda:
 "Avevo bisogno di trovare un altro lavoro.  
La mia amica Janet Hamill era stata assunta alla libreria Scribner e ancora una volta, come già aveva fatto durante gli anni del college trovò il modo di spartire con me la sua fortuna. Parlò ai suoi superiori, che mi offrirono un posto.
 Mi parve un impiego da sogno, lavorare nella libreria di un prestigioso editore, casa di scrittore come Hemingway e Fiztgerald e del loro editor, il grande Maxwell Perkins."

 State in campana perciò, magari la libraia che vi sembra troppo vestita da fricchettona, in realtà, è una Patti Smith in potenza.


GEORGE ORWELL:

 Due anni fa scrissi un post sull'esperienza che George Orwell visse come libraio e a cui dedicò un arguto memoir contenuto in Italia nell'antologia "Letteratura palestra di libertà".

 La cosa più sconcertante del suo breve e sarcastico resoconto fu l'incredibile attualità che potei ravvisarvi. 

 Certo, in libreria hanno fatto il loro ingresso cataloghi elettronici e via discorrendo, ma il lato umano, quello del rapporto cliente-libraio è praticamente identico, come identiche sono le richieste assurde dei clienti, identica la follia del Natale, identico lo spaesamento del cliente che entra in un negozio dove generalmente tenta di mettere piede il meno possibile e solo per casi specifici e necessità eccezionali (escludendo i lettori forti).

 Nel suo abile resoconto riusciva a inquadrare una serie di manie, di personaggi, di assurde domande che chiunque, nonostante siano passati non meno di 70 anni, esistono e resistono identiche.

 Vi riposto un pezzo illuminante, per il resto potete andare al vecchio link ("Fare il libraio secondo George Orwell"):

"Nel periodo in cui lavorai in un negozio di libri usati- un luogo che, finché non ci si lavora, è facile immaginare come una specie di paradiso dove affascinanti gentiluomini d'età scartabellano eternamente tra in-folio rilegati in pelle di vitello -mi colpì soprattutto la rarità delle persone davvero interessate ai libri. 
La nostra libreria offriva anche volumi eccezionalmente interessanti, ma dubito che uno sui dieci dei nostri clienti fosse in grado di distinguere un buon libro da uno brutto.
Gli snob a caccia di prime edizioni erano molto più frequenti degli amanti della letteratura; gli studenti orientali che tiravano sul prezzo dei libri di testo economici erano anche più numerosi; ma i clienti più comuni erano le signore dalle idee confuse che cercavano regali di compleanno per i nipotini. 
Molti dei nostri acquirenti appartenevano a quella categoria di persone che, pur essendo capaci di rendersi insopportabili ovunque, riescono a farlo particolarmente bene in una libreria. 
Per esempio, l'adorabile vecchietta che "vuole un libro per un malato" (richiesta frequentissima), o quella che nel 1897 ha letto un libro tanto ma tanto bello e vi chiede se potete procurargliene una copia, peccato che abbia dimenticato sia il titolo sia il nome dell'autore: in cambio, però, si ricorda che aveva la copertina rossa.”

CLAUDE IZNER e le bouquinistes:

 Giallista francese, è in realtà lo pseudonimo per due sorelle parigine Liliane e Laurence Korb, scrittrici e libraie, figlie di un libraio. 


 Sono per la precisione sono "Bouquinistes" ossia i librai che vendono libri usati, vecchi (più o meno di pregio) o d'occasione, nelle bancarelle sulla riva della Senna, dove infatti le scrittrici hanno entrambe la loro attività, una sulla riva destra e una sulla sinistra (se ne possono trovare anche se in modo meno istituzionalizzato anche nelle città italiane).


  Nato come mestiere nel XVI° secolo, i librai possessori delle quasi 1000 bouquinistes francesi hanno acquisito privilegi particolari a seguito all'inserimento nel 2011 nel patrimonio mondiale dell'Unesco (ma quando le due gialliste, una settantaseienne e una sessantacinquenne erano bambine era un mestiere che rendeva pochissimo e la famiglia visse a lungo in povertà).

Le gialliste sono talmente attaccate al loro mestiere che anche il protagonista della loro serie principale, ambientata nella Parigi del 1800 è un libraio:   il trentenne Victor Legris.


 NB. Poiché il bibliotecario è un mestiere enormemente più antico del libraio (il libraio per come lo conosciamo oggi è un'invenzione recentissima, prima editore-tipografo e libraio erano la stessa persona e solo coi secoli, dopo l'invenzione della stampa si sono differenziati), ci sono molti più bibliotecari illustri che librai.

 Sul sito dell'Aib, l'associazione italiana biblioteche, potrete trovarne un elenco esaustivo che vede schierati: premi nobel, matematici, rivoluzionari artisti contemporanei, terroristi (generalmente di sinistra), cantautori, filosofi, poeti e molti molti scrittori.

 Vi sta passando l'idea del libraio e del bibliotecario commesso radiocomandato/polveroso topo di biblioteca?

 Non smetterò di lavorare al riguardo!

giovedì 13 ottobre 2016

La canzone d'autore diventa poesia. "Bob Dylan vince il Nobel" un fumetto perplesso sugli oscuri retroscena che hanno animano l'accademia di Svezia (nella mia mente sia chiaro).

 Oggi, come molti e molte di voi ormai sapranno, Bob Dylan ha vinto il premio Nobel per la letteratura.

 Sono un po' di anni che veniamo stupiti passando da quasi scrittori quasi ignoti a grandi già consacrati (e solitamente con un piede nella fossa), quest'anno abbiamo fatto quell'auspicato passo in avanti che molte delle antologie scolastiche già anni fa prevedevano: si è finalmente elevata la canzone d'autore a poesia.

 Ciononostante rimango assai stupita perché anche se so che scrittori come Murakami non meritavano il nobel più di Dylan, certo Roth o Oates o McCarthy, a mio parere, sì.
 In ogni caso, davanti a tale decisione la mia mente non ha potuto fare a meno di partorire il seguente fumetto vaticinante di seguito.
 "Bob Dylan vince il nobel 2016", un fumetto perplesso!






martedì 11 ottobre 2016

Se i premi della rete fossero sempre esistiti. Candidati e candidate dal passato della letteratura, giornalismo e fotografia per 10 categorie tra Instagram, hashtag, tweeter, polemiche e foodblogger.

Anche quest'anno, come vi ho scritto domenica, sono riuscita a rientrare nella rosa dei dieci candidati ai Macchianera Awards come miglior sito letterario.

 Per votarmi potete andare al link www.macchianera.net,  pallinare almeno dieci categorie, inviare e smettere finalmente di essere infastiditi da me per futili motivi (almeno fino a quando uscirà il libro, ma questa è un'altra storia).

 Passando al post di oggi, l'anno scorso, durante l'infinita e inquietante premiazione dei Macchianera (che quest'anno spero sia un filino meno sessista), mi venne il fatidico dubbio:

  "Chi sarebbero stati i candidati ai premi della rete se la rete fosse esistita sin dagli albori della conoscenza?".

 Per scoprire i miei deliranti candidati 2015 potete andare qui, queste sono le categorie di quest'anno, voi avreste proposto altri ed altre? 

Stupitemi e votate!

Emile Zola

MIGLIOR INSTAGRAMMER:

- Vivian Mayer
- Jean Cocteau
- Man Ray
- Gerda Taro
- Walker Evans
- Jack London
- Emile Zola
- Giovanni Verga


MIGLIOR POLEMICA:

- Giordano Bruno vs Santa Inquisizione
- Hannah Arendt vs Opinione comune sulla questione della Shoah
- Plinio il Vecchio vs Vesuvio
- Mark Twain vs Jane Austen
- Dante vs Forese Donati
- Mozart vs Antonio Salieri
- Massimo Bisotti vs Sintassi
- Pier Paolo Pasolini vs Partito comunista e vs morale comune
- Franco Lucentini vs sbarchi marziani a Lucca


MIGLIOR FOODBLOGGER:

- Nostradamus per "Cosmetici e conserve"
- Bonvesin de la Riva per "Cinquanta cortesie da tavola"
- Cavalier Ippolito Cavalcanti per "Cucina teorico pratica"
- Hildegarda di Bingen per le sue Ricette
- Leonardo da Vinci per le sue Note di cucina
- Ibn Sayyar al-Warraq per il "Kitab Al-Tabikh"
- Ada Boni per "Il talismano della felicità"
- Salvador Dalì per "Le diners de Gala



MIGLIOR TWEETER:

- Oscar Wilde per i suoi Aforismi
- Basho per i suoi Haiku
- Ungaretti per il suo Ermetismo
- Confucio per le sue Massime
- Valerio Massimo per Fatti e detti memorabili
- Nostradamus per le sue Profezie
- Francois De La Rochefoucauld per i suoi "Aforismi"
- Giacomo Leopardi per lo "Zibaldone"



MIGLIOR SITO PER GENITORI E BAMBINI:

 Alice Miller per "Il dramma del bambino dotato"
 Maria Montessori per l'omonimo Metodo
 Il Corriere dei piccoli
Gianni Rodari per "Grammatica della fantasia"
Rudolf Steiner per la "Pedagogia Waldorf"
Gavino Ledda per "Padre padrone"
William Shakespeare per "Re Lear"
Bertolt Brecht per "Madre coraggio e i suoi figli"
Ippocrate per "La natura del bambino dal seme alla nascita"


MIGLIOR HASHTAG:

#Jaccuse
#Lavoratoridituttoilmondounitevi
#Chemanginolebrioche
#Otemporaomores
#Parigivalbeneunamessa
#Odietamo
#Quoquetubrute
#Notaxationwhitoutrapresentation
#VivaVERDI
#Vogliamoanchelerose
#AhiServaItalia


MIGLIOR SITO ECONOMICO:


John Maynard Keynes per "Le conseguenze economiche della pace"
Karl Marx per "Il capitale"
James Tobin per la Tobin Tax
Adam Smith per "La ricchezza delle nazioni"
Pierre-Joseph Proudhon per "Che cos'è la proprietà?"
Oscar Wilde per "L'anima dell'uomo sotto il socialismo"
Adriano Olivetti per la sua vita
John Stuart Mill per "Principi di economia politica"
Engels per "L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato"
Friedrich von Hayek per "La società libera"


MIGLIOR RIVELAZIONE:

Arthur Rimbaud per la "Lettera del veggente"
Giovan Battista Vico per "Scienza nuova"
Mary Shelley per "Frankenstein"
Alberto Moravia per "Gli indifferenti"
Sibilla Aleramo per "Una donna"
Ignoto per "Sao ko kelle terre per quelli fini que ki contene..."
Profeta ignoto per la "Genesi"
Gesualdo Bufalino per "La diceria dell'untore"
Mario Mieli per "Elementi di critica omosessuale"
Carlo Michelstaedter 
Sarah Kane per "Psicosi delle 4.48"


MIGLIOR COMMUNITY:

- Tommaso d'Aquino e la Scolastica
- La Beat generation
- Virginia Woolf e il gruppo Bloomsbury
- Mary Shelley e i suoi amici durante la piovosa estate del 1816 sul lago di Ginevra
- Gesù e i 12 apostoli
- Montparnasse e Montmartre negli anni '20
- Surrealisti spagnoli
- Il salotto parigino di Cristina Trivulzio di Belgiojoso


MIGLIOR TESTATA GIORNALISTICA:

Matilde Serao
- Benedetto Croce con "La critica"
- Piero Gobetti con "Energie nuove"
-Matilde Serao per il "Mattino"
- Eleonora de Pimentel Fonseca per il "Monitore napoletano"
- Antonio Gramsci per "L'Unità"
- Giorgio Sisini per "La settimana enigmistica"
- J. C. Henneberger per "Weird Tales"
- Silvio Pellico e Giovanni Berchet per "Il conciliatore"
- Stephane Mallarmé per "La darnière Mode"
- Carolina Lattanzi per "Il corriere delle dame"


martedì 4 ottobre 2016

Piccole (anzi medie) recensioni tra amici! La complessità del doppio e la mancanza di pelle in "L'una e l'altra" di Ali Smith e la splendida biografia di Roald Dahl, tra morte, streghe, Gremlins e molto amore.

Ed ecco, dopo un bel po' di tempo, un piccole (in realtà medie) recensioni tra amici. 
Quentin Blake

 Una puntata in realtà a mio parere particolarmente fortunata perché vede apparire due libri molto belli e diversi tra loro.

 Il primo è un romanzo di Ali Smith, autrice scozzese che in Italia finora era stata pubblicata da Feltrinelli e ora è passata a Sur. 

 Il secondo è una biografia di Roald Dahl, una di quelle biografie che si leggono meglio dei romanzi, come un libro di avventure e che si apprezzano doppiamente per la capacità di rendere più chiare opere che abbiamo amato, ma forse non capito veramente.

 Bando alle ciance, recensioni a voi!

L'UNA E L'ALTRA di Ali Smith ed. Sur:

 Ali Smith è un'autrice scozzese che ama molto le sperimentazioni linguistiche.
 Le ama al punto, riempiendole di una quantità di citazioni, riferimenti e rimandi al mondo contemporaneo, alla letteratura, alla musica, al teatro, all'arte e via discorrendo, che in alcuni casi le sue opere risultano incomprensibili.

Così è stato col suo penultimo libro "C'è ma non sì" un faticosissimo romanzo che ho abbandonato per disperazione a circa metà non avendo neanche capito quale fosse la trama, chi i personaggi e in generale cosa stessi leggendo (anche perché i succitati riferimenti sono sovente incomprensibili a chi non è britannico). 

 Migliori sono i suoi racconti in cui riesce, secondo me, a dare il meglio di sè, riuscendo a fondere la sua originalità stilistica con trame in realtà potenzialmente banali.
 "L'una e l'altra", forse anche per l'ambientazione in parte italiana, forse perché la storia era costruita in modo più classico, è un libro, a mio parere, non solo più riuscito, ma quasi godibile.

 La chiave di interpretazione delle due storie che la compongono, legate da un sottilissimo filo, è uno dei temi più amati nella storia della letteratura: il doppio.
 "L'una e l'altra" sono infatti le due ragazze protagoniste dei due racconti: Georgia detta George e una ragazza senza nome del '400 che a Ferrara si finge maschio per diventare pittore  (Francesco del Cossa, autore di parte degli affreschi di palazzo Schifanoia di cui sappiamo pochissimo). 

 Entrambe hanno quindi un alter ego maschile, la prima non si capisce esattamente per quale motivo (se perché si identifica come maschio o boh), la seconda per necessità (ma, novità, non ci sono drammatici monologhi sulla femminilità negata). 
Aprile, affresco di Palazzo Schifanoia, Francesco Del Cossa

 Entrambe preferiscono le donne, in uno sdoppiamento che lascia poco spazio al maschile.

 Entrambe si specchiano nelle donne che incontrano: Georgia riflette lungamente sul suo rapporto con la madre morta da poco a causa di una reazione allergica ad un antibiotico, Francesco del Cossa ritrae giovani prostitute a cui ruba le sembianze per i suoi quadri.

 Francesco del Cossa rappresenta per suo padre una strana proiezione: ha permesso alla figlia di scegliere la strada del travestimento per raggiungere la vita artistica eppure ha negato con sdegno, la stessa possibilità alle altre figlie femmine, come se la considerasse qualcosa a parte e tendesse o volesse dimenticarne la natura.

Francesco Del Cossa
 La madre di Georgia, attivista politica, che ci parla attraverso lunghi flashback, lascia dietro di sè il dubbio di una cospirazione: la donna che era stata lungamente amica di sua madre, prima di rivelarsi una bugiarda, era forse manovrata da qualcuno. Ed era quel qualcuno a volerla morta?

 I rimandi in questo caso sono più delicati, più emotivi che citazionisti e fanno tutta la differenza.

 Tra una storia compiaciuta e incomprensibile, come "C'è ma non sì", e questo libro composto da due profondissimi ritratti che lasciano spazio a grandi domande: chi siamo realmente noi? Un nome? Un sesso? Un genere? Cosa c'è sotto alle nostre sembianze? Alle nostre famiglie? Ai nostri desideri?

 Un passo, a mio parere, è particolarmente rivelatore, un ricordo in cui la madre di Francesco Del Cossa le raccontava, bambina, la storia del musico Marsia, scuoiato vivo dal dio Apollo come punizione per la sua superbia (si era vantato di essere migliore di lui a suonare):
 "Cosa che non è necessariamente ingiusta come può sembrare, disse mia madre. 
Perché immagina la scena, la pelle di Marsia venne via come la buccia di un pomodoro immerso nell'acqua tiepida per far uscire la dolce polpa cruda dal frutto. 
E la vista di una simile liberazione provocò in tutti gli spettatori un'emozione più forte di qualunque melodia mai suonata da musico o dio in qualunque posto. 
 Perciò ricordati sempre di rischiare la pelle, diceva lei, e non aver mai paura di perderla, perché per un verso o per un altro c'è sempre da guadagnarci quando chi è in alto si degna di togliercela di dosso"

ROALD DAHL di Donald Sturrock ed. Odoya:

 Un esercizio assai affascinante nella pratica della lettura è, secondo me, la rilettura dei libri che ci hanno particolarmente colpito ad una specifica età. 

 Tra un po' di anni mi dedicherò alle letture della gioventù, intanto questa eccezionale biografia di Roald Dahl, uno dei più famosi autori per l'infanzia, conosciuto anche dai sassi che l'infanzia non ce l'hanno mai avuta, mi ha fatto venire voglia di rileggere le sue opere (e di leggere anche quelle che ho mancato).

 Il bello delle biografie degli scrittori è che ti consentono chiavi di lettura altrimenti precluse, di Roald Dahl sapevo poco e quasi tutto legato ai figli, e ho scoperto che anche in proposito non conoscevo molto.

  Un articolo di molti anni fa, mi svelò che l'autore per l'infanzia per eccellenza non era stato molto fortunato coi suoi bambini: la primogenita era morta a sette anni e l'unico figlio maschio era stato vittima di un gravissimo incidente stradale a pochi mesi. 

 Queste due tremende disgrazie sono in realtà solo la punta dell'iceberg di un'esistenza costellata da enormi colpi di fortuna e incredibili sfortune.

 Nato da una famiglia norvegese, trasferitasi in Inghilterra, il padre morì subito dopo la morte dell'adoratissima primogenita lasciando la moglie in buone condizioni economiche, ma con molti figli piccoli da crescere in solitudine. 
 Fu la seconda guerra mondiale che diede la scossa ad un giovane stravagante uomo avviato ad una noiosa carriera impiegatizia che probabilmente ne avrebbe fiaccato lo spirito. 
 Trovatosi in Africa durante il precipitare degli eventi, divenne pilota, ma durante il suo primo volo nell'Africa Subsahariana, un atterraggio di fortuna rischiò di porre fine alla sua giovane vita: si salvò, ma ne ebbe conseguenze serie e meravigliose. 

 Quella seria furono forti emicranie e terribili dolori alla schiena che lo costrinsero, nella vita, a numerose operazioni.

 Quella meravigliosa fu che, a dire di Dahl, da quel momento nacque in lui la voglia di raccontare dovuta in parte a una perdita di inibizione che ne decretò un carattere estroverso e bizzarro. Cambiò, in qualche modo, personalità.

 Nel dopoguerra visse una decina di anni in America dove lavorò in ambasciata e come spia per conto della Raf. Fu collega di Ian Fleming e divenne molto amico del vicepresidente americano e buon conoscente di Roosevelt. Scrisse quella che divenne la sua prima opera, ora diremmo, virale: i Gremlins, su cui Walt Disney pensò a lungo di trarre un film (che poi accantonò, ma fu la base per l'horror anni '80 che tutti ricordiamo).

 Tornò in Inghilterra e sposò una diva del cinema: Patricia Neal. Anche il loro matrimonio fu peculiare: entrambi non erano innamorati, ma desideravano metter su famiglia. Le peggiori premesse per qualsiasi unione. 

 Eppure, nonostante le numerose disgrazie (morte della figlia, incidente del figlio, un ictus gravissimo che colpì la Neal incinta dell'ultima figlia) essi ressero per trent'anni, senza mai ostacolare le reciproche carriere. La Neal mantenne Dahl mentre cercava di affermarsi come scrittore (e ci mise anni), Dahl non pretese mai che lei rimanesse in casa a fare la casalinga o rinunciasse alle sue aspirazioni, seguendola spesso sui suoi set con tutta la famiglia. 
 In qualche modo, si bilanciarono. Eppure fu solo quando incontrò il vero amore, molti e molti anni dopo che la vena creativa di Dahl esplose (tra l'altro ignoravo la sua produzione di racconti per adulti).

 Forse perché non mi attendevo risvolti tanto avventurosi, forse perché fu un uomo di grande personalità, molto probabilmente perché questa è una di quelle biografie che si fa leggere come un romanzo, ma questo è un libro davvero davvero davvero eccezionale.

 E lascia anche una macchia malinconica nel finale, quella che ti fa scattare nella mente la voglia di rileggere le sue opere, per scoprirne il doppio fondo.

 Lessi "Le streghe" durante un'estate delle elementari, in Sardegna, ancora me lo ricordo e mi piacque la storia di queste donne terribili che si mescolavano tra le altre tramite scarpe scomode e parrucche soffocanti. Finalmente c'era un motivo plausibile per cui molte donne giravano con dodici cm di tacco e capelli sempre perfetti, come appena uscite dal parrucchiere.

 Nella storia le perfide streghe ordiscono un malvagio piano per trasformare i bambini di tutto il mondo in roditori.

Le fermeranno una nonna amante dei sigari e il suo nipotino che ha appena perso i genitori e, per di più, è stato trasformato in topo dalle malvagie fattucchiere.
 Quello che non avevo mai notato, prima che Donald Sturrock lo sottolineasse, è che la vita di un ragazzo roditore è infinitamente più breve di quella di un ragazzo ragazzo. 
 Un ragazzo roditore vive molto meno perché il suo piccolo cuore batte molto più veloce, incredibilmente più veloce. Vive, probabilmente, quanto la sua già anziana nonna e, ad un tratto, se ne rende conto. 
  Allora forse, la storia delle streghe non parla di stregonerie e pipistrelli, di avvelenamenti e magie, ma di un sortilegio ben peggiore: la morte che porta via alcune persone troppo troppo presto, quella che non puoi spiegare ai grandi, figurarsi ai bambini.
 A meno che non ci pensi un mago anglo-norvegese.
" Mentre il topolino e la nonna si stringono l'uno all'altra, con il vestito di pizzo di lei che gli fa il solletico, discutono dell'incredibile velocità con cui batte il cuore di un topo; la nonna gli dice che riesce a sentirlo pulsare quando lui le sta vicino sul cuscino la notte. (ndr Riassunto di Sturrock). 
 "Ce ne stavamo in silenzio davanti al fuoco, pensando a tutte queste cose meravigliose.

 "Tesoro mio" disse infine la nonna "sei sicuro che non ti dispiace essere un topo per il resto della tua vita?" 

 "Sicurissimo", dissi. "Non importa chi sei né che aspetto hai. Basta che qualcuno ti ami."

Parlare della morte, ai bambini, attraverso l'amore, quanti scrittori per adulti sono riusciti a farlo? Non molti credo.

martedì 27 settembre 2016

Quando parli del dolore impara a raccontare il silenzio. "Il suono del mondo a memoria" di Giacomo Bevilacqua, un treno a vapore così vicino eppure così lontano.

"Io la sera mi addormento  
E qualche volta sogno 
Perché voglio sognare 
E nel sogno stringo i pugni
Tengo fermo il respiro
E sto ad ascoltare
E mi sogno i sognatori che aspettano la primavera
 
O qualche altra primavera da aspettare ancora 
Tra un bicchiere di miele e un caffè come si deve
Questo inverno passera'
E se il mio amore di ieri non sa più il mio nome
E se il mio amore di ieri non sa più il mio nome
Come i treni a vapore
Come i treni a vapore
Di stazione in stazione
E di porta in porta
E di pioggia in pioggia
E di dolore in dolore
Il dolore passerà "

 Se si potesse fare una recensione usando una canzone, per "Il suono del mondo a memoria" di Giacomo Bevilacqua si potrebbe usare "I treni a vapore", la bellissima canzone di Fossati. 

Fossati diciamo che visivamente lo preferisco da old
 Purtroppo non si può, non per regole da seguire, ma perché il libro si avvicina alla canzone, ma non se la merita.
 Giacomo Bevilacqua è l'autore di un fumetto che, nonostante il successo, lo dico apertamente trovo noioso e rivisto "A Panda Piace" (lapidatemi pure, ma non mi piace), perciò, lo ammetto, non mi aspettavo molto dalla sua graphic novel  e invece mi ha stupito.

 La storia è quella di Sam, un giovane  giornalista (o una delle sue varie declinazioni odierne) coool che assieme ad un suo amico è riuscito lì dove migliaia di hipster falliscono: ha fondato una sorta di magazine indie di successo sia online sia cartaceo. 

 Da buon imitatore di Vice, decide di lanciarsi in un esperimento sociale: rimarrà muto per tre mesi e non potrà comunicare con nessuno se non per iscritto sul pc col suo amico hipster.

Tutto questo deve avvenire necessariamente a New York, la città dove succedono le cose.

 A quel punto la storia ha un grazioso risvolto con un che di sovrannaturale. 
 Sam, infatti, scatta moltissime foto e, una volta sviluppate, si accorge che in moltissime appare sempre la stessa ragazza che, casualmente, continua a incrociare sul suo cammino.

 Di colpo, nel torpore che sembra affliggerlo, non capiamo bene perché, qualcosa desta il suo interesse e lo riporta brevemente a galla.

 Sam infatti non ha scelto casualmente di imitare Vice, c'è qualcosa di più profondo nel suo mutismo estremo ed è un dolore profondissimo a cui si sa dare un nome solo verso la fine quando si svelerà anche l'arcano della ragazza misteriosa. E' un fantasma? Una stalker? Un caso? Un parto della sua mente? Chi leggerà vedrà.

SPOILER
 Io direi in un modo un po' banale con l'immaginetta della lapide, ma vabbeh.
FINE SPOILER

 Dunque, ci sono molte cose che funzionano in questa storia e sono quelle che la rendono simile alla canzone di Fossati.
 In primis è una storia lenta che si concentra su temi spesso dimenticati o affrontati con estrema superficialità: il dolore e il tempo del dolore.

 Avevo parlato delle difficoltà della narrativa italiana contemporanea di parlare di uno dei TEMI della letteratura di ogni tempo ossia il dolore, nel post dedicato a Maurizio De Giovanni, uno dei rari scrittori che vi insiste ferocemente col suo dolente commissario Ricciardi.

 Molti sono i motivi per cui si evita: la difficoltà nell'affrontarlo, la paura, il pudore, la stupidità, lo spirito dei tempi che ci spinge a ignorarlo o a ridimensionarlo o a renderlo un fatto puramente privato che non deve essere mostrato, in nessuna forma, neanche artistica.
 Eppure è uno  DEI temi.
 Il dolore esiste e ha un suo tempo, un tempo che risucchia ogni cosa, ogni avvenimento, ogni colore, ogni suono. 

 Ed è questo il lato migliore della graphic novel di Bevilacqua: riesce a catturare il tempo del dolore. 

 Quello starsene storditi per ore velocissime a fissare l'unico oggetto, a vedere l'unico film, contemplare l'unico quadro, leggere l'unico libro che riesce a comunicarci qualcosa, anche se non sappiamo perché, e ci consola ed è l'unica cosa nell'universo con cui sentiamo di poter avere ancora un legame, nel nostro dolore infinito.
 Quel ritmo a cui non riusciamo a stare più dietro, il mondo caotico e rumoroso che di colpo ci ha espulso, lasciandoci ai margini ad attendere di risalire. 

 Ma risaliremo mai, se il nostro unico desiderio è abitare un luogo che non esiste, silenzioso, dove nessuno può parlare, nessuno può raggiungerci, nessuno può disturbarci? 
Quella è la grande incognita che rischia di imprigionarci per sempre, come un incantesimo malvagio.

 I tre mesi del silenzio di Sam non è solo il tempo, è anche il posto del dolore. 

 Un luogo che non esiste, dove non abbiamo legami o doveri e la nostra voce è l'unica cosa che riusciamo a sentire, è il posto in cui speriamo di non essere ritrovati, perché abbandonare il proprio dolore è difficile, è un tradimento verso il passato, è un futuro che non ce la sentiamo di affrontare.

 E proprio per la felice intuizione, a mio parere, Bevilacqua avrebbe dovuto fare come Fossati: essere il più essenziale possibile, il più preciso, il più tagliente e silenzioso possibile.

 Ci sono troppe parole, inutili, per un libro dedicato ad un dolore silenzioso eppure assordante.

 Innanzitutto c'è una sorta di inutile voce fuoricampo che parla in terza persona (Perché?? Essendo la storia così personale, intesa come "interna alla persona"?), un vezzo e un problema anche di tanti bei film italiani (primo esempio che mi viene in mente il bel "Dopo mezzanotte" rovinato in parte dal fuoricampo inutile di Silvio Orlando).
 Regola risaputa dello scrivere è domandarsi in continuazione: ma questo serve? Questa frase è necessaria? Posso sfrondare? 
 Certe volte la sostanza è più in quello che non si dice che in quello che ripetiamo per essere certi di essere capiti. Si capisce che una graphic novel sul silenzio e il dolore che può abitarlo perde un po' nell'eccesso di parole.

 Succede persino nel finale, nell'inutile berciare dell'amico dall'altra parte dell'oceano che uccide un momento di rara poesia, come se fossimo alla fine di un film Hollywoodiano.

 E qui veniamo al secondo problema della graphic novel: qualcuno dica ai giovani scrittori, graphic-novelatori, amanti dell'America, del sogno americano, di New York e della letteratura americana che NON è necessario ambientare in America (o inscenare improbabili legami come nel pessimo "Come quando eravamo piccoli") le proprie storie per essere presi sul serio.

 Anche perché la maggior parte delle volte New York e co. finiscono per assumere il ruolo di Parigi e Notting Hill nella letteratura rosa: non un posto reale, ma un posto ideale.

Intendiamoci, tavole bellissime
 Non dubito che Bevilacqua magari ci abbia passato del tempo o anche vissuto, ma qui ritorniamo al punto di prima: era necessario che la città fosse proprio New York? Aveva un legame pesante con la storia? La trama sarebbe stata radicalmente diversa se lo sfondo fosse stato Londra o Roma o Parigi o Toronto? 

 No.

 Poteva essere qualsiasi grande città occidentale perché era l'idea di sentirsi persi in un mondo orrendamente affollato, di essere soli anche se circondati da migliaia di persone che contava.
 New York rende la trama meno vera, gli appiccica qualcosa di posticcio che non merita e raschia via un bel po' di poesia.
 Bastava poco per avere una storia simile alla canzone di Fossati, a raccontare qualcosa di autentico, di condiviso, di essenzialmente vero.
 La via imboccata mi sembra buona, sicuramente più di A Panda Piace.

giovedì 8 settembre 2016

Annunciazione!!Annunciazione!! A Novembre esce il libro di vignette e fumetti tratti dal blog per la 001 edizioni!! A voi un fumetto per spiegare come si è arrivati a tutto ciò, "Come fu che iniziai a fare fumetti"!

Ed eccolo, l'annuncio del grande evento che avverrà in Novembre.

 Squillino le trombe, cantino i cherubini, si intonino cori angelici: USCIRA' UN LIBRO DI VIGNETTE E FUMETTI TRATTE DAL BLOG.

 La splendente casa editrice è la 001 edizioni e anche mentre ve lo scrivo sono in una sorta di felice agitazione per vari motivi.

 Il primo è che ovviamente cesserà lo pseudo-anonimato con cui ho sempre tenuto il blog, ergo saprete il mio vero nome (ma non dirò dove lavoro ovviamente). 

Avevo scelto all'inizio uno pseudonimo per tanti motivi, ma in effetti dopo tre anni aveva anche senso dare una svolta in questo senso.

 Il blog è nato come necessità di riprendere la mano con la scrittura e desiderio di mettermi alla prova in un periodo un po' solitario della mia vita e poi è diventato molto altro, grazie alle ore che ci ho impiegato nel curarlo e grazie a voi che lo seguite (scusate le frasi da youtuber quindicenne) e che, devo dire, nel grande marasma di internet, siete sempre stati su tutti i social i lettori più stimolanti e meno polemici (ho dovuto domare tre flame in totale) della terra.
 Devo ammettere che io ho sempre scritto, sono il tragico esempio di libraia che aspira a diventare scrittrice, quindi non avrei mai immaginato che un giorno avrei combinato qualcosa coi miei fumetti. 

 Disegnavo bene tanti anni fa, ma poi ho smesso per tanto di quel tempo che la mano si è quasi totalmente persa. Tuttavia, mentre lavoravo a questo fumetto per annunciarvi l'uscita del blog, ho forse capito che in realtà è stato meglio che, per ora, sia andata così. 
 Certe volte, (lo so, è una banalità degna di un libro motivazionale), ci si rimette sulla giusta strada passando per inimmaginabili vie secondarie che poi secondarie non sono per niente, semplicemente non le avevamo mai colpevolmente prese davvero in considerazione.

 Vabbeh, dopo questo drammatico sproloquio ecco a voi il fumetto in cui si narrerà la mia genesi di pseudofumettara.
 Non appena saprò la data esatta di uscita inizierò a tappezzare la pagina di annunci e, a fine ottobre, appena riesco a tornare alla casa madre, tenterò persino di girare uno spot con l'aiuto della sorella di mezzo e del tenero fidanzato.
 Intanto grazie a tutti e tutte!!
 "Come fu che iniziai a fare fumetti" o anche "A novembre esce il libro del blog!"













lunedì 5 settembre 2016

La vicina perbene, l'insetto schifoso, il vicino trasandato e lo spirito del tempo. "Io sono vivo e voi siete morti", biografia di Philip Dick by Carrère, quando la follia forse è solo (o anche) incapacità di adattamento ad un mondo crudele che non ci appartiene.

 Uno dei pochi film di Woody Allen che mi è davvero piaciuto (e suppongo che questa cosa mi renda una pessima cinefila) è "Midnight in Paris".

 L'idea di base, quella di un uomo insoddisfatto della propria epoca, che viene catapultato per caso nel suo periodo storico preferito, (in questo caso la Parigi-festa mobile degli anni '20-'30) è tanto semplice quanto potente: quanti di noi vorrebbero vivere in un altro tempo, che consideriamo più consono alle nostre inclinazioni, al nostro carattere o alle nostre aspirazioni?

 Certo, il film poi ci spiega pazientemente che si tratta di una sorta di sindrome da "epoca d'oro": il passato che immaginiamo è sempre assai diverso da quello che è stato poi realmente e, soprattutto, sarà sempre in vantaggio sul presente. Tutto quello che abbiamo e viviamo rischia sempre lo svantaggio verso l'immaginato, il ricordato, lo sperato, perché i sogni raramente sono crudeli, la realtà lo è quasi sempre.

 Tuttavia, nonostante questa spiegazione sia perfettamente giusta, logica e coerente, penso sia altrettanto incontrovertibile che non tutti siano nati per vivere nella propria epoca. 

Lo penso dai tempi in cui ho appreso che il povero Keplero che adesso sarebbe al Cern a studiare i bosoni, all'epoca veniva considerato solo in funzione della sua capacità di fare ottimi oroscopi.

 Guardate (o leggete) il meraviglioso spettacolo di Paolini, "Itis Galileo" e scoprirete (se non lo sapete già), come prima della nostra epoca positivista e tecnofila, essere uno scienziato un tecnico non portava a carriera, borse di studio e implorazioni da parte del governo per popolare le facoltà scientifiche, ma ad essere considerati studiosi di serie B. 

 Era l'epoca degli umanisti (che comunque dovevano girare per Cangrandi e Mecenati vari per trovare qualcuno che li mantenesse mentre, pacifici, creavano).
 In parte è la fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto, in parte però credo che la sindrome da epoca d'oro derivi da quel concetto inafferrabile che è lo zeitgeist, lo spirito del tempo.

 Coloro che hanno la ventura di corrispondere e cavalcare lo spirito del tempo vivono un privilegio enorme che è negato ad altri ed in genere rimpiangeranno per tutta la vita.
  Perché lo spirito del tempo, basta vedere i filmati di Techetè sulla Rai la sera, non perdura per molti anni.

 Un giorno del 1972 Ivano Fossati canta Jesahel vestito da Gesù Fricchettone e circondato da hippie, pochi anni dopo te lo ritrovi con le tastiere elettriche e una giacca discutibile in pieno stile anni '80. 

 La moda è cambiata, ma in realtà è l'atmosfera ad esserlo, quello che prima era normale, diventa ridicolo, quello che prima era impensabile, ora è indispensabile, è lo spirito capriccioso del tempo.

 Questa riflessione è quella che più mi è saltata agli occhi leggendo la biografia di Philip Dick scritta da Carrère, il quale non ha operato un'impostazione biografica tradizionale, ma ha piuttosto seguito un sistema generalmente riservato alle autrici donne.

Ha infatti analizzato la vita di Dick attraverso le sue numerose e turbolente relazioni sentimentali.
 Incapace di star solo, (e nei rari attimi in cui gli è capitato, totalmente allo sbando), Dick aveva la stessa tendenza di Paul McCartney: sposava tutte le donne con cui si fidanzava.

 Da qui un primo matrimonio di una settimana e uno immediatamente successivo con l'unica moglie che Carrère giudica equilibrata e presente a sé stessa: l'attivista politica di origine greca, Kleo.
 Dopo Kleo venne la devastante Anne, che condusse Dick a una tale tensione psichica da portarlo a scrivere "La svastica sul sole", ma che con le sue aspirazioni da vedova borghese minò abbondantemente il suo già minato equilibrio psichico. Si fecero molto vicendevole male (Dick riuscì persino a farla rinchiudere in una casa di cura per un periodo) prima di separarsi.


Dopo Anne venne una diciottenne con problemi di anoressia, completamente dipendente da Dick, e dopo di lei, un'altra giovanissima.

 Anche costei lo lasciò, precisamente dopo che Dick cadde vittima di un episodio psicotico devastante della durata di tre mesi in cui ebbe l'impressione di ricordare una vita precedente dove era un cristiano perseguitato dell'antica Roma (e da cui scaturì quella contortissima e infinita opera che è l'Esegesi). Dopo ci furono un'aspirante suora alle prese con un morboso rapporto con la propria malattia e un'energica insegnante di yoga. Infine la morte.

 Il giudizio generale di Carrère su Dick è quello di un uomo incredibilmente fragile, sentimentalmente dipendente (dalle donne sbagliate) e salvo dalle sue psicosi grazie alla letteratura o meglio, alla particolare forma di letteratura, la fantascienza, che gli permetteva di convogliare i mondi possibili e inquietanti che altrimenti lo avrebbero condotto alla pazzia.

 Tutto giusto, ma, da come la mette Carrère, e anche dalle brevi memorie lasciate di suo pugno da Dick stesso, l'idea che si potrebbe trarre è anche quella di una forma di psicosi nei confronti della società, di un tempo e un mondo nel quale una persona come lui non poteva trovarsi a suo agio.

 Dick aveva infiniti problemi e numerosi psicologi e psichiatri hanno tentato di formulare ipotesi sui disturbi dei quali poteva soffrire. Quali che fossero gli consentirono di vivere, nonostante tutto, fino ai cinquant'anni, di intessere relazioni amorose e d'amicizia, di avere tre figli, vincere premi, scrivere libri anche a ritmo sostenuto.
 
Il tutto, nonostante l'uso di stimolanti e droghe (malgrado Carrère asserisca che Dick, al contrario ad esempio di Huxley, abbia fatto uso di LSD solo una volta e anche male).
   Era perciò una persona in grado di sopravvivere all'interno della società e di condurre una vita socialmente integrata, però, c'è un episodio rivelatore sul modo in cui considerava la sua presenza nella società.

 Chiamato dalla vicina di casa perbene per ucciderle un orribile insetto che le era piombato in casa, una volta compiuta la missione, era stato apostrofato dalla donna con un "Se avessi saputo che era innocuo, lo avrei ucciso io"

 Era questo il suo rapporto con la società borghese dunque? Un eccentrico tollerato solo in funzione del lavoro sporco (nel suo caso la narrativa di genere, considerata di serie B)? E sminuito dopo che era stato compiuto?
 Leggendo la biografia e i libri di Dick, pieno di  mondi, realtà e tempi che si intersecano tra loro come incubi concentrici, viene il dubbio che Dick, tra le altre cose, soffrisse di una terribile mancanza di adattamento allo spirito del tempo.
 Ebbe la fortuna di cavalcarlo con gioia per una manciata di anni, durante il periodo della controcultura, degli hippie, della contestazione e dell'amore libero. Il momento storico in cui non era un freak, ma una persona interessante, anzi era la persona da conoscere e da frequentare per essere considerati una persona interessante.

 Terminato il momento tornò un ratto alla ricerca di un suo posto nel mondo, tentò di ricreare l'attimo adibendo la sua casa a una sorta di ritrovo di squatter e vagabondi, ma la magia era passata, lo spirito del tempo era cambiato. Non era più sull'onda, era sotto.
 E Dick, a quanto sembra, non era persona da adattarsi, da far buon viso a cattivo gioco, era uno che continuava a sentirsi fuori dal tempo e su un altro pianeta, l'abitante di una dimensione parallela che fatica a comprendere quella in cui, suo malgrado, si trova, intrappolato dal dubbio che tutto sia una grande finzione, che qualcuno lo stia manipolando.

 Sarebbe stato lo stesso se avesse sempre cavalcato lo spirito del tempo?Se non avesse avuto difficoltà di adattamento? Sarebbe poi stato così strano, così sempre in affanno, fuori contesto, alla disperata ricerca di un punto fermo, di una moglie, una compagna, un qualcuno che lo tenesse ancorato al presente?

 La domanda vera è: Dick sarebbe stato considerato una persona schizoide se fosse sempre vissuto in un tempo e in una società a lui consona?

 O è diventato Philip Dick, autore di contorti e controversi romanzi di fantascienza, di mondi a metà tra la vita e la morte, di ucronie al rovescio, di robot che non sanno di esserlo, perché la sua, la nostra, realtà gli appariva talmente estranea da non poter essere considerata, ai suoi occhi, davvero reale?

 Bradbury, Asimov, Sheckley, sono stati tutti grandi autori di fantascienza che hanno inventato mondi possibili e probabili, e la loro grandezza è stata nella capacità di prevedere il futuro o di piegare il presente alle regole della fantascienza facendone una critica politica sociale.
 Dick sembra essere altro, completamente altro. Sembra non voler prevedere mondi possibili, ma descrivere il mondo come appariva ai suoi occhi: folle, doppio, inverosimile, crudele.

 Un mondo di soprusi in cui il vincitore decide chi è vivo e chi è morto, chi è la vicina perbene, chi l'insetto schifoso e chi il vicino trasandato da usare per schiacciarlo.
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