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venerdì 16 ottobre 2015

Piccole recensioni tra amici di metà Ottobre! Una riflessione gotica tra regine boschive, vite felici, metamorfosi, raccolte molto promettenti ed operette secondarie.

Questi ultimi post sono stati poveri di recensioni, perciò è ora di rimediare!
 In questo ottobre che è diventato di colpo gelido, mi trastullo tra sempre nuove zucche ornamentali, una milionata di cose da scrivere e un improvviso trip gotico che dovrebbe passare dopo il due novembre riportandomi a più miti consigli e a letture diversificate.
Foto by me
 L'horror in attesa di Ognissanti, mi affascina sempre, purtroppo quello contemporaneo è ormai concentrato troppo sullo splatter o strane rivisitazioni di creature mostruose del passato (leggesi "vampiri adolescenti che si sposano").
 Non che ci sia niente di male a rivisitare, ma anche creare fascinazioni nuove non ha mai fatto male a nessuno.
 Perciò, dovendo scegliere tra quintalate di libri sugli Zombie (che non mi hanno mai affascinato) e storie piene di sangue, morti e descrizioni stomachevoli invariabilmente ambientate nella sordida provincia americana (un posto a quanto pare agghiacciante), mi rifugio nelle mie certezze: l'horror romantico/gotico.
 Nulla è più sicuro di un sano horror dei bei tempi andati, quando scrivere di vampiri era davvero una cosa d'avanguardia, ammantata da una vera patina di spavento. Probabilmente è perché chi li scriveva provava un serio timore dell'argomento che stava andando a trattare, come dimostra il fatto che Shelley ebbe una vera e propria crisi di nervi ascoltando la storia della prima vampira della storia, la splendida e corrotta "Christabel" di Coleridge.
 Non so francamente se chi scrive gli horror attuali ha davvero paura mentre lascia volare le sue mani sulla tastiera. 
 Vabbeh, dopo questa profonda riflessione vi lascio con tre piccole recensioni tra amici! Buona lettura!

"METAMORFOSI" di MARY SHELLEY ed. La Vita felice:
 Mary Shelley è conosciuta per "Frankestein" opera talmente definitiva che nessuno ha né la necessità nè la voglia di chiedersi se costei abbia mai scritto altro, (anche perché, se avesse prodotto altri libri all'altezza ne avremmo avuto giusta notizia).
 Tuttavia io sono sempre curiosa di dare un'occhiata alle opere meno conosciute degli scrittori famosi. Si rischiano enormi delusioni, come Sheridan Le Fanu, che ha prodotto lo straordinario "Carmilla" e una lunga serie di perdibilissimi racconti di fantasmi affatto all'altezza del suo capolavoro, ma si scoprono anche cose gustose, come un Jack London dalle utopie socialiste, uno Swift cannibale, persino un Wilde meno dandy e più politico.
 In biblioteca ho scovato una raccolta di tre storie gotiche della Shelley "Metamorfosi" (trovato nell'edizione de La Tartaruga, ora fallita, e attualmente in commercio per La vita felice), tre bozzetti molto graziosi, benissimo scritti che mescolano molti temi tipici del romanzo gotico.
 Ci sono innominabili creature che stipulano patti con sventati nobili italiani, una penisola italiana al limite dell'esotico, amatissima dagli scrittori romantici, una tragedia dell'agnizione in una Grecia popolata da albanesi pirateschi, isole battute dal vento, rapimenti ed onore ed un filtro dell'immortalità che diventa la maledizione di chi incidentalmente lo beve.
 I racconti non hanno né il fuoco né la sordida tragedia del suo capolavoro, ma sono assai piacevoli da leggere e restano deliziosi bozzetti minori, da gustare in questo Ottobre in attesa di Ognissanti.
 Ps.
 Nella stessa collana, Il piacere di leggere, La vita felice ha pubblicato altre chicche horror romantiche interessanti, tra cui: "Saggio sul diavolo" di Percy Bysshe Shelley, "Angeline o La casa degli spettri" di Zola o "La dama di Urtubi" di Pio Baroja.

"LE SOLITUDINI DELL'ANIMA" di Maurizio De Giovanni ed. Centoautori: 
La grande esca di questa raccolta di racconti di Maurizio De Giovanni, uscita da pochissimo, è l'episodio in cui scopriamo come il commissario Ricciardi ha deciso di iscriversi a Giurisprudenza  (e quindi di diventare poliziotto) invece che ad una materia a lui più confacente: filosofia. Un racconto che non tradisce le aspettative e anzi, fa sperare in un futuro di storie proiettate indietro nel tempo, che ci mostrino un commissario giovanissimo, inesperto e più emotivo. 
 Si inizia a leggere questo libro per lui, si finisce di leggerlo per De Giovanni. 
 Perché, se a prima vista, questa raccolta sembra (e in parte assai probabilmente è), un insieme di esercizi letterari che l'autore ha accumulato negli anni, ad una seconda occhiata ci si rende conto che questi esercizi sono già meritevoli di attenzione. Non hanno ancora la potenza del racconto, la forza dell'intuizione datagli finalmente dal commissario che vede i morti, ma la scrittura e i temi ci sono tutti. 
 C'è una Napoli letteralmente obesa, una città capace di una profonda umanità, ma anche di grandi abissi di perfidia, c'è il tocco sovrannaturale di mogli che tornano dal regno dei morti, suicidi, misteriosi ometti che compiono omicidi di consenzienti ignari, ci sono già omicidi compiuti da donne labili di mente e pericolosissime e c'è il dolore che qui diventa anche e spesso grandissimo rimpianto.
 De Giovanni è uno di quegli scrittori che è un piacere leggere perché si vede che hanno gusto nello scrivere, che gli piace, che scrivono non per stupire, per un'aspirazione letteraria di grandezza o per dimostrare la propria bravura, ma perché piace loro farlo. Sembra una banalità, ma secondo me, scrittori del genere, sono assai pochi. L'ansia di dimostrare qualcosa, sia da parte di chi è incapace (e si loda e sbroda), sia da parte di scrittori e scrittrici bravissimi, ma troppo concentrati su loro stessi, inquina spesso libri potenzialmente belli o almeno piacevoli.
 Con De Giovanni questo non succede, con lui sembra prenda vita quella frase misteriosa che molti scrittori ogni tanto dicono, ma non mantengono: "Scrivo i libri che vorrei leggere." 
 Straconsigliato, come tutto quello che scrive (ormai ha monopolizzato le mie letture).

LA REGINA NEL BOSCO" di Neil Gaiman e Chris Riddel ed. Mondadori:
Attendevo molto questo albo con storia di Neil Gaiman illustrato da Chris Riddell a causa di una delle immagini che ne giravano già da mesi: quella che vedeva una bella principessa addormentata, risvegliata dal bacio di un'altra principessa cavaliere. Non mi ero informata abbastanza bene però.
 La storia di Gaiman è perfettamente nelle sue corde e modella una fiaba non classica usando tutti i mezzi narrativi di un fratello Grimm, tuttavia nonostante tratti temi anche molto importanti, rimane molto una storia per babini.
 C'è una bella regina che sta per sposarsi, ma, per qualche motivo che non riesce a comprendere non ne ha un grande desiderio, così quando le si presenta la scusa per allontanarsi, non si fa pregare due volte. C'è infatti una principessa che dorme da anni innumerevoli nel bosco, bellissima e sotto custodia di una perfida strega. Chi la libererà?
 Baci tra principesse, colpone di scena finale, nani amorevoli e grandissime illustrazioni non rendono però questa storia appetitosa per gli over dodici anni. Da collezione o grandioso regalo di compleanno per under 14.

 E lunedì vi aspetta una puntata tutta nebbia e terrore!

giovedì 15 ottobre 2015

Il grande tabù della maternità. Quando porsi delle domande su una questione di fondamentale importanza è considerato scabroso da tutti, (filosofi compresi) con una grande fantascientifica eccezione fatta di stelle, futuro, simbiosi, scelte e punti di vista radicali.

Quando ero bambina continuavano a regalarmi Barbie e per un certo periodo bambolotti.
Riguardando le foto delle Barbie anni '80 sono morta dalle
risate, fatelo anche voi, aiuterà la vostra serata
 Li detestavo cordialmente. Le Barbie perché non capivo il senso del travestire una bambola, e i bambolotti perché, in certo senso mi inquietavano. Perché dovevo accudire una specie di piccolo essere umano che distava da me solo qualche anno d'età? 
 Complice una schiera di amichette totalmente disinteressate a matrimoni e maternità (alcune di loro, eterissime, rimangono disinteressate alla maternità anche ora e con convinzione),  fino alla fine del liceo di bambini non se ne è più parlato, anche perché tra le mie conoscenze  nessuno ha incidentalmente spupato prima del tempo, cosa che mi fa ben pensare dell'educazione sessuale dei genitori del Lazio. Poi ecco arrivare la soglia dei venticinque anni d'età. Se prima tutti scalpitavano per sapere quando ti saresti laureata o avresti trovato lavoro ecco che la domanda vira pericolosamente verso la fertilità delle masse: quand'è che ti sposi/fai un figlio? 
Pedagoghe che mi leggete, ho delle rimembranze sull'importanza
degli oggetti transazionali per i bambini, però direi che cambiare
il pannolino al proprio oggetto transazionale o stirare per esso, sia
un po' eccessivo.
Il trauma di dover spiegare urbi et orbi se e come e quando una vuole o non vuole fare un figlio,
non è niente in confronto all'innominabile pressione sociale che pretende tu ti riproduca. Non è importante o meno avere ragioni che ti spingono a procreare, l'importante è farlo.
   Se non lo fai o dici che insomma, non è che tu sia molto interessata, vieni accusata più o meno subdolamente di: essere egoista, essere immatura, non aver ancora capito il vero significato della vita, non essere empatica (solo quando diventi genitore, per dire, puoi commuoverti davanti ad un bambino che soffre, pare), non puoi capire niente che rientri nella sfera dell'educazione (i preti però a quanto pare possono, pur essendo uomini e celibi), ti devi dare una mossa, morirai sola, non sai cosa ti sei persa.
 La pressione sociale verso una riproduzione a tutti i costi  passa per parenti, amici e insopportabili meme sui social, accompagnati da interviste a starlette che scoprono la meraviglia dell'allattamento al seno ad oltranza (e se tu donna non lo fai non ami tuo figlio o crescerà male) nonostante fino al giorno prima abbiano dimostrato l'integrità morale di una capra morta.
 Perché, bisogna dirlo, un'altra banalità spaventosa sulla maternità è lo spaventoso assioma: i figli sono una forma di riscatto. Io ho sempre ingenuamente pensato che i figli fossero esseri umani, degni di tale nome e con una loro vita e indipendenza che nulla dovrebbero avere a che spartire con quella dei genitori. Lo diceva bene Gibran (scusatemi se lo cito, magari a molti non piacerà, ma a me, alle superiori, colpì molto):

I vostri figli non sono i vostri figli. 
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di sé. 
Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro, 
E benché stiano con voi non vi appartengono, 
Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri, 
Perché essi hanno i propri pensieri. 
Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime, 
Perché le loro anime abitano nella casa del domani, 
che voi non potete visitare, neppure in sogno. 
Potete sforzarvi d'essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi. 
Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con il giorno già trascorso. 
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi.


 Io non ho mai avuto francamente un personale desiderio di diventare madre, tuttavia, come immagino tutte le donne, mi pongo delle domande al riguardo. E scopro che non c'è nessuna libertà nel porsele. 
 Qualsiasi ragionamento sul significato di questa scelta viene osteggiato in modo inquietante. Come puoi avere dei dubbi su una cosa così naturale? Diventare madre è SOLO meraviglioso, chi dopo esserlo diventato non è proprio convinta è una madre cattiva da condannare. Punto.
 Se si pensa che in effetti poche cose al mondo sono più potenti quanto la riproduzione umana, trovo assrdo che così poco la filosofia se ne sia occupata (sarà un caso che i filosofi siano quasi tutti uomini) e che una serie di dubbi, domande, questioni etiche e morali vengano soffocate e demandate alla sfera della pura emotività, peggio ancora dell'arbitrio religioso.Come si può semplificare in modo tanto manicheo un dilemma morale tanto forte?
Octavia Butler
 Si dice che solo guardare la stessa cosa da un punto di vista completamente differente, consenta di vederne le infinite contraddizioni. Ebbene, l'unico genere letterario che finora si è adeguatamente posto delle domande morali di un certo livello sulla maternità è, secondo me, la bistrattata fantascienza. Una delle tematiche maggiori di molte autrici riguarda appunto la riproduzione umana e, visto che rientriamo nel campo della fantascienza, ossia nell'arte di immaginare mondi possibili e (in)verosimili, costoro hanno sviscerato finalmente la questione senza il terrore dell'altrui giudizio. 
Ricordo una bellissima storia di Octavia Butler una delle primissime donne a scrivere di fantascienza con successo e una delle pochissime donne di colore (direte, che c'entra, vi dirò che appartenere ad una minoranza non è indifferente, hai sempre la sensazione di vivere in una specie di distopia), si intitolava "Bloodchild" e parlava di una sorta di agghiacciante simbiosi venutasi a creare tra gli esseri umani e una razza dominante simile agli scorpioni, i Tlic. Essi hanno bisogno di usare gli umani come sorta di incubatrici viventi per le loro uova.
 Sembra "Alien", ma non lo è, perché la storia racconta il momento in cui l'aliena chiede il permesso al ragazzO umano prescelto di ospitare il suo uovo. Lui non vorrebbe e teoricamente non avrebbe scelta, perché su quel pianeta sono gli esseri umani la specie dominata e non dominante. L'aliena gli pone la questione come mutuo scambio: benessere e privilegi in cambio di prole. Vi ricorda qualcosa? 
 In questi giorni ho finito di leggere un libro bellissimo, "Memorie di un'astronauta donna" di Naomi Mitchison (in Italia ed. Castelvecchi), una sorta di diario dell'astronauta Mary (nome non casuale) che vive in un futuro dove l'universo è vasto, popolatissimo, assai esplorato e i rapporti tra terrestri e specie aliene non sono bellicosi, ma piuttosto di reciproca comprensione (almeno nella maggior parte dei casi).
 Mary è una "comunicatrice" una sorta di incrocio tra un'interprete e un'antropologa degli alieni: viene mandata sui pianeti dove le difficoltà di interazione con le specie e le razze locali sono maggiori, cosa che accade abbastanza di frequente. La vediamo perciò comprendere il mondo a più dimensioni di una sorta di creatura caleidoscopica incapace di difendersi da giganteschi insetti volanti che non riescono a mettere a fuoco e fermarsi per anni a contatto con dei pasciuti bruchi perseguitati apparentemente senza motivo da gigantesche malvagie farfalle.
 La non intromissione negli affari interni dei singoli pianeti è un punto fermo degli astronauti  anche davanti a genocidi agghiaccianti come quelli operati da una razza intelligente con cui gli umani collaborano fruttuosamente nonostante essi abbiano la tendenza a sventrare intere popolazioni per nutrirsene sadicamente.
 Mentre Mary vaga tra i mondi, in una vita dilatata all'infinito (agli astronauti è concessa una cosa chiamata "sospensione temporale" che impedisce loro di invecchiare) partorisce numerosi figli con padri diversi, una, Viola, addirittura senza un padre (almeno a livello genetico). 
Gli astronauti, esseri che vagano tra i mondi, eternamente giovani, attratti come calamite dallo spazio profondo (una volta provato a viaggiare non se ne può più fare a meno, tanto che una delle pene maggiori per un astronauta che si macchia di qualche reato è la costrizione eterna sulla terra), non concepiscono più famiglie come le immaginiamo noi, hanno ideato modelli diversi, anche in funzione della prole avuta con specie aliene.
 E la maternità viene sviscerata dalla Mitchson nelle sue molteplici forme e nell'incredibile quantità di riflessioni che essa comporta quando è scevra dall'immagina sacra da cui è avvolta, nascosta da stereotipi, leggende, pregiudizi e miti. 

Mary sperimenta diverse modalità di essere madre: si unisce con un marziano (specie umanoide, ermafrodita, più piccola di noi che comunica congiungendosi carnalmente) che "attiva" un suo ovulo senza però dare apporto genetico e dando vita ad una sorta di creatura clone di sua madre, decide di avere due bambini con lo stesso uomo di cui si innamora, rimpiange di non aver compreso il suo desiderio di averne uno con un compagno di viaggio amatissimo (la sua mente è troppo occupata da un recente contatto con una specie complessa). Ci sono le belle farfalle costrette a riprodursi perdendo la loro potenza e morendo tristemente, esperimenti simbiotici dall'esito sconcertante.
 La riproduzione è un punto focale delle opere di molte altre autrici del periodo, dalla Bradley che ne fa una domanda esistenziale delle sue libere amazzoni di Darkover (che dovrebbero avere un figlio solo quando lo desiderano davvero, per poi scoprire che non è per niente facile capirlo) a Ursula LeGuin, creatrice dello straziante mondo de "La mano sinistra delle tenebre", dove alieni ermafroditi acquisiscono il sesso di appartenenza solo durante il rapporto sessuale stesso (ossia il sesso non è predeterminato a priori ed entrambi possono rimanere incinti).
 Sono ovviamente scenari fantascientifici che però forse consentono di guardare il problema nella sua forma più pura, alla radice: cosa ci dice davvero la maternità? Cosa significa per le donne, per gli uomini, per i bambini, per le società? Perché non siamo abbastanza onesti da farla diventare una delle grandi domande? Perché continuiamo ad ignorarla, come se fosse un grande gigantesco tabù?

sabato 10 ottobre 2015

"I libri che odio cercare", una serie di cartoline dalla libreria sui tomi che mi rendono la vita più difficile e noiosa, maledetti loro.

In questi giorni autunnali moltissime persone si stanno iscrivendo a corsi di lingua (generalmente inglese) di vario genere
I libri per gli infiniti concorsi alle agenzie delle entrate hanno
tutto il mio livore
Molti di loro arrivano con lenzuolate di libri di testo da trovare le cui caratteristiche sono imprecise e precisissime al tempo stesso: assolutamente ignari di ciò che serve davvero per cercare un libro di questo genere (ossia l'amico ISBN), tutti vanno cercando una terza edizione pre-intermediate, senza sapere che esistono 18 libri con queste caratteristiche.
  Infatti essi cercano quella con le soluzioni o senza? Col cd o il dvd? Con allegati gli esercizi o con gli esercizi slegati? Dell'edizione curata da x o da y?
E lì parte una faticosa e noiosissima ricerca del libro giusto (sperando alla fine di azzeccarci). Ci sono dei libri che nonostante l'utilizzo del catalogo (o proprio a causa di esso) sono davvero contorti da cercare e certe volte, quando vedo arrivare qualcuno alla desperada ricerca di un libro di questo genere, mi verrebbe voglia di nascondermi sotto il bancone.
 Sono tutti quei libri il cui titolo è ambiguo, i cui fratelli di tipologia creano equivoci (posso capire quanta gente viene assunta ogni anno tramite concorso all'agenzia delle entrate??) o quelle stramaledette saghe di cui è impossibile capire l'ordine (e si ringraziano tutti gli editori che non lo inseriscono all'interno dei libri). I  clienti generalmente girano il coltello nella piaga: oh, una cosa devi fare, cercare nel catalogo come un automa, e manco quello sai fare??
 Cari miei la vita è assai più complicata.
 Attendo testimonianze di librai/bibliotecari desperadi che elenchino i libri che odiano rintracciare a catalogo!
 "I libri che odio cercare"! Tutti per voi.




Ps. Ho appena scoperto che secondo la Crusca ecc ecc l'acca non si scrive hacca. Pietà.

giovedì 8 ottobre 2015

Chi ha rinchiuso davvero la strega nel bosco? Il topos dell'essere solitario e strano tra gattare, drammi odierni, Shirley Jackson ed Harper Lee. E' il diverso ad isolarsi o siamo noi che ne abbiamo bisogno?

Non molto tempo fa, a Roma i carabinieri hanno trovato morta una ex professoressa nella casa dove viveva da sola. Era deceduta da due anni.
 Nessuno l'aveva cercata, nessun parente l'aveva reclamata. I vicini, sentendo l'odore provenire dall'appartamento avevano chiamato pare l'amministratore, ma non avevano risolto nulla, così, nel dubbio avevano imbottito la porta per fermare almeno in parte l'afrore. Il padrone di casa, ad un certo punto, finalmente decide di sfrattare l'anziana che, a quanto pare, non paga l'affitto da un bel po'. Si reca lì coi carabinieri e niente, l'anziana era cadavere da anni, caduta a terra e mai più rialzatasi. 
 Sembrerebbe una storia di solitudine come ce ne sono altre, ma, in questo caso, c'è una variante: la signora in questione non era solo sola, era, a detta di tutti gli inquilini del palazzo e degli ex colleghi di scuola, una persona molto strana. 
Era, questa signora, stando alle parole dei giornali e dei pochi che la conoscevano anche solo di vista, un personaggio da romanzo: solitaria, religiosissima, inseriva eserciti di santini nelle buche delle lettere e sui parabrezza, lanciava oggetti dalla finestra. molto fragile, senza parenti stretti, proveniva da un sud Italia che non l'ha mai più reclamata ed era stata mandata in pensione anticipata a causa di un suo problema alle gambe. Questo ovviamente è il racconto dei vicini, non necessariamente la realtà, ma spesso i ricordi che riguardano una persona possono dirci molto non tanto della persona quanto su chi ricorda, sulla sua percezione degli eventi.
L'archetipo dello strano solitario è così forte che esiste persino
un personaggio dei Simpson che, tra l'altro, si scopre, ha una
storia triste e complessa
 Mi ha fatto tornare alla memoria questa signora, la vicina di casa di cui mi raccontava un mio collega: una donna che lasciava le finestre spalancate per far entrare orde di piccioni, non puliva mai e viveva con una dozzina di gatti in un bilocale, lasciando che il pianerottolo brulicasse di animali disgustosi. Il collega aveva dovuto cambiare appartamento.
 E mi ha ricordato quando, alle scuole medie, (età infelice durante la quale dovremmo essere tutti presi per la collottola e sgrullati), dopo gli scrutini andammo con altri della mia classe a scampanellare insistentemente a casa della professoressa di educazione tecnica, una donna che mal sopportavamo e trovavamo stranissima.
 Anni dopo seppi che non era strana, aveva solo un marito in casa che le stava morendo sotto gli occhi.
 La vita e i libri sono pieni di questo personaggio ricorrente, una sorta di archetipo fiabesco: l'essere solitario di cui nessuno sa nulla e che si rintana tra quattro mura, (o nel bosco) inseguito da dicerie e pettegolezzi sempre crescenti che crea una sorta di leggenda nera senza fonti. 
 Un topos che risponde a quello della strega solitaria nel bosco, ricettacolo di molti nostri timori, che infatti ha sempre avuto grande fortuna nei film e nei libri a tema horror  (ricordate "Il mistero della strega di Blair" o la strega di Hansel e Gretel?).
 Oppure, una sua interessante variante sul tema trova  la sua più completa realizzazione in uno dei più bei romanzi americani che affrontano il tema del diverso, del pregiudizio e dell'emarginazione con una maestria difficilmente replicabile: "Il buio oltre la siepe" di Harper Lee.
 Questo libro bellissimo presenta una serie di personaggi peculiari, accumunati da una serie di varianti dalla realtà comunemente accettata a partire da Atticus, rispettabile avvocato bianco certo, ma padre single di due bambini scalmanati, soprattutto la femmina, non certo signorina come la morale comune vorrebbe. 
 Poi c'è il diverso per eccellenza, il cattivo predestinato dalla società: Tom Robinson, uomo di colore, accusato di stupro da una ragazza bianca, e automaticamente colpevole. Tom non è neanche un essere umano, è un pregiudizio che cammina, qualcuno che non ha dignità di persona o possibilità di dimostrare davvero chi sia, lui è presignificato dal suo colore di pelle.
 E infine c'è lui Boo Radley, un uomo solitario che vive chiuso in casa e che i ragazzini dileggiano convinti che sia pazzo o strano o cattivo. Non hanno un motivo preciso per crederlo, se non una serie di considerazioni che li portano a quella conclusione: perché Radley si comporta in un modo così poco socialmente accettato? 
 Una persona che non si adegua ha per forza qualcosa che non va. Del resto, il modo in cui non tutti comunemente viviamo è talmente bello, così imperdibile e favoloso che chiunque non accetti di farne parte non può che avere qualche rotella fuori posto. O no?
 Boo Radley e l'anziana morta a Roma sono accomunati da una stranezza inaccettabile: non vivono come noi. 
E questo è qualcosa che si paga in qualche modo nella nostra società così crudele, così rigida, così bisognosa di contenere tutti in un ruolo preciso per sentirsi in qualche modo rassicurata. A nessuno interessa cosa abbia spinto queste persone a prendere una decisione del genere, se un evento drammatico, una fragilità interiore, una volontà precisa e inaccessibile. 
 Per questo diventa doppiamente interessante un libro come "Abbiamo sempre vissuto nel castello" di Shirley Jackson, un horror che non meriterebbe questa classificazione perché, dal mio punto di vista, nella sezione horror andrebbero messi i libri in cui la crudeltà appartiene al sovrannaturale non agli esseri umani.
 Non è un libro che dà risposte semplici quello della Jackson, nessuno dei personaggi coinvolti è innocente, però descrive bene in che modo possono crearsi leggende nere, superstizioni, crudeltà di branco che i singoli non ritengono tali perché parte di un sentire comune. Se tutti sono crudeli infatti distinguere il bene dal male diventa doppiamente difficile. Lo abbiamo visto nella storia, lo vediamo nella società, lo vedono doppiamente i discriminati dalla società.
 Cosa crea un odio profondo e di massa?
La prima traduzione italiana del titolo
"Così dolce, così innocente" dava una
chiara misura del fatto che non si era
capito di cosa parlava davvero il libro
 Il libro della Jackson si apre con un'esca narrativa fenomenale: un'intera famiglia, pochi anni prima, è morta avvelenata mentre cenava. Unici sopravvissuti: uno zio da allora invalido e due sorelle, Constance, bellissima e all'epoca accusata del delitto, e Mary Katherine, una creatura stranissima, vaga e poco presente a sé stessa, non si capisce se per sua natura o per il trauma subito anni prima.
 Il paese, nonostante non abbia subito alcun danno da quella che fu una tragedia familiare, le odia e le dileggia, le copre di insulti e vorrebbe che si allontanassero dalla cittadina. Le due rispondono all'odio rintanandosi in una vita idilliaca composta da cibo delizioso, rituali sempre identici e un forte affetto reciproco. L'atmosfera del libro è quella di un'attesa cattiva, un silenzio carico di odio.
SPOILER
 L'equilibrio, fragile, si rompe quando irrompe un cugino arrivista, avido e perfido a sua volta, Charles, interessato ai beni di famiglia e al denaro che le due nascondono.
 E poi ecco un grande incendio, un linciaggio di massa, un paese che impazzisce in preda ad un odio senza motivo, verso qualcosa che percepiscono come sbagliato, una frattura nella tranquillità cittadina che non possono tollerare, e accade l'irreparabile.
 Le due ragazze si sbarrano letteralmente in casa, sbalzate con violenza fuori da una società in cui si sentivano in grandissima difficoltà già prima di viverne l'odio. Resistono ai vaghi accenni di pentimento di alcuni, agli amici dei genitori che tentano, per dovere, di aiutarle e pian piano il loro silenzio parla agli abitanti. Se si sono rinchiuse lì dentro hanno qualcosa da nascondere: segreti, denaro, riti magici.
 Il male compiuto su di loro viene dimenticato e da vittime diventano di nuovo invisibili carnefici. 
FINE SPOILER
 Chiunque non si adegui, ha qualcosa da nascondere, chiunque devii dalla normalità è una mina nelle nostre certezze, chiunque ci ponga un interrogativo su noi stessi è un pericoloso sovvertitore di quella che altrimenti sarebbe una vita tanto tranquilla.
 Una vita tranquilla, in un palazzo tanto tranquillo, con persone che preferiscono bloccare porte che sanno di cadavere invece di spalancarle, con segreti che devono rimanere sigillati , dolori che non bisogna lasciar trapelare dietro una facciata di tranquillità.
 Altrimenti, se gli altri si accorgono che qualcosa non va, che non siamo come loro, la strega nel bosco, Boo Radley, Constance e Mary Katherine rischiamo di diventarlo noi. 
 E forse anche per questo ci fa comodo caricare queste persone di una serie di significati spaventosi, inenarrabili stranezze: sono lo spettro di quel che temiamo, un nostro fantasma, da prendere a sassate, dimenticare, bruciare, sperando che in qualche modo svanisca.

mercoledì 7 ottobre 2015

Piccoli libri per piccoli tragitti: "Il simposio dei sultani" di Ibn Sayyar al Warraq, libraio e copista del X° secolo, che ci fa venire la bava alla bocca un millennio dopo a furia di crepes, pollastrelle e locuste marinate all'assafetida!

 In questi giorni in libreria sono arrivate molte novità culinarie. 
 Si vede che Halloween non ha ancora attecchito nei cuori dei librai e della clientela (sogno il giorno in cui mi si chiederà di fare proposte a tema horror per tutti il mese di Ottobre, sono certa che arriverà) e che ci si sta già preparando alla grande offensiva natalizia.
 Antonella Clerici casalinga (e mi sono sempre chiesta quando mai abbiamo visto questa donna cucinare, tanto meno a casa) ha sfornato una specie di almanacco e persino la sciura Parodi ha messo in campo l'intera famigliola, marito e tre figli per un tomo con le ricette che dice di propinare alla sua famiglia. Attendo il momento, tra una decina di anni, in cui ci chiederemo quale fotografo assassino abbia mai potuto concepire un orrore da aperitivo come il peperone intero infilzato dagli spiedini che l'augusta coppia brandisce nel suo giardino in stile provenzale.
 Ma non tutti i mali vengono per nuocere, e questo infinito interesse per la cucina in tutte le sue forme non ci condanna solo ad un red carpet di chef sempre più up, ma anche alla stampa o ristampa di saggi molto interessanti. E' di questi giorni l'uscita di un libricino della Jouvence "Il simposio dei sultani" a cura di Sabrina Favaro.
 Questo delizioso libretto si propone di riassumere parte delle ricette del Kitab Al-Tabikh, il più antico trattato di cucina arabo-musulmana della storia, frutto dell'indefesso lavoro di Ibn Sayyar al-Warraq, libraio e copista che nel decimo secolo si propose l'immenso incarico di riassumere in unico tomo le magnificenze culinarie del califfato di Baghdad. 
 Tale tradizione era talmente fiorente che persino i principi vi si dedicavano con successo, il più famoso e leggendario cuoco arabo era infatti Ibrahim Ibn al-Mahdi, fratellastro nientepopodimeno del califfo de le "Mille e una notte" anch'esso autore di un trattato di cucina andato perduto nei secoli.
 La peculiarità del libro del trattato di Ibn Sayyar al Warraq consiste nell'aver riunito in un unico manuale una spiegazione degli usi e costumi nell'ambito della consumazione del cibo (ovviamente a corte) e al contempo di aver stilato un elenco di ricette accompagnandolo a numerosi componimenti poetici che ne esaltavano sapore, preparazione e bellezza.
 Scopriamo così che i sultani, nei loro simposi, tenevano moltissimo alla pulizia e all'eleganza dei convitati, che bevevano vino, ma con moderazione e amavano moltissimo la carne di agnello e montone. le pietanze fenivano disposte su tavoli e tappeti e l'ordine in cui venivano serviti i cibi era importantissimo a partire dai numerosi piatti freddi che aprivano il convito. 
 Splendida la storia della concubina bionda di Ibn al-Mahdi, una delle più favolose cuoche del mondo arabo, e da bava alla bocca le ricette, come quelle degli huskananag al-hubz sorta di crepe fritte e rigirate nel miele e nello zucchero la cui descrizione descrive profumi e situazioni degne de le "Mille e una notte":

 "Simili a collane
farciti di zucchero e zafferano

e mandorle macinate.

Il cuoco li ha fritti in olio di sesamo

con superba maestria.

Riemergono simili a lune splendenti,
snelle, appuntite e rivestite.
Mezzelune che brillano più della notte,
allineate come dirham,
coniati da una mano scrupolosa
d'eccelso miele ricolmi,
e di superba acqua di rose di Jur profumati.
Su un piatto di cristallo,
cari genitori, sono simili a lune.
Sì ben fatti da sembrare linea di scrittura 
meravigliosa,
come di sale e canfora cosparse,
han decori di righe di zucchero,
Risplendono quando sono aperte,
perfezione divina,
che il nostro cuoco ha offerto in dono al Visir"

 E che dire della descrizione meravigliose  del mutaggana, sorta di brasato di pollastrelle e galli grassi che farebbe impallidire le uova perfezioniste di Cracco e le salse alla Pollock di Gualtiero Marchesi:

"Mutaggana di favolosi polli fritti
immersi in olio di sesamo
Fragranti di fresca ruta odorosa di muschio
Tra fette e dadini, sembra un meraviglioso fiore
germogliato su un grosso ramo,
indossato da una donna con un vitino di vespa
avvolta in un qurtaq,
le cui guance si illuminano
come una rossa peonia"

O anche (ma se siete veg evitate di leggere):

 "Tu amante del delizioso cibo,cui prima ti è offerto

vino da bere,

procurati tre pollastrelle di Kashari

e una giovane tortora grassottella di askari.

Dopo averli scottati, amico mio,
unisci ad essi carne di anatroccolo.
Smembrali tutti pezzo per pezzo,
senza risparmiarne alcuno.
In una pentola di pietra disponi la carne
versa olio e rendila deliziosa.
Meglio se aggiungi olio di sesamo:
addolcisce l'olio e lo rende squisito."

 Inoltre, ben prima degli sconquassi dell'Expo, in cui abbiamo scoperto che alcuni popoli si nutrono senza remore di coccodrilli e insetti, gli arabi magnificavano sugose locuste la cui ricetta è degna delle streghe di Macbeth. Bisogna infatti catturarle vive e annegarle nella salamoia, poi disporle in un orcio assieme ad un composto macinato di coriandolo, semi di finocchio e assafetida, poi cospargere col sale.  
Dopo aver fatto vari strati chiudere l'orcio e sigillarlo col fango. Infine attendere che il, pare, delizioso piatto, sia pronto:

"Quando le rapide locuste sciamano,
e le loro truppe fanno delle nostre case

i loro accampamenti,

tu dovresti essere parimenti avido.

La longevità è l'ultima cosa che ti devi augurare

per tali despoti,
dalle bocche che rasano e tagliano,
han cosce simili a liuti,
e pupille grandi come occhi"


 Ammetto che non fa venire molta fame, ma un po' più voglia di mettersi sotto un noce beneventano a volare con una scopa.
 E poi ci sono datteri, caffé hunk, bevande fermentate, spezie, salse, e soprattutto usi e costumi molto diversi da quelli che immaginiamo. Un libro piccolissimo che spalanca un mondo incredibile, moderno, amante del buon cibo e attento al galateo, molto più vicino a noi di quello che pensiamo e al contempo diversissimo e affascinante. Quanto sappiamo del passato dello sconvolto medio oriente? Quanto conosciamo davvero della loro civiltà passata? Dietro le antiche rovine di Palmira, sulle colline di Damasco, ad Aleppo, nella scintillante Baghdad un tempo si tenevano sontuosi simposi, eredi dei loro lontani parenti greci. 139 pagine per poterne avere un vago assaggio (e farsi venire voglia di pollastrelle).

Il cliente che coltiva il suo giardino interiore. Comportamento, verità e letture del cliente perso tra manuali di auto-aiuto, fisica quantistica hawaiiana, diete miracolose, riordino furioso e attrazione a tutti i costi, alla disperata ricerca di sé stesso.

Anni fa ho reso ricca la copisteria principale del mio paese stampando quantità impressionanti di racconti, sceneggiature, dispense, appunti, sbobinature per conto terzi e qualsiasi altra cosa potesse umanamente essere stampata. 
Testimonial del cliente che coltiva il suo giardino interiore sarà Elizabeth
Gilbert, autrice di "Mangia prega ama"
 La questione era resa particolarmente insopportabile non solo dal costo, ma anche dall'incredibile lentezza dei proprietari di tale copisteria, la cui flemma era leggendaria.
 Un giorno, durante un'attesa di circa mezz'ora giunse una donna dall'aria compita, i capelli grigi e una sorta di sari indiano rivisitato: portava a fotocopiare alcuni pezzi di svariati libri di Osho.
 Ricordo che pensai con una certa preoccupazione al momento in cui nella vita anche io avrei cercato conforto in una religione orientale a caso o in qualche frizzolata new age nel tentativo di dare un senso alla mia di sicuro vita allo sbando.
 Ebbene, ora che lavoro in libreria, posso se non altro asserire con certezza che questo tragico momento non è riservato a tutti, ma ad una specifica categoria, molto fluttuante: il cliente che coltiva il suo giardino interiore.
 Il cliente che coltiva il proprio giardino interiore viene generalmente introdotto alla sua botanica spirituale da un amico che già da tempo pasce la sua autostima e la sua anima con crocchette pseudopsicologiche. L'amico, dileggiato per tanti anni, compare nel momento del bisogno, una qualche crisi personale o un attimo di vuoto, con un libro esca. "Mi ha aiutato tanto" dice.
  E da lì il cliente scopre di avere un giardino interiore in totale disordine.
Inizia così a saccheggiare il catalogo di una serie di case editrici specializzate nel giardinaggio dell'anima, alla ricerca di una gigantesca bibliografia di cui nutrirsi artificialmente per i prossimi venti o trent'anni.
COMPORTAMENTO:
 Il cliente che coltiva il proprio giardino interiore, fate molta attenzione, non è assolutamente da confondersi con il cliente illuminato di stampo pseudofricchettone.
 I giardinieri non sono vegani, non sono vegetariani, non sanno niente dell'antispecismo e neanche si interessano minimamente a questioni di sostenibilità del cibo. Loro sono attenti ai mondi interiori, che gli esteriori andassero dove vogliono, loro sono occupati a fare altro.
 Le donne sono più interessate a come spiegare in qualche modo i loro cali di autostima o le loro fallite relazioni, mentre gli uomini cercano più un incitamento che li smuova da qualche stato di torpore. Entrambi i generi si attendono dai libri una risposta. Non è un caso che esistano nei loro desiderata: "Il libro delle risposte" e "Corso in miracoli".
 Vestiti in modo anonimo, sono esseri generalmente solitari (le donne di tanto in tanto si accompagnano a qualche amica) e non hanno mai con loro un minore. Una volta scoperto dove si situano i loro campi di competenza, sono in grado di rimanere ore a spulciare libri che sostanzialmente dicono le stesse identiche cose, ma in salse differenti: "Puoi cambiare la tua vita", "Sei speciale", "Fatti forza". Nessuno o quasi muta in cliente illuminato, lo sforzo che richiederebbe la faccenda li ottunde.
Ma vediamo cosa leggono!

IL  POTERE DEL RIORDINO:
 Voi che non siete botanici interiori né librai forse ignorate la nuova moda dell'anno: riordinare! 
 Tutto nasce da un fortunato tomo di Marie Kondo "Il magico potere del riordino" che insegna come mettere ordine dentro di sè mettendo in ordine la propria casa. 
 Lo so, pare una cosa da maniaci ossessivo-compulsivi, ma il libro, in effetti, a parte alcune cadute totali (il delirio sui libri ad esempio, trattati come oggetti superflui da gettare, manco da regalare alla biblioteca), ha un suo perché. 
 In effetti certe volte riuscire a distinguere il superfluo dal necessario fa sentire più a posto con noi stessi. Ecco. 
 Marie Kondo è stata la prima di una serie che ora annovera epigoni e detrattori: c'è chi ordina, chi confonde l'ordine con una vita da sciura (indimenticabile il manuale che consigliava anche come pettinarsi e quali fiori scegliere, ovviamente dedicato solo a donne che nei momenti liberi per rilassarsi tengono un diario), chi rivendica un molesto disordine e chi insegna a reinventare il superfluo perché oh, c'è la crisi, va bene ordinare la propria anima, ma ricicliamo!

HO'OPONOPONO: 

L'incubo di tutte le ricerche bibliografiche, lui, il misterioso Ho'oponopono, parola hawaiiana che dovrebbe dire "aggiustare le cose".
 Il concetto, che i suoi teorizzatori dicono di collegare alla fisica quantistica (la fisica quantistica è tirata spesso in ballo poraccia lei), è che se gli esseri umani sono fatti di molecole e l'universo è fatto di molecole, allora siamo tutti parte dell'universo! Una cosa bella e soprattutto onnipotente: se tra te e l'universo c'è tale intima connessione, allora tu puoi determinare l'universo stesso! Se ci credi e troverai il modo di governare le tue molecole potrai ottenere tutto, dal nobel alla medicina al danaro, dalla felicità a un negozio di brugole. 
 Il modo in cui puoi governare il mondo, lo ammetto, non mi è molto chiaro, in qualsiasi caso tutto parte dal fatto che devi credere in te stesso e nel momento in cui sei in crisi ricorrere ad una roba chiamata cleaning in cui devi dire a te stesso "Grazie" "Mi dispiace" "Perdonami" "Ti voglio bene".

 Sarebbe bello scorgerci una qualche profonda riflessione panteistica, ma temo che questa gente il panteismo non sappia manco dove sia di casa.

DIETE VARIE ED EVENTUALI:
 Già comprare il libro di una dieta per me non ha senso. 
 La dieta te la fornisce un dietologo, non un medico lontano migliaia di km che non ti ha mai messo sopra una bilancia. Lo diventa ancor più quando scendiamo nell'abisso delle diete senza muco, con la candeggina, del digiuno e persino del dottor Hamer, un uomo convinto che le malattie provengano da conflitti biologici dovuti a traumi (e che una lobby ebraica impedisca la divulgazione di tale incredibile verità). 
 Il cliente che coltiva il proprio giardino interiore, generalmente, è avvezzo anche a tali diete che alla fine, credo, non segue mai. L'idea che ci sia però qualcosa di mysterioso, incredibile, mai provato, di esseri umani in grado di non mangiare per un mese e al contempo scalare montagne, di purificazione tramite l'ingestione di soli liquidi, in qualche modo li affascina.
 Non so se sia la convinzione di trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo che dovrebbe aiutarli nel loro percorso di disvelamento personale, se sia curiosità o desiderio di inserire una componente fisica nel loro nuovo cammino spirituale, certo è che nessuno chiama mai davvero un dietologo.

LA LEGGE DELL'ATTRAZIONE:
 La legge dell'attrazione va in giro da almeno una quindicina di anni. Ricordo ancora quando, un'estate, qualche star decise di farla sua su una spiaggia (non ricordo se fosse Victoria Beckham, autrice sempre della diffusione della dieta "Skinny Bitch") solleticando la curiosità di decinaia di sciure in the world. La legge dell'attrazione si fonda sull'incredibile assioma secondo il quale se desideri con tutte le tue forze una cosa quella, prima o poi arriverà.
 Ovviamente devi lavorare per ottenerla, ma se riesci a farti un buon piano step by step, ce la farai. Non importa se ti mancano denaro, età, bellezza o talento, tu riuscirai ad ottenerlo. I numerosi fallimenti si spiegano solo in un modo: non hai desiderato abbastanza.
 A guardar bene, "The secret", nato come documentario e continuato in forma di vari fortunati libri, sembra l'ennesimo delirio motivazionale di stampo americaneggiante, ma a guardar benissimo si scopre un mondo in cui l'essere umano è centro catalizzatore e creatore dell'universo stesso. Il fine comunque sono principalmente i soldi. Così, per chiudere.

TU SEI SPECIALE, GLI ALTRI NO:
Uno dei grandi successi dell'anno scorso fu un pamphlet di un professore francese che titolava "Ragazzi non siete speciali"! Provocatorio argomento del contendere: spiegare ai ragazzini una volta e per tutte che, nonostante i vezzeggiamenti al loro ego forniti da mamma e papà, essi non sono Gesù Cristo sceso in terra. In un'epoca di grande individualismo come la nostra persino tale concetto diventa rivoluzionario e crea traumi in parte della popolazione.
 Il cliente che coltiva il proprio giardino interiore ha bisogno di sentirsi dire che è assolutamente e perdutamente e incredibilmente speciale. Non lo condanno. A tutti nella vita è capitato di doversi sentir dire che non sono cattive persone e che valgono qualcosa, mentire sarebbe disonesto. Tuttavia non ha senso dire: "Sono speciale, gli altri no", "Il mondo si comporta così perché è invidioso del mio potenziale" e soprattutto "Posso fare tutto". No, non funziona così: se vi sentite tanto tristi è proprio perché avete capito che non potete fare tutto tutto, ci sono cose che proprio non vi vengono bene.
  Inoltre gli altri non sono tutti dei gretti materialisti assetati delle vostre magmatiche energie vitali: anche loro sono speciali. E fatevi due conti: alla fine, se sono speciali tutti, nessuno lo è. E soprattutto non avete più 10 anni, è ora di smettere di credere alle favole (e no! Non compratevi un libro in cui vi si dice che dovete SEMPRE credere alla favole!)

L'AUTO-AIUTO:
 Generalmente i manuali di auto-aiuto fanno tutto tranne che metterti in guardia da qualcosa che non siano delle misteriose "energie negative".
 Non fraintendiamo, io apprezzo le persone che cercano in loro stesse le energie per uscire da un periodo buio. Ciò che apprezzo un po' di meno sono i tentativi a casaccio che essi fanno mettendosi talvolta nelle mani di gente che approfitta della loro fragilità.
 Leggete un libro di Louise Hay a caso e ditemi se non sembra un manuale di magia bianca for dummies, con visualizzazioni di cellule luminose, misteriose energie positive che fluiscono sottopelle per contrastare il malvagio effetto delle energie negative sprigionate da misteriose persone negative.
 A Roma un bel vaffanculo ad un certo numero di palle al piede basterebbe. A chi cerca i manuali di auto-aiuto no. Queste persone devono prima combattere una battaglia jedi contro il lato oscuro e i sith della loro vita (che poi manderanno a fanculo). 
 Nel frattempo gli anni passano e loro visualizzano immagini e ricordi positivi a cui aggrapparsi, prima o poi la pace arriverà, pare.

Mi raccomando, se fà pe' ride. E se ve la prendete pensate che sono una perfida persona piena di energie negative che cerca di farvi pensare in modo razionale, fate un bel respiro e dite Ho'oponopono!

giovedì 24 settembre 2015

A cosa servono gli amori infelici? A scrivere libri e poesie bellissimi (e incidentalmente a rendere eterni alcuni uomini e alcune donne) tra tentativi di rimorchio, ali per volare, friendzone eterne, ballerine e corvi

Francisco Goldman e la moglie Aura
 Una delle cose belle dei clienti in libreria è che, in modi perlopiù misteriosi, vengono a conoscenza di libri particolarissimi che si perdono nel marasma delle troppe, risparmiabili, uscite praticamente quotidiane.   
 Ogni tanto vengono lì, con dei papiri cicciuti e ti viene un colpo. Poi scopri che su quel papiro c'è una meravigliosa bibliografia di libri distopici rari (un ragazzo due settimane fa mi ha fatto avere l'improvvisa necessità di tre o quattro nuovi libri sul tema) o titoli che non sai quando ti sei persa.
Qualche tempo fa una ragazza andava cercando "Chiamala per nome" ed. Il Saggiatore in cui lo scrittore americano Francisco Goldman racconta la storia della sua giovanissima moglie morta in un incidente in mare ad appena trent'anni.
  La ragazza, Aura Estrada, era una dottoranda in letteratura di origine messicana e pare fosse anche una promettente scrittrice. Nonostante la morte fosse avvenuta accidentalmente la famiglia non perdonò Goldman e lo accusò di essere parte in causa nel decesso (come non ho ben capito visto che era cascata dalla tavola da surf). Allo scrittore non rimase che scrivere un libro in sua memoria, "Chiamala per nome", in cui con dolore si riappropriava della vita della moglie attraverso la scrittura.

 Rievocare grandi amori rendendoli eterni grazie ai libri è un antichissimo topos letterario, usato per mille motivi: dal rimpianto, alla nostaglia, dallo sfogo al rimorso, dalla disperazione al rimorchio.
 Di seguito una serie di casi di amori desperadi (e realmente avvenuti) resi eterni dai loro autori.

ORFEO E TEOGNIDE:
 Capostipite assoluto della disperazione amorosa occidentale per la perdita della donna amata è stato sicuramente il prode Orfeo, poeta che, sposato da poco alla bella Euridice, se la vide portar via dalla morte. 
All'epoca con gli dei che decidevano le sorti degli uomini ancora si poteva parlare, così Orfeo si trascinò negli inferi e supplicò cantando talmente bene il signore dell'oltretomba e consorte, Ade e Persefone, che essi gli permisero di riportare la moglie tra i vivi. 
 C'era da scarpinare però per riemergere dal sottosuolo e costoro misero una clausola: se Orfeo si fosse voltato a guardare la moglie essa non sarebbe mai più uscita di lì. Orfeo, come in molti sapranno, si voltò, stoltamente all'ultimo secondo, quando ormai sembrava fatta. Il finale fu terribile: la moglie non risorse, lui smise di cantare e le baccanti lo uccisero qualche tempo dopo.
 Ma greci e romani per quanto poetici conoscevano anche il magico potere del rimorchio che poteva dare la poesia. 
 Meraviglioso esempio è l'unico frammento del poeta Teognide (VI-V sec. a.C.) giunto fino a noi. Costui, nel tentativo di ingraziarsi un giovinetto da lui molto amato, Cirno, non solo gli dedica poesie, ma scrive anche una poesia per ricordarglielo, fargli notare che grazie a lui in fondo vivrà una vita eterna e che, nonostante tutto, il ragazzetto neanche lo fila. E' una critica pessima lo so, ma la poesia rimane splendida:
"Ti ho dato ali per volare sul mare sconfinato
e su tutta la terra, in alto librandoti
facilmente. Nei conviti e in tutti i banchetti sarai presente,
adagiato sulla bocca di molti.
Accompagnati da flauti dal suono acuto, uomini giovani
e decorosamente amabili canteranno te, con voce bella
e chiara. E quando, nei recessi dell'oscura terra,
verrai alle case molto lacrimate dell'Ade,
mai - neppure morto - perderai la fama
, ma sarai a cuore
agli uomini, avendo sempre un nome indistruttibile,
Cirno, per la terra dell'Ellade e per le isole
aggirandoti, varcando lo sterile mare pescoso;
e non seduto sul dorso di cavalli, ma ti condurranno
gli splendidi doni delle Muse dalla corona di viole.
E per tutti quelli cui sta a cuore, anche tra i posteri,
tu sarai ugualmente motivo di canto, finché ci saranno la terra e il sole.

Ma io da te non ottengo rispetto, neppure poco;
con le parole tu mi inganni, come s'io fossi un bambino"

CATULLO:
Fosse vissuto all'epoca nostra Catullo sarebbe diventato uno di quei giornalisti o scrittori con la penna sempre avvelenata e puntuta.
 I carmi che non fanno leggere a scuola sono pieni di livore e invettive verso una serie di nemici politici e scrittori o nemici in generale.
 Come accade quando si va un po' troppo cercando la propria nemesi, Catullo incappò in una donna bella, libera, volitiva e piuttosto capricciosa (o almeno è così che ce la consegna alla storia): Clodia da lui ribattezzata poeticamente Lesbia.
 Questa matrona apparteneva alla classe alta di Roma (suo fratello, Clodio, era tribuno) e aveva una decina di anni in più del poeta che trattava, stando almeno a Catullo, come un giocarello senza cuore. Lo prendeva, lo lasciava, lo lasciava lo prendeva, aveva relazioni coi suoi amici, si faceva implicare in scandali politici di vario genere. Ricca e indipendente, una volta vedova fece fruttare il suo patrimonio, cosa che le permise, nonostante fosse una donna di godersi la vita e gestirla come meglio voleva.
 Catullo la ama, la odia, si excrucia, si odia, le manda mille baci e poi cento e insomma rimane vittima di una delle prime femme fatali della storia. A cosa servono gli amori infelici? A scrivere poesie bellissime.

CESARE PAVESE: 
Constance Dowling. Pavese puntava alto
 Se nella storia è esistito un poeta che si possa definire sfigatissimo con le donne, ebbene, quello è stato Cesare Pavese.
 La sua tristissima storia affonda le radici in una presa in giro primigenia, talmente famosa tra gli studenti di liceo, che De Gregori lo cita persino in "Alice": "E Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina". Nel 1925, liceale, aveva atteso per ore sotto un diluvio una ballerina di cui si era innamorato, beccandosi un cosmico malanno.
 Da lì fu una serie di delusioni amorose che manco Emma Marrone.
 Prima si innamorò di Tina Pizzardo, antifascista che lo ammirava moltissimo che lo respinse più volte, nonostante le numerose proposte di un Pavese che non se ne faceva una ragione. Poi venne una giovanissima Fernanda Pivano: tentò la proposta di matrimonio anche con lei, ma niet.
 Ci fu dunque Bianca Garufi, partigiana con cui tentò di scrivere un libro a quattro mani (fallendo), anche con lei, che divenne poi una delle prime persone (non donne, persone) in Italia ad interessarsi accademicamente di psicologia, fallì.
 Infine venne la volta di Constance Dowling, bellissima attrice che pare lo illuse mentre nel frattempo aveva una relazione con un collega. A lei è dedicato "La luna e i falò". Non bastò, ormai quarantenne una relazione con un'aristocratica diciottenne per risollevargli il morale.
 Ricordo che già diciottenne rimanevo perplessa dall'incredibile dicotomia: grandissimo scrittore e poeta, ma incapacissimo a relazionarsi. Non riuscivo a comprendere se fosse Pavese ad avere qualcosa di strano o fosse semplicemente sfiga, ai posteri l'ardua sentenza.

WILLIAM BUTLER YEATS:
 Come Catullo e Pavese, anche Yeats subiva il fascino di donne volitive  o meglio subì quello della stessa donna che con convinzione lo respinse per tutta la vita: Maud Gonne.
 Maud Gonne fu un'instancabile sostenitrice dell'indipendenza irlandese, finì in carcere, ebbe due matrimoni e due figli, Iseult, dal primo marito, un politico irlandese, e Sean MacBride a cui venne conferito il premio nobel per la pace nel 1974 e partecipò come i genitori (il padre fu anche giustiziato) alla causa irlandese.
 Yeats la incontrò nel 1889 e se ne innamorò immediatamente, ma lei come si dice ora nel linguaggio ggggiovanile lo friendzonò subito, a vita e senza rimedio.
  Lui infatti le fece ben cinque proposte di matrimonio durante il corso della vita e, non pago, cercò di impalmare almeno la di lei figlia una volta ventenne (essa, imitando la madre, si negò). 
 I due ebbero comunque un rapporto strettissimo e Yeats ne fece la musa principale delle sue passionali poesie. Quando, cinquantenne, il poeta si arrese e sposò una giovane appassionata di occultismo, i loro rapporti non mutarono tanto che si videro fino a pochi giorni prima la morte del poeta le cui spoglie sarebbero rimaste in Francia se Maud non si fosse prodigata per riportarle in Irlanda.
 Certe volte dietro i grandi rifiuti e i grandi amori si celano misteri. Il rifiuto ostinato di Maud è uno di questi.

EDGAR ALLAN POE:
Nevermore craaaa nevermore craaa
 Nell'iconografia del caro Edgar non può mancare il tristerrimo corvo che gli ricorda, ineluttabile: "Mai più".
Virginia Clemm
Lui, solo e triste in una notte invernale, pensa alla sua dolce Lenora morta, apre la porta e sente il suo nome nel vento. Chiude la porta e un corvo comincia a gracchiare "Nevermore". Insomma, una tragedia.
 Tragedia ispirata alla morte dell'unica giovanissima moglie di Poe. A 26 anni il nostro decideva di compiere un atto fortunatamente oggi illegale: sposò la sua cugina carnale e tredicenne, Virginia Clemm.
 Costei che fu ampiamente cornificata in vita con scrittrici e potesse varie, nel 1842 mentre cantava gioiosa ebbe la rottura di una vena e le fu diagnosticata la tubercolosi di cui morì quattro anni dopo lasciando Poe nella desperazione.
 Nonostante i bagordi amorosi avuti mentre la moglie era in vita, Poe non si riprese mai più dalla perdita e le dedicò la disperata poesia "Il corvo" ed alcuni racconti, tra cui l'angoscioso Eleonora.
 Romantic tragedy.
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