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giovedì 3 dicembre 2015

Perché tra le mille possibilità dovremmo scegliere di usare il nostro tempo per leggere e/o per scrivere? "On Writing" di Stephen King ha un'ottima risposta, la sola necessaria, che distrugge le nostre giustificazioni, ed è terribile e meravigliosa.

 Non ho mai avuto un buonissimo rapporto coi manuali di scrittura. 
 Penso in realtà che chiunque aspiri a diventare uno scrittore (mestiere equivoco in tutti i sensi), non si fidi mai completamente di quello che gli consigliano gli altri, per quanto grandi scrittori.
 Il motivo è presto detto, se da una parte possono esserci assiomi universali: lavora sodo, non scoraggiarti, impara qualcosa dai rifiuti che ricevi e continua a tentare, da un'altra è pur vero che ognuno ha un suo metodo di lavoro che deriva dall'esperienza e, spesso, da alcune esperienze di vita.
 Personalmente ho sempre ritenuto una leggenda metropolitana per faciloni il fatto che starlette della tv, conduttori, attori o chi per loro siano in grado di scrivere un libro. Nessuno li ritiene scemi, ma se avete mai provato a scrivere, sapete che anche produrre un libro che appare semplicissimo, con una trama imbarazzante, ritiene un lavoro di costanza che è difficile apprendere improvvisamente.
 Se c'è una cosa che i manuali di scrittura opera dei grandi scrittori insegnano, è che come diceva Capote, "Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta, e questa frusta è intesa unicamente per l'autoflagellazione". Ossia, senza un grandissimo lavoro, costante, senza sconti e giustificazioni, che inizia prestissimo, andare da qualsiasi parte, anche un vicolo cieco, è impossibile. Anche Shakespeare avrà avuto il suo da fare.
 Come ce lo ha avuto Stephen King che lo ha descritto benissimo in un suo libro finalmente riedito dopo tanti anni fuori commercio: "On writing. Auotbiografia di un mestiere", che Frassinelli ha rieditato recentemente.
 Non ho mai parlato di Stephen King nel blog perché pur avendo letto vari libri non ne ho mai subito, come lettrice, una grande fascinazione. Ovviamente sa scrivere molto bene, le sue trame, come lui stesso ammette partono da idee semplici, ma di enorme impatto nell'immaginario, e la cosa interessante è che pur spaziando più o meno nello stesso genere, l'horror (con punte di fantasy e fantascienza), riesce a trovare spunti assai diversi tra loro.
 Detto ciò, preferisco trame che hanno idee più complesse e magari di meno immediato impatto, ma è un mio gusto personale.
 Non mi aspettavo perciò che questo saggio sul mestiere di scrivere mi colpisse così tanto. Invece è superlativo perché riesce a centrare tutti i punti scoperti di chi desidera diventare scrittore.
 La prima parte è costituita da una sorta di zibaldone autobiografico che fotografa diversi momenti della sua vita, dalla primissima infanzia fino all'età adulta. Malgrado seguano un percorso cronologico ben definito e pur non descrivendo tutti episodi inerenti strettamente alla scrittura, sono quelli che King ha scelto per parlare di ciò che lo ha reso un autore. Non si parla solo del primo racconto inviato e rifiutato, del primo soldo pagato da sua mamma come giusto compenso come un raccontino che, da piccolissimo, aveva scritto. Non ricorda solo le avventure tipografiche folli del suo intelligentissimo fratello maggiore o come, tra mille generi, abbia inconsapevolmente deciso di dedicarsi all'horror. Nel suo racconto complessivo si parla di come un essere umano si renda conto che tutto, nella sua vita, possa ricondurre ad un unico equivocabile destino, una sorta di vocazione che, senza misticismo o vanteria, non si può non riconoscere.
Stephen King giovane (ebbene sì)
 Dietro al suo primo lavoro riconosciuto, "Carrie", ci sono anni passati a scrivere su tavoli di lavoro tra un turno di lavoro in fabbrica e le lezioni scolastiche la mattina, c'è l'ansia di non sapere come campare una famiglia costruita giovanissimo e che non si riesce a sostenere con un lavoro prima da operaio, poi da insegnante. Ci sono i ricordi di quando bambino, figlio di una donna abbandonata dal marito (da quel che si capisce mai più rivisto), con due bimbi piccoli, costretta a vagare per gli Stati Uniti alla ricerca di un lavoro più umile dell'altro (ma King ha solo parole buone per questa madre che continua a definire spassosa e divertente), ha vissuto in una serie di case assurde, in campagne che ritornano nei suoi libri, in province addormentate e spaventose.
 Ci sono il primo dolore fisico, l'esperienza della droga, dell'alcolismo, la prima tristissima sbronza, presagio di un problema che sarebbe diventato enorme, un ritratto meraviglioso di sua moglie Tabitha, il dovere e la necessità di scrivere ovunque, qualsiasi giorno dell'anno sia, perché King riconosce questa principale grande fatica nello scrivere: la costanza. 
 Le storie, lasciate a loro stesse per troppi giorni, perdono smalto e gli autori stentano a riconoscerle e non riescono a vincere la stanchezza tipica di chi preferirebbe fare altro piuttosto che starsene incollato per ore ad una scrivania.
 Quello del tempo è un grande cruccio sia di scrive che di chi legge. 
 Entrambe le categorie, scrittori e lettori sono accomunati, seppur in modo diverso, dalla necessità di ritagliarsi a tutti i costi il tempo per dedicarsi ai libri (i loro e quelli degli altri). In una vita che è composta da tante altre cose fondamentali, lavoro, famiglia, impegni e incombenze inderogabili di vario genere, riuscire a trovare il tempo per qualcosa che non è strettamente legato alla sopravvivenza può diventare oltre che difficile, un ulteriore carico di lavoro. 
 Perché, dopo una giornata passata a lavoro, si dovrebbe trovare il tempo, dopo cena, di scrivere o di leggere? Non sarebbe meglio rilassarsi e guardare la tv? Non sarebbe meglio, in pausa pranzo, ciarlare coi colleghi invece di cercare di scrivere un paragrafo? Addormentarsi sulla metro o il treno di ritorno invece di continuare almeno un poco a scrivere o a leggere?
  Come moltissime persone, l'altra mattina ho preso la metro, dovevo starci un quarto d'ora, avevo il libro con me, ma avevo sonno e non l'ho tirato fuori. Distrattamente ho iniziato a guardare il cellulare. Poi ho alzato gli occhi e ho visto praticamente tutto il vagone intento a fare la stessa cosa e non solo mi è presa tristezza, ma ho capito che stavo buttando il mio tempo. Per aver scritto questa cosa si è scatenato il pandemonio: come mi permettevo di ritenere chi legge libri superiori agli altri? Come sapevo che gli altri non stavano leggendo sullo schermo? Tanta gente non legge perché ha bisogno di farlo in condizioni di rilassatezza e non coi minuti contati.
In questi giorni, sulla pagina di fb, ho scritto una frase semplicissima.
 Premettendo che sì, ritengo i lettori forti mediamente più acculturati degli altri (e non vedo lo scandalo), non prendiamoci in giro: il 90% dei cellulari degli altri su cui mi cade l'occhio sono su fb, tetris con la frutta, video (porno e non) ecc ecc, altro che libri. Non avrei neanche bisogno del dato empirico: in Italia i lettori sono pochissimi, quelli di e-book ancor meno e sì, penso che siano una concausa del nostro tracollo civile. Alcuni, poi, mi hanno scritto che leggere è un hobby.
 Ecco, io penso che questo libro di Stephen King esprima benissimo quello che penso io: leggere NON è un hobby, scrivere NON è un hobby. Leggere e scrivere, per chi è realmente appassionato è altro. Non voglio dire facilonerie come "è la vita" o "è tutto", io direi semplicemente che è ineluttabile. 
 E davanti a questa ineluttabilità si sacrificano tante cose, si scrive sui tavoli da lavoro nelle pause e si impara a leggere correndo da un bus all'altro. Si litiga coi familiari che non capiscono perché dopo ore che non vi vedete vi attaccate ad un pc, si rinuncia ad ore di sonno e si passano giornate di frustrazione e di vero e proprio odio verso la scrittura. Si passano pomeriggi di vacanza all'estero chiusi in albergo a scrivere e si va avanti, anche senza riconoscimento, solo perché qualcosa dentro dice che bisogna andare. 
 E' nell'ultimo capitolo che King descrive cosa significa essere uno scrittore. 
 Un pomeriggio, durante una tranquilla passeggiata, sul finire degli anni '90, viene investito da un pazzo in macchina, un personaggio degno dei suoi libri. E' un incidente gravissimo, che comporta una convalescenza molto lunga e svariate operazioni alle gambe. King è costretto non tanto a stare a casa molto tempo, quanto a soffrire dolori atroci che gli antidolorifici non soffocano.
 Sua moglie gli consiglia velatamente di scrivere, anche se il dolore gli offusca le idee e rende difficile creare frasi di senso compiuto. Tre settimane dopo King è chino sulla scrivania e cerca di terminare lo stesso libro che stiamo leggendo: "On writing".
  Lo aveva iniziato tempo prima e mai continuato per frustrazione. Scopre, rileggendolo che non è così male, così ricomincia a scrivere e si accorge che col passare delle ore il dolore non scompare, ma si attenua, che diventa in qualche modo una parte sopportabile all'interno di quella che la sua vita. Perché è questo il grande premio della scrittura (e a mio parere anche della lettura), è talmente potente da continuare a mantenere la rotta nella propria vita, anche quando quella rotta sembra perduta. 
 Se si è fedeli alla scrittura e alla lettura, esse non possono mai abbandonarci. Se noi siamo costanti nella nostra devozione, anche loro lo saranno nei nostri confronti.
 Penso che al di là dei consigli di grammatica e sintassi, che a prescindere dalla meravigliosa parte autobiografica, questo libro meriti tra tutti i materiali di scrittura per questo motivo: non ci dice come scrivere, ci dice perché scrivere. E leggere. Due attività che sono diversissime eppure unite in mondo indissolubile.
 E proprio per questo, anche se non è la più bella o la più importante, voglio chiudere questo post con la citazione di cui sotto. 

"Mi trascino dietro un libro dovunque vada e approfitto di qualsiasi opportunità per sbirciare tra le sue pagine. 
Il trucco sta nell'impratichirsi a leggere a piccoli sorsi e non soltanto a lunghe golate. Le sale d'attesa sono l'ideale, ovviamente, ma anche gli atri dei cinema prima di uno spettacolo, le interminabili e noiose code alla cassa del supermercato, e il posto preferito del mondo intero, il cesso. [...]Secondo il galateo leggere a tavola è da maleducati ma, se intendete sfondare, la maleducazione deve essere la penultima della buona società. Tanto i giorni come i suoi membri sono contati, se siete intenzionati a scrivere con schiettezza. Dove altro potreste leggere? C'è sempre il tapis roulant o qualsiasi altro attrezzo adoperiate al centro sportivo dei dintorni per tenervi in forma. Io cerco di esercitarmi un'ora al giorno e credo che impazzirei senza un buon romanzo a farmi compagnia. Molte palestre ormai sono dotate di uno schermo televisivo. Però la tv è l'ultima cosa di cui avete bisogno. Leggere richiede tempo e il capezzolo catodico ve ne ruba fin troppo.
 Soltanto dopo lo svezzamento dall'ossessione effimera per la tv si apprezza il piacere della lettura. Mi spingo a suggerirvi che, spegnendo quello scatolone che blatera senza posa, migliorerete la vostra qualità di vita oltre a quella di scrittura. Quante puntate di Frasier o ER ci vogliono per rendere completa l'esistenza di un cittadino americano medio? Quante televendite? Quanti servizi esclusivi da Washington di pasciuti cronisti bianchi della CNN? Oddio tappatemi la bocca. Scusatemi, cari presentatori, predicatori e intrattenitori: ho finito".

Oh, lo dice Stephen King. 

Ps. Il libro è del 1997, King ancora non poteva sapere di smartphone, social e internet diffuso, per lui la grande distrazione era ancora la tv. Penso che in luogo di tv si possano tranquillamente aggiungere tutti questi nuovi mezzi di comunicazione.

mercoledì 25 novembre 2015

"Quella luce negli occhi" di Bennett Sims, una recensione a base di zombie, elaborazione del lutto, paura della morte, non-morti che vivono tra noi, uragani rivelatori e tentativi di non cedere alla paranoia.

 Dopo anni di dominio vampirico, adesso le grandi star della sezione horror sono gli zombie.
Ecco, non ho mai avuto un particolare interesse per questi non morti. A malapena, grazie a Zerocalcare che è fissato e li infila in ogni libro, so che esistono addirittura due teorie per la loro creazione: una vede i morti ritornare in vita, una che che vede viaggiare lo zombismo per contagio, come un virus.
 Immagino, ma vado a tentoni visto che non ne so molto, che la prima teoria sia frutto di paure antiche e la seconda di terrori moderni. I revenants medievali erano generalmente persone morte di morte violenta o a causa di qualche morbo, che tornavano pericolosamente dalla tomba per mietere vittime. E' il motivo per cui ogni tanto in qualche parte d'Europa si disseppellisce un cadavere mutilato, legato, con chiodi o mattoni in bocca, insomma, con qualche accorgimento speciale che impedisse al corpo, un corpo con ansie di vendetta, di tornare a vagare anche dopo la dipartita ufficiale dell'anima.
 Il contagio per virus appartiene (non fosse altro per la variabile che indica una medicina un po' più avanzata) all'ambito moderno: la malattia che diventa epidemia, il contagio che non ha antidoti (non parliamo dei vaccini va che qua sembrano tutti impazziti), il male che mutila il corpo non rendendoci più completamente vivi eppure neanche morti, che ci consuma da dentro.
 Entrambe le teorie raccontano bene un antico e comprensibile disagio umano: l'incomprensibilità della morte e l'incapacità di staccarsi emotivamente da chi non c'è più. 
 Gli zombie, revenants, non-morti, sono in realtà la forma allegorica e fantastica della nostra incapacità di accettare la fine della vita. Intendiamoci, come penso quasi tutti gli esseri umani la capisco benissimo, anche io mi domando che senso abbia tutto questo se ad un certo punto tutto deve finire, come si possa accettare che qualcuno che abbiamo profondamente amato e conosciuto possa sparire dalla terra. E' qualcosa a cui ci si rassegna, ma mai del tutto. 
 I libri sugli zombie però, nonostante queste possibili profonde riflessioni, mi ispirano di solito ben poco. La parte splatter sembra sempre dover essere preponderante (poi magari nei commenti mi potete suggerire libri che invece non lo sono) e io non amo molto il genere. 
 Però a lavoro era arrivato a Ottobre un libro che sembrava prendere la questione in modo diverso, si tratta di "Quella luce negli occhi" di Bennett Sims ed. Clichy.
 La storia non solo è semplice, ma non prevede neanche particolari scossoni, avventure, non ha neanche la disperata tragicità de "Io sono leggenda" di Matheson. Però nasconde ben due chiavi di lettura che lo rendono estremamente attuale e fonte di molte riflessioni.
 La storia vede una settimana della vita di Michael, un uomo che vive negli Stati Uniti del sud assieme alla sua compagna, Rachel. Il momento fotografato dal libro è di relativa calma durante la tempesta: le autorità hanno appena trovato il modo di arginare un'epidemia zombie che non si sa come sia nata né come finirà. Da una tranquilla vita in una cittadina deliziosa, Michael  si è ritrovato a vivere una vita di terrore. Barricato in casa per settimane mentre l'esercito si occupava prima di sterminare, poi di rinchiudere in centri di detenzione tutti i non morti, fa estrema fatica a riadattarsi ad una vita quasi normale quando la situazione sembra tornare sotto controllo. 
Sul libro di Matheson scrissi un
vecchio post.

Sì, al momento c'è ancora la possibilità di incontrare qualche zombie, ma la polizia ha precise regole d'ingaggio e lo stato si è preoccupato di emanare un corposo opuscolo dal titolo "Occhio al morso" in cui spiega ai cittadini cosa fare in caso di avvistamento, di sospetto (esistono anche i portatori sani del virus) e consiglia degli esercizi di defamiliarizzazione: un non morto non è più un nostro caro, perciò quando lo vedremo muoversi contro di noi per aggredirci non importa che ci sia stato madre, fratello o figlio, ora è un aggressore da uccidere.
Michael impiega il suo tempo dell'ultimo mese a combattere la paranoia per eventuali attacchi improvvisi, il terrore degli uragani che potrebbero spazzare via definitivamente i non morti liberi (o liberarli dai centri di quarantena causando l'apoteosi dell'epidemia e la fine dei vivi) e l'aiuto al suo amico Matt che cerca ostinatamente suo padre, morso tempo prima.
 La loro ricerca si basa su una peculiarità di queste creature: non si sa se i non-morti siano parzialmente vivi, (è il motivo per cui li stipano in quarantena invece di ucciderli), se siano morti o una nuova specie umana (come in Matheson), di certo si sa che essi tornano nei luoghi che sono stati cari alla loro memoria. Non hanno coscienza, ma a quanto pare vaghi ricordi o istinto del ricordo, sì.
 Ecco, il lato molto interessante della storia è che se se da una parte invita ad una profonda riflessione sul nostro rapporto col lutto, su ciò che lasciamo in sospeso con chi muore (e che chi muore lascia con noi), sull'incapacità di aver saputo dare un senso a rapporti troncati di netto dall'imperscrutabile,  dall'altro descrive molto bene le paure di questi giorni.
 Immagino che se avessi letto questo libro un mesetto fa non avrei notato questa chiave di lettura, eppure post Parigi, si avverte la potenza delle paranoie di Michael. 
 Michael vive un momento di fortissimo spaesamento dovuto alla fine del mondo che ha sempre conosciuto e alla sua incapacità di adattarsi al nuovo. la cosa più forte è che il libro non descrive un mondo distrutto, ma una cittadina in tensione e sospensione. 
 La fine della normalità è segnata, bisogna adattarsi alla presenza di nuovi individui, di un male che non credevamo potesse esistere e di cui non conosciamo la cura (i non morti sono vivi e hanno coscienza o sono cadaveri che agiscono sul puro istinto?). 
 Michael passa giorni chiuso in casa, alla fine dell'emergenza più grave, mentre la sua compagna è più fatalista, si fa coraggio e lo incita ad affrontare il problema. Ma lui è preda di pensieri catastrofici, diventa incapace di leggere, vorrebbe trovare una spiegazione filosofica al tutto, ma non si decide ad aprire Kant o Hegel che potrebbero forse dargli il conforto di un'interpretazione, ma non il sollievo della soluzione. Vive nel terrore del contagio, nell'ansia di una fuga dei non morti da qualche centro di detenzione, di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cibo per zombie in fuga. E al contempo ne subisce un fascino perverso, il desiderio di voler diventare loro per capire cosa si nasconda dietro i loro occhi vitrei, dietro le loro pupille di latte.
 Vi ricorda qualcosa? La paura di queste giornate che sembrano in bilico su qualcosa di drammatico, in cui tutto procede normalmente, ma con uno strano retrogusto, (aò a me anche le pubblicità di Natale sembrano fantascientifiche adesso) come se stessimo tentando di distrarci. Anche per Michael e Rachel vivere normalmente è il loro modo di combattere qualcosa che non capiscono e di cui non sanno l'origine, su cui, tra l'altro, hanno anche opinioni radicalmente diverse.
 E anche noi come Rachel e Michael stiamo aspettando che un uragano rivelatore.
 Lo consiglio, con un'avvertenza: è un libro che procede ad una giusta lentezza, non immaginate momenti eroici e neanche particolarmente devastanti, il dramma è tutto in un attesa che sembra senza un vero senso, in pensieri che girano terribili su loro stessi.

Ps. Segnalo la particolarità stilistica dell'inserimento di numerose note a piè di pagina in cui vengono aggiunti pensieri e ricordi ulteriori del narratore. Devo dire che personalmente avrei preferito fossero inserite organicamente all'interno dei capitoli, anche se l'autore tenta di darne una giustificazione filosofica in linea con l'argomento zombesco.


lunedì 23 novembre 2015

5 rapidi consigli per attirare un lettore (preferibilmente adolescente) che non legge nella trappola della lettura. Tra classici da evitare, radiodrammi, trappole astutissime, scandali ad hoc e veri tentativi d'imitazione!

Le vedi. Le riconosci. 
Mmm mio figlio legge solo gli status di fb e poi ha mal di testa, che dice, per
convincerlo a leggere gli prendo Ibsen?
Sono quasi sempre donne perché, anche se il numero di padri che si occupano più tempo dei figli cresce di generazione in generazione, abbiamo ancora di che smaltire decenni in cui le donne rimanevano a casa e gli uomini continuavano a lavorare (o comunque anche se le donne lavoravano era compito loro occuparsi comunque della prole e della casa).
 Con quell'aria trafelata e vagamente compulsiva che possiedono le madri ancora ostentatamente attaccate al benessere della figliolanza, nonostante quest'ultima tenti di sfuggire loro con tutte le proprie forze, esse si guardano attorno spaesate.
 Tu attendi. E' questione di poco e la preda cadrà nelle tue mani. Gli occhi spalancati e l'aria quasi vergognosa: "Senta", ti dicono, "Mio figlio fa il liceo e non legge, potrebbe consigliarmi un libro che lo convinca a farlo?".
 Tadadadan tadadadan
 Ecco, questa domanda, apparentemente semplice, è la mater domandae, il sacro Graal dei librai e dell'editoria: se sapessimo cosa far leggere ai non lettori per appassionarli, praticamente tutti i nostri problemi sarebbero risolti (e scommetto che anche la società ne beneficerebbe).
 Ma no, non è così semplice, si può procedere solo per tentativi. Anche perché ogni non lettore è diverso e bisognerebbe conoscerlo. Alcuni magari non leggono per pigrizia, altri perché non hanno nessunissima intenzione meglio la morte, altri semplicemente non sanno neanche loro perché.
 Di seguito vorrei dare alcuni consigli per genitori di non lettori (e non solo genitori, potete applicarli a qualunque non lettore).
 E' ovvio che neanche io ho le risposte pronte, ma ci sono alcune dritte che di certo non sono risolutive, ma possono aiutare.
 Forza, ho ciarlato abbastanza, andiamo!


NON TRATTATELI COME DEGLI IDIOTI:
 Ok, nessun genitore degno di questo nome tratta suo figlio come un idiota con intenzione. Immagino, anche perché ho una sorella young adult, che certe volte anche il padre e la madre migliori soccombano alla disperazione e si aggrappino a qualsiasi espediente possa convincere il pargolo a prendere in mano un libro e, dio lo voglia, acculturarsi. 
Una delle agghiaccianti iniziative che vanno molto di moda tra i genitori, ve lo giuro, è comprare gli audiolibri.
 Ebbene sì. Gli audiolibri generalmente sono fatti per persone ipovedenti o cieche, per anziani che necessitano di avere compagnia, per bambini piccoli (tipo le fiabe sonore) che non sanno leggere. Ultimamente mi pare di capire che, complice le ore passate in macchina, molte persone li sentano mentre guidano, un po' come i vecchi drammi radiofonici.
 Ecco, adesso sappiate che i genitori comprano gli audiolibri per convincere i figli a leggere. Mi scuserete, ma io, personalmente, penso non solo che sia un'idiozia, ma anche che sia completamente inutile (per ascoltare un libro serve ancora più concentrazione che per leggerlo), e, dulcis in fundo, che sia prendere i propri figli per stupidi.
 Nell'ottica di questi genitori infatti c'è il tentativo di rendere il più facile possibile un'esperienza come la lettura in modo da allettare i figli e far passare loro la paura. Ragazzetti di sedici anni.
 Ora, io mi metto nei panni di questi adolescenti. Mia madre mi torna a casa con Sciascia o Carofiglio su cd e dice: "Tesoro ti ho preso un audiolibro, perché non provi a sentirlo"? Tempo dieci minuti e i cd sono spariti nel caos della cameretta, io acceso il pc per chattare o mi sono messa a vedere in streaming la mia serie tv preferita.
 Ecco, vostro figlio non è stupido, non trattatelo come tale e smettiamola di pensarlo come un bambino di dieci anni pronto a bersi i vostri consigli. A quell'età non vuole i vostri consigli, anzi. 

STATE LONTANI DAI CLASSICI COME LA PESTE:
 Antitesi ugualmente dannosa del genitore armato di audiolibro, sono i genitori e gli adulti che cercano di invitare i ragazzini alla lettura partendo non dalla base, ma dalla cima. 
Essi si appropinquano verso di te e chiedono "Mio figlio non legge, vorrei convincerlo, secondo lei questo va bene?". 
 Bene che va il genitore di turno ha in mano "Il giovane Holden", male che va (e di solito va male) ha per le mani Franzen, Hemingway, Fitzgerard o Cechov.
 Non so cosa permetta anche solo di pensare come ad uno che a dire tanto legge uno status di fb e poi ha mal di testa, possa piacere "Guerra e pace". 
 Immagino che una buona parte la giochi un certo narcisismo: mio figlio sotto sotto non è che intelligente, è proprio un genio, una scheggia, perciò gli basterà aprire "La diceria dell'untore" di Bufalino per rimanerne rapito immediatamente. Il difficile è proprio aprire quella maledetta prima pagina, poi insomma il resto verrà da sè. Ecco non proprio. 
 Se c'è un modo per allontanare un ragazzino dalla lettura, ancor più che prenderlo per stupido, è proporgli un tomo che sarebbe pesantissimo anche per un lettore allenato. Il punto è che i non lettori non ritengono la lettura interessante e, diciamoci la verità, voi avreste trovato interessante "I malavoglia" come prima lettura della vostra vita?
 Quindi, tenete lontani i classici dai non lettori come la peste. Non è ancora pane per i loro denti.
 Sì certo, voi avete letto anni fa che il famoso tal dei tali non leggeva mai finché qualcuno non gli ha regalato "Le ultime lettere di Jacopo Ortis", ma ragazzi, magari poteva essere vero in un'epoca pre-televisione, pre-internet, adesso è un po' come la storia della modella che è stata scoperta per caso mentre vendeva pomodori agli angoli delle strade. Una farloccata romantica insomma.

DISSEMINATE TRAPPOLE:
Cosa deve leggere questa gente dunque? Questi ragazzini, ma anche non ragazzini, come possono essere convinti? Ebbene, siate astuti, soprattutto nel caso di adolescenti e di coniugi riluttanti, gente con cui insomma condividete la casa e che potrebbe avere difficoltà ad accettare un vostro consiglio senza mostrarsi riottoso. Disseminate trappole.
 Vostro marito non si stacca dalla partita di calcio manco se crolla il tetto? Esistono decine di libri sul calcio che potranno piacergli (anche illustrati, che all'inizio tocca prendere la faccenda alla lontana).
 Regalateglielo o fateglielo trovare direttamente a casa senza un motivo. Vostro figlio muore dietro "Walking dead"?  Fategli trovare uno dei libri della saga sul tavolo una mattina accanto al cornetto, infilategli il primo de "Il trono di spade" dentro lo zaino. E fumetti. Fumetti come se piovesse. Non c'è uomo che resista a "Tex", non c'è ragazzino che non tenti la strada di Zerocalcare. E smettetela di vedere nei manga il demonio: offritevi di pagargliene due o tre al mese in cambio della lettura di un libro a tema giapponese. La kappa edizioni sta persino editando dei romanzi con copertine e formato da manga, penso anche loro con lo stesso intento: trarre in inganno e tentazione i loro solerti lettori.
 Ma come? Vedi i film di Miyazaki e non vuoi sapere il maestro dell'anime da dove ha preso le sue idee? Fidatevi, ogni essere umano ha i suoi punti deboli e nessuno sfugge alle antiche regole: ogni libro ha il suo lettore e ogni lettore ha il suo libro.

SCANDALO! SCANDALO!:
Ho raccontato questo episodio su fb. 
Mi trovavo nella libreria del mio paese, durante una delle mie vacanze a casa, quanto vedo questi due adolescenti che armeggiano disperatamente con un libro di Moravia. "Aò ma te lo ggiuro, il professore diceva che a un certo punto questo se fa non solo la moje, ma pure la fia!", "Ma stai a scherzà?" "Ma che ne so, io sto a pagggina 150 e qua ancora nessuno ha scopato...".
 Ebbene, quel professore forse non avrebbe passato l'esame di didattica all'università un'altra volta, ma aveva capito una regola fondamentale del marketing che tenta di acchiappare i non lettori: l'odore di scandalo. 
 Lo dimostrano "Via crucis" e "Avarizia", i due libri sugli scandali vaticani in cima alle classifiche in questi giorni: lo scandalo vende sempre e attira anche chi in tutto l'anno apre solo la Domenica Sportiva o Tv sorrisi e canzoni.
 Lo scandalo convince i ragazzini a leggere Moravia fino in fondo e non siamo puritani, se volessimo, hai voglia a leggere cose scandalose (o spiegare a scuole che una roba che per noi ora è acqua fresca all'epoca causava svenimenti): una delle funzioni della letteratura è proprio quella, svelare la realtà e dare scandalo (da non confondersi con lo scandalo stupido e fine a sè stesso). 
 Prima si rende una cosa interessante, prima le persone si interesseranno.

PREVENIRE E' MEGLIO CHE CURARE:
 Lo dicono tutti, se si inizia a leggere da bambini, si leggerà anche da adulti.  
 Esistono certo i lettori tardivi, ma sicuramente abitare in una casa piena di libri, con genitori lettori e un libro di stoffa da mozzicare a pochi mesi di vita (esistono libri fatti apposta per i neonati che non possono leggere, ma possono apprendere esperienze sensoriali), vi eviterà pellegrinaggi disperati quando ormai il pargolo ha quindici anni e nessuna intenzione di prendere in mano un oggetto che ha sempre interpretato come la più epica delle punizioni.
 Inoltre, fate un adeguato mea culpa: voi leggete? E quanto? Il coniuge legge? E quanto? Quante storie fate per comprare l'elenco di libri che l'insegnante vi ha chiesto di procurare al pargolo? Quanti peana alzate all'immane fatica a cui questo povero liceale viene sottoposto?
 Il buon esempio è sempre la miglior via. Magari a furia di vedervi leggere a qualche parente non lettore verrà voglia per osmosi. Leggere è anche un gesto d'imitazione. Facciamoci imitare.

 Che ne pensate? Ciarlerie della notte o c'è un fondo di verità nel mio sparlare?



venerdì 20 novembre 2015

Piccole recensioni tra amici! Un trittico di novità, (una novità per questo blog): "Woody" di Baccomo, "La strana biblioteca" di Murakami e "Ospiti Paganti" di Sarah Waters!

 E dopo una serie di post molto seri, ecco che finalmente riesco a buttare giù un nuovo "Piccole recensioni tra amici". In questo caso sono tre recensioni di libri usciti nell'ultimo mese o giù di lì, una vera rarità per me.
Una vecchissima (1988) iniziativa Feltrinelli.
Si vendevano libri al chilo!
 Ogni tanto mi interrogo se non dovrei stilare una serie di elenchi di libri appena usciti che mi interessano.
 Tipo: "Questa settimana è arrivato in libreria questo questo e quest'altro, sembra interessante!".
 Da una parte ammetto che non lo faccio per pigrizia e al contempo eccesso di scrupolo: fare una serie di segnalazioni sensate richiede molto tempo e, comunque, se non ho ancora avuto il tempo se non di leggere, almeno di campionare i libri, temo di dare giudizi non veritieri e consigliarvi porcherie o palle memorabili.
 Inoltre, io tendenzialmente leggo poche novità. Non c'è un motivo preciso, l'ho sempre fatto. A meno che non esca un libro da me lungamente atteso (come la riedizione di questi giorni di "On writing" di Stephen King ed. Frassinelli) o dei miei scrittori favoriti, sono sempre piuttosto guardinga nei confronti delle novità di narrativa (con la saggistica sono più possibilista). Il mio unico sistema di scelta dei libri rimane la fascinazione che la trama può avere su di me, (classici a parte che continuo a leggere con costanza).
 Cosa ne pensate? Credete che una rubrica sulle nuove uscite secondo me meritevoli gioverebbe al blog? Attendo consigli!
Intanto eccovi le mie tre recensioni nuove nuove! Buone letture!


"WOODY" di Federico Baccomo, ill. Alessandro Sanna ed. Giunti:
 Come ben sapete, io non ho una particolare passione per gli animali. Praticamente nessuno nella mia famiglia ne ha mai posseduti e penso che quindi in questo giochi molto l'abitudine, specialmente dall'infanzia.  
Per questo trovo doppiamente bravo Baccomo aka Duchesne che ha smesso di raccontarci i drammi degli studi legali e della gente che sta bene per scrivere una storia piccola (ma più lunga avrebbe stonato), simile ad una fiaba crudele.
 Woody è un cane di razza basenji (a me ignota) di mezza taglia, allegro e innamorato della sua padrona, ovviamente. Adora le sue coccole, le carezze, le uscite e il suo mondo si svolge in funzione dell'adorato oggetto del suo amore. 
 La quale però ha a sua volta un oggetto del suo amore che non è molto amorevole, anzi, è piuttosto violento e, talvolta, la picchia. Woody dal suo punto di vista di cane vede tutto in modo molto preciso: padrona picchiata da "Fili amore" (il suo fidanzato), padrona da difendere, Fili-amore da allontanare e azzannare.
  Ma Woody, che ha solo seguito il suo istinto di difesa (che negli esseri umani vittime di violenze viene annichilito) viene bollato per questo come "Cane pericoloso".
 Per lui inizia un'avventura terribile, fatta di incomprensione, carcerieri, compagmi di prigonia e di una speranza che non vuole e non può morire: la sua padrona tornerà e lo riporterà a casa, lui ne è assolutamente certo.
 E' una storia piccola, ma davvero davvero davvero commovente, anche per chi, come me, ha l'empatia animale che gli difetta. L'espediente narrativo del punto di vista animale è stato usato più e più volte nella letteratura e anche stavolta non tradisce. Bravissimo Baccomo che ha scelto di non dare pensieri "umani" e magari "filosofici" al cane, ma di restituirci pensieri frammentati e istintivi, puri e senza complicazioni: certe volte realtà che noi ammantiamo di complessità sono molto più semplici e ci vogliono menti semplici per comprenderlo davvero.


"LA  STRANA BIBLIOTECA" di Haruki Murakami ill. di Lorenzo Ceccotti ed. Einaudi :
 Uscita perfetta per Natale perché, la storia, cortissima e illustrata benissimo da LRNZ è un regalo coi controfiocchi agli appassionati dello scrittore giapponese. 
 Quindi, dal punto di vista del marketing, nulla da eccepire. E neanche da quello dei disegni, appunto favolosi e inquietanti che lasciano comunque enorme spazio all'immaginazione, e dell'impaginazione a suon di donuts succulenti.  
Il racconto lascia un po' l'amaro in bocca per un solo motivo: è troppo corto. 
 Eppure nella sua piccolezza ha tutti gli elementi che gli amanti di Murakami adorano: una storia che parte normalissima e finisce in mondo parallelo, la grande apparizione dell'uomo-pecora, sempre più alter ego letterario e psicanalitico dello scrittore, ragazzine bellissime e inquietanti e quella magia assoluta che Murakami sa infondere alle descrizioni del cibo.
 Allora. L'ideale sarebbe mettersi a leggere questo libro con una scatola di donuts freschi, croccanti e belli oleosi (ma in Italia è ancora difficile), in assenza almeno ben scongelati, in assenza di ciambelle fritte glassate e possibilmente calde. Secondo me, questo renderebbe la vostra esperienza di lettura una delle più indimenticabili della vostra vita. 
 Comunque la storia è quella di un ragazzino amante delle biblioteche e ansioso di scoprire il sistema di funzionamento delle tasse nell'impero ottomano.
Per soddisfare questa sua curiosità si ritrova a chiedere aiuto ad uno strano bibliotecario che non sembra proprio una persona raccomandabile e, in effetti, forse non lo è. Non vi dico di più perché la storia è brevissima.

 Sul retro del libro, l'Einaudi suggerisce una chiave di lettura simbolica: il potere della lettura che riesce a trascinarci con forza fuori dalla nostra vita vera, certe volte con una potenza tale da renderci impossibile ritornare alla realtà.
  Per chi legge abitualmente Murakami c'è anche la possibilità che il ragazzino non sia così fantasioso. La seconda teoria è sorretta dalla mancanza di un paio di scarpe di cuoio. Cosa sto dicendo? Leggete e capirete. Da collezione e da avere. Ora addento una ciambella, pardon.


"GLI OSPITI PAGANTI" di Sarah Waters ed. Ponte alle Grazie:
 Non ho mai amato molto Sarah Waters. Questa autrice inglese, osannata da molti e apprezzata anche da grandi scrittore non di "genere" (per genere intendiamo "genere storico" e "tematica lgbt"), come Stephen King, astutamente messo a ciarlare in copertina dalla casa editrice Ponte Alle Grazie, ecco mi è sempre stata molto indigesta.  
Ha infatti una vera passione per le descrizioni lunghe, lente, molto particolareggiate che io personalmente non amo. Trovo che troppa descrizione, anche a fin di bene, nel senso che nel suo caso permettono un'immedesimazione perfetta nei diversi periodi storici, tolga spazio all'immaginazione.
 Questo "Gli ospiti paganti" è il primo suo libro che riesco vittoriosamente a terminare e mi ha confermato tutti i motivi per cui è molto amata dai suoi fan e poco da me.
 La storia è quella di Frances Wray alto borghese inglese decaduta a seguito di una serie di sfortunati eventi: suo padre ha mandato in rovina la famiglia con investimenti sbagliati e i suoi due fratelli maschi sono morti durante la prima guerra mondiale. E' il 1922, Frances non ha neanche trent'anni, ma vive già come un'anziana zitella assieme a sua madre, una donna che non si è mai rassegnata alla perdita del loro status sociale. La trama prende le mosse da una loro decisione disperata: nonostante sia socialmente riprovevole, hanno bisogno di affittare alcune stanze della casa e giunge così una giovane coppia di sposi, "gli ospiti paganti" del titolo.
 La loro irruzione risveglierà la vita che Frances credeva sopita. Dopo un passato da suffragetta, addirittura un arresto e una grande e contrastata storia d'amore, Frances si è adattata ad una vita non sua, fatta di riti minuziosi e grandi lavori domestici (che, ve lo dico, sono descritti in modo talmente minuzioso che anche voi sarete in grado di pulire una casa vittoriana alla fine del libro), l'arrivo dell'allegra coppietta porterà a varie conseguenze: risveglio dei sensi, relazioni illecite, aggressioni e infine anche un omicidio.
 La storia ha una trama semplice e una lingua incredibilmente densa. Il lato migliore del libro è che vi verrà voglia di vedere la Londra degli anni 20 (e in assenza di andare nella Londra attuale), il peggiore è che alla fine della giostra è davvero "tanto fumo e poco arrosto".
 In ogni caso un buon libro per passare qualche pomeriggio di lettura senza impegno. particolarmente indicato per chi ama le ambientazioni storiche e "Downton Abbey".

Voi ne avete già letto qualcuno? Ve ne ispira almeno uno? Testimoniate!

Perché e quando la Quiet generation è diventata inquieta? Alcune riflessioni, immagino inutili, sui fatti di Parigi, sul perché dei giovani decidono di ucciderne altri, di lasciare un mondo che consideriamo perfetto, sulla crudeltà umana, sulla guerra civile spagnola e un enigmatico consenso.

 Devo dire che in questi giorni molto confusi e molto convulsi, a parte decidere di pubblicare la vignetta domenica, non ho scritto nessuna opinione rispetto a quanto avvenuto a Parigi (e alle sue conseguenze).
 
Poi non so, ho letto, come penso molti altri le vite dei miei praticamente tutti coetanei, uccisi al Bataclan e come già per la strage in Turchia qualche mese fa, di giovani che andavano a sostenere il popolo curdo, mi è presa una grande tristezza, e, anche se non era assolutamente necessario al mondo, ho deciso di scriverci in post.
  In questi giorni ho letto decine di editoriali, stati di fb, dichiarazioni di governi e alleanza, tentativi di analisi più o meno onesti.
 Mi hanno colpito due cose principalmente:
1) Nel 2001 ero abbastanza grande per ricordarmi come all'indomani la reazione emotiva e di odio fu molto più forte di quella odierna.
2) Nessuno ci sta capendo niente.
 Ovvio, non penso che comprendere le mille ragioni di una tragedia del genere, di ciò che ha portato tutti a questo punto sia una cosa facile. Potrei facilmente ricordarmi e ricordare tutte quelle inutilissime eppure affollatissime marce per la pace a cui ho partecipato al liceo. Potrei ricordare che si andò insensatamente a destabilizzare regioni che non andavano destabilizzate perché gli americani (e questa è una loro colpa collettiva) sono incapaci di votare presidenti degni di questo nome e potrei anche riportare alla memoria una strage che assurdamente nessuno ricorda.
 Non è la prima volta che l'Europa viene colpita, ce la vogliamo ricordare la strage del 2004 in Spagna? Quasi 200 persone morte sui treni dei pendolari? Perché io sì, e undici  anni siamo di nuovo qui e pure peggio di prima, visto che mezzo Nordafrica è in fiamme.
 Allora, se ci si mette a ricercare le grandi verità storiche e geopolitiche è ovvio che al nocciolo non solo non ci arriveremo mai, ma pure se dovessimo arrivarci (e a me pare che nessuno ci vada manco vicino, mi ricordo una presentazione di Loretta Napoleoni a cui ho partecipato in cui lei faceva un quadro politico-economico internazionale che pareva inattaccabile concludendo che l'Isis voleva solo un suo stato e mai avrebbe fatto attentati), non penso che sarebbe comunque facilmente risolvibile.
 Ho un'idea della realtà un po' più complessa di quella enunciata da alcuni nostri politici e non politici che confondono videogioco e realtà e inneggiano a bombardamenti definitivi, ignorando, oltre a una serie di regole diplomatiche e di tensioni internazionali un dato ineluttabile: l'Isis è tra noi non perché i terroristi si nascondano infingardi nelle orde di profughi che arrivano, Isis è tra noi, perché alcuni di noi, europei, giovani principalmente, si lasciano affascinare o rapire da un regime religioso (o come vogliamo definirlo), come quello che propongono.
 Se posso dire la mia, in tutti gli articoli che ho letto ho trovato tre enormi e gravissime mancanze, davvero enormi in confronto a quella che è stata la storia europea che ha già conosciuto regimi totalitari, liberticidi, crudeli e annichilenti.
  1.  Ci si concentra enormemente sulla religione di appartenenza e quasi per niente su ciò che questa religione può voler dire per questi individui al di là del sacro.
  2.  Il discorso è completamente slegato da qualsiasi riflessione economica.
  3.  Non si guarda indietro al nostro passato se non in modo confuso e particolaristico senza riuscire a mettere insieme gli elementi in un quadro di insieme.
 Perché dunque, questi giovani coetanei dei giovani che hanno ucciso, trovano affascinante una sirena di violenza, sangue e religione?
 La mia opinione è che gli esseri umani siano in gran parte delle persone incredibilmente deboli e rancorose. Lo dimostrano tutti i giorni e lo hanno dimostrato in ogni momento buio della storia e non fingiamo, sono stati tanti: il desiderio di dimostrare la propria superiorità sui propri simili è sempre stato gigantesco.
 Le religioni e i regimi totalitari hanno questa grande somiglianza: sono totalizzanti. Ti portano una ricetta già pronta e ti dicono: se seguirai le mie regole e le mie indicazioni, non solo non avrai nulla da temere, ma sarai anche legittimato a sentirti superiore al prossimo e a perseguitarlo. Non tutte lo fanno così esplicitamente, ma se neghiamo un dato così enorme alla base allora non si capisce niente.
In "Persepolis" di Marjane Satrapi ci sono
alcuni episodi rivelatori del sentire comune.
La famiglia che si para vestita di tutto punto
come se fossero sempre stati ferventi credenti
quando prima non gliene importava nulla, perché
questo li rende socialmente preminenti. O l'uomo
che vieta il viaggio per l'operazione al cuore al
parente di Marjane. 
 Questa è una cosa che si comprende molto bene quando, per qualche motivo, si è minoranza perseguitata. Per perseguitata non intendo necessariamente uccisa o costretta a nascondersi, ci sono altre forme, più in sintonia con il nostro vivere democratico: si chiama tolleranza. E' il grande favore che quella parte di popolazione che, per qualche motivo (economico o semplicemente numerico per dire) è in una condizione di superiorità rispetto ad altri, fa a questi altri. Io ti tollero, ma ricordati che ti sono superiore.
 Non mi sono mai illusa sull'intima bontà degli esseri umani. A parer mio, negli uomini c'è un'enorme la tendenza alla sopraffazione dell'altro, complicata da propensione alla vanità che necessita di un bisogno di riconoscimento da parte di altri di questa superiorità. La conquista più grande della civiltà è, a parer mio, riuscire a educare gli esseri umani a non sentire questa necessità. Ovviamente questa è la parte più difficile. 
E qui veniamo ad un altro punto che molti analisti hanno considerato solo in parte. Non so perchè. L'età di tutti i coinvolti: i terroristi e le vittime dei terroristi. Sono quasi coetanei e vanno in una fascia d'età che varia principalmente dai 25 ai 35 anni. Si potrebbe definire anche un fatto generazionale. 
Manifesto per l'arruolamento di volontari
francesi per il fronte popolare nella guerra
civile spagnola
Tutti a chiedersi:
capiamo un siriano che ne ha viste di cotte e di crude, un iracheno che si è sentito invaso, un libico che si è trovato confuso, ma chi glielo fa fare ad un giovane cresciuto in Europa, con uno stile di vita occidentale, libero, pieno di possibilità, con welfare che ha le sue falle, ma comunque esiste ad andare a farsi ammazzare (e ammazzare) in Siria? O, nel caso delle donne, a ricoprirsi di dodici strati di velo e finire a fare anche le schiave sessuali?
 Dunque, ricordo che sono anni che ogni tre per due, più di un sociologo ha cercato di fare il colpaccio tentando di trovare una definizione a effetto per definire la mia generazione. Finì che qualcuno decise che eravamo i Millennials, ma ricordo che per un periodo andò di moda anche "Quiet generation", la generazione tranquilla.
 Ci vedevo un velo di disprezzo, noi in fondo bambagiati, in fondo vezzeggiati, in fondo così viziati da non avere le forze o la voglia di mutare nessuna delle situazioni spiacevoli del nostro tempo. Che poi, non avevamo neanche il diritto di dire che essere sfruttati lavorativamente era spiacevole, che il sistema capitalista stesse partorendo mostri sempre più giganteschi, che le disuguaglianze sociali crescevano in modo esponenziale, che davvero forse eravamo bambagiati, ma avevamo davvero meno possibilità dei baby boomers. La nostra era comunque la migliore delle epoche storiche.
 Così la quiet generation stava zitta, ma a quanto pareva non lo era poi tanto.
 Ci sono dei periodi storici che vanno a risacca, si accumula si accumula si accumula e poi ad un certo punto parte come un elastico di colpo. Non erano forse giovani quelli che fecero la marcia su Roma? Non c'erano centinaia di interventisti ventenni durante la prima guerra mondiale? Non vennero ragazzi e ragazze da tutto il mondo a combattere su entrambi i fronti una guerra civile che si svolse sanguinosissima in Spagna negli anni '30? Una popolazione dilaniata e frotte di giovani che affluivano da tutta Europa e certo non solo per aiutare il fronte popolare. E ancora giovani pronti ad immolarsi durante la rivoluzione di Mao, la stessa gioventù nazista.
 Le condizioni storiche erano diverse, ma l'età era la stessa. E allora, cosa fa sì che ogni tot di tempo generazioni che sembravano tanto quiete si scoprano improvvisamente inquiete, agitate da incubi che non credevano di avere?
C'è un libro che secondo me è rivelatore e ci risponde senza cercare troppe scuse. Si chiama "Hitler e l'enigma del consenso", un saggio di Ian Kershaw sull'inquietante adesione quasi totale del popolo tedesco al regime nazista. Cosa spinse un intero popolo verso un delirio di sangue e onnipotenza che nulla lasciava presagire?
 Le stesse cose predette: insoddisfazione, frustrazione dopo i trattati della prima guerra mondiale che vedevano pesanti ripercussioni economiche e morali su una nazione orgogliosa. Il terreno era fertile perché qualcuno in grado di proporre "un'idea" che aggregasse e ispirasse le masse stanche e nervose trovasse consenso.
 Ne trovò fin troppo visto che la Germania non ha praticamente avuto resistenza, e ad ogni livello sociale, segno che non era solo un'oligarchia a guidare o una popolazione dal basso a richiedere. Tutti si lasciarono trascinare per una serie di motivi che si annodarono al punto da rendere possibile l'orrore.
 Ora tutto riappare, come una gigantesca trappola. Quindici anni fa c'erano dimostrazioni di proporzioni epiche contro la globalizzazione, un fenomeno che sconcertava, sui quali ci si interrogava, le coi conseguenze sgomentavano. Poi, qualche repressione qui e lì e tutto è sparito.
 Ma ne sono svaniti gli effetti? Una società che collassa a più livelli, la sparizione di punti di riferimento, un mondo con distanze sempre più brevi e certezze ormai sempre più inesistenti e generazioni precedenti che si appoggiano alle successive con un peso enorme. Il tutto mentre un'economia di mercato sempre più spinta e un individualismo sempre più gigantesco ci suggerivano che tutti gli -ismi erano uguali, tutti sbagliati, la causa unica dei mali del mondo.
 Così ogni volta che si provava ad avanzare un'opinione diversa, un'obiezione, ci si sentiva rispondere "E' già successo, abbiamo già visto. E' inutile che credi in questo, è inutile che lotti, è inutile che provi a cambiare. Piuttosto, adattati a questo sistema che dona ricchezza a tutti, se solo quei tutti si impegnano e vogliono".
 Ma era una menzogna. Perché non solo non è vero che tutti possono accedere davvero alla ricchezza, ma non è neanche la ricchezza la misura giusta delle nostre vite (e qui vado citando un saggio scritto a più mani da Sen, Fitoussi e Stielgliz "La misura sbagliata delle nostre vite").
  E così il risentimento si monta a smarrimento in persone molto fragili, socialmente svantaggiate, strette nelle maglie molto pretenziose e  mentre in altre, frustrate da una mancanza di riconoscimento  o semplicemente ansiose di dimostrare la propria superiorità (non fingiamo che non sia anche un nostro problema, l'omofobia, la violenza contro le donne, hanno tutte la stessa radice: la volontà di imporre la propria supremazia frustrata su qualcuno che riteniamo inferiore) è scusa per testare e comprovare la propria onnipotenza.
Gerda Taro 
  In questo senso credo che lo stesso martirio, la volontà di morire dopotutto giovani in guerra, ne faccia parte: per morire bisogna avere una determinazione fortissima, e il desiderio di annientare l'altro può essere un deterrente abbastanza vanaglorioso e potente. 
 E perché prendersela coi propri coetanei o quasi?
 Perché ogni guerra ha un preciso nemico, e in questo caso è un doppio. Un doppio verso il quale si provano sentimenti ambivalenti, perché ricorda tutti i giorni la possibilità se non di un'altra vita, di un'altra scelta che, in un regime totalitario e fanatico non può e non deve esistere. E' qualcuno con cui condividiamo l'appartenenza alla stessa generazione, qualcuno a cui, volenti o nolenti siamo legati e con cui, volenti o nolenti dobbiamo confrontarci.
Uno dei pochi articoli che mi è piaciuto di questi giorni titolava "Ora siamo noi i nostri padri", nel senso che per anni abbiamo campato sulle conquiste delle generazioni passate e ora dobbiamo lottare per mantenerle.
 Ecco, io penso che sarebbe stato più giusto dire "Ora siamo noi i nostri nonni", perché sono stati loro a ricostruire qualcosa di buono dopo la seconda guerra mondiale, nell'intento che tutto ciò non tornasse mai più. Hanno costruito un'Europa che si basasse sulla fratellanza e non possiamo dire, viste le innumerevoli nazionalità dei ragazzi del Bataclan, che non ci siano riusciti.
 Ma poi la ricostruzione si è interrotta, tante cose sono rimaste a metà in tutto il mondo. La strage di Suruc, in Turchia, che ha visto l'uccisione, a opera di un kamikaze di 18 anni, di 32 ragazzi della federazione dei giovani socialisti in partenza per alcune opere sociali verso Kobane è anch'essa figlia di questa interruzione.
 C'è bisogno di una grandissima forza di volontà per distruggere quel bisogno di sopraffazione del prossimo, di vanità, di imposizione delle nostre regole agli altri e passa, in primo luogo, per l'autocritica, per la comprensione dell'enormità di ciò che stiamo facendo. 
Uno degli ultimi selfie dei ragazzi uccisi a Suruc
 La generazione quieta non lo era poi così tanto, e ora, anche secondo me, dovremmo portare il fardello di reggere l'enormità del colpo subito, il tentativo di destabilizzare il mondo che abbiamo sempre conosciuto. E magari migliorarlo, perché il nostro non è più il migliore dei mondi possibile.
 E per me, la base molto più che religiosa è sempre economica.
 Finché non esisterà un mondo economicamente giusto, ci saranno sempre sirene di guerra che trascineranno i tanti smarriti o fragili o, non prendiamoci in giro, anche gli ansiosi di essere crudeli, a cui sembra di sentire finalmente una voce, una direzione, una causa.
 Il modo per lasciare, secondo loro, il loro segno sul mondo.

Dunque, volevo citare molti libri, ma alla fine, per quanto lungo e contorto sia stato il post, non sono riuscita a citarne nessuno. Di seguito, quelli che avevo in mente:
- "L'enigma del consenso"
- "Persepolis" di Marjane Satrapi 
- "La banalità del male" di Hanna Arendt
- "L'uccisore" racconto di Eraldo Baldini
- "Gerda Taro. Una fotografa nella guerra civile spagnola" di Irme Schaber
-  "La guerra civile spagnola" di Paul Preston

Continuo a ricordare che questo mio post tanto lungo, quanto penso inutile, non vuole indagare le cause di una guerra, ma i motivi di alcune decisioni. E, soprattutto, non ho alcuna pretesa di aver ragione. Vorrei solo capire.

martedì 17 novembre 2015

Like Sheldon Cooper! Vite stravaganti, morti e scoperte di se geni della fisica (e non solo), tra fughe in Russia, scomparse, mutismo cosmico, fissazioni per gli autobus, superstizioni poco scientifiche e parafuffologia.

 Dopo aver passato una mattinata all'insegna della ricerca inutile della garanzia della mia lavatrice (rotta), e aver scoperto che "il magico potere del riordino" che va tanto di moda ora, forse non è l'ennesima fuffata new age, ma un modo per non perdere tre ore della tua vita a cercare uno scontrino, tento di scrivere il post a tempo record (visto che alla fine ho pubblicato questo post a mezzanotte e mezza, come capirete, non ce l'ho fatta).
 Non nascondo che sono tre giorni che penso ad un post sensato sulla strage di Parigi, ma non sono certa di riuscire a farlo (ossia, se devo finire per scrivere ovvietà o stupidaggini preferisco non farlo), nel dubbio, ho deciso di dedicarmi ad una delle mie tipologie di post preferite: un breve elenco di chicche librarie gustose su un tema.
 Il tema del giorno, ispirato dall'uscita dell'edizione economica de "Il genio che visse due volte" di Fabio Toscano ed. Sironi sul fisico Lev Landau, genio sovietico poco gradito ai sovietici, riguarda le vite più o meno folli, di matematici e fisici più o meno folli.
 Il celeberrimo Sheldon di "The big bang theory" non è solo un personaggio di fantasia. Gli sceneggiatori probabilmente hanno scartabellato le biografie di vari scienziati per ottenere il più classico degli archetipi: il genio stravagante ai limiti della normalità.
 Non ne siete convinti? Leggete oltre e cambierete idea!


PAUL DIRAC:
Nella mia ignoranza scientifica, avrei continuato a misconoscere l'esistenza di Dirac se qualche anno fa non fosse uscito un corposo volume di Graham Farmelo, "L'uomo più strano del mondo".  
Premio nobel inglese di origine svizzera, Dirac fu tra i fondatori della meccanica quantistica (la qual cosa è l'unica che posso dirvi con cognizione di causa riguardo le sue scoperte scientifiche), ma, come molti geni, aveva le sue stravaganze, nella vita e nella matematica.
 Era infatti fissato con la bellezza matematica, tanto da considerarla parte integrante del suo lavoro e non nel senso che amava circondarsi di quadri e statue mentre disegnava formule: Dirac pensava che le equazioni stesse dovessero sprigionare bellezza. Come? Non lo so, ma se vi interessa è in commercio un suo saggio dal titolo "La bellezza come metodo" Indiana edizioni.
 Comunque, per riprendere le fila della vita di Dirac, dal libro di Farmelo si evince come le sue molte stranezze che alcuni attribuirono ad una sorta di autismo, avessero altre radici.
  Suo padre, un uomo autoritario e repressivo, condizionò molto il carattere che Dirac sviluppò: taciturno al limite del mutismo, riservatissimo e con problemi empatici non indifferenti (a giudicare dagli aneddoti era un  vero e proprio Sheldon, incapace anche di comprendere emozioni e toni se non apertamente spiegati). Tuttavia, ebbe buoni amici (a cui fece anche scherzi crudeli, come far recapitare un alligatore vivo), una moglie per ben 47 anni che ne era gelosissima, due figli e due figliastri. 
 Si racconta che pianse un'unica volta nella sua vita: quando morì Einstein.

NIKOLA TESLA:
 Se dovesse esistere un prototipo dello scienziato folle, ma geniale, la palma per la miglior interpretazione andrebbe indubbiamente a Nikola Tesla.  
 Ingegnere elettronico e fisico di origine serba e croata, studiò ingegneria a Vienna per poi partire per gli Stati Uniti con una lettera di raccomandazione indirizzata in suo favore a Thomas Alva Edison. Tra i due non fu amore, anzi, Tesla si sentì truffato quando non ritenne di essere stato adeguatamente pagato per una complessa invenzione che avrebbe fruttato all'azienda di Edison fior di quattrini.
 Si licenziò e gran parte della sua vita fu passata a inventare, immaginare e combattere, nemici veri e immaginari. Ebbe un gigantesco contenzioso con Marconi, non perdonò mai Edison, fu grandissimo amico di Twain e non ebbe mai tra i suoi interessi il denaro, (in compenso si premurò di deufradare scoperte non brevettate, come quelle del povero Galileo Ferraris) tanto che, in diversi periodi della sua vita, per far fronte a spese legali di vario tipo, visse in povertà o fu costretto a lavori umili.
 Le sue stravaganze che a posteriori sembrano un mix di disturbi ossessivo-compulsivi (odio per i gioielli, amore smodato per i piccioni,un rapporto inquietante con un piccione bianco e una certa ossessione per il numero tre e i suoi multipli) lo resero agli occhi della comunità più stravagante che attendibile.
Tutt'ora bisogna ammettere che la bibliografia che lo riguarda è a dir poco schizofrenica. Assieme alla sua breve autobiografia, ci sono libri di livello scientifico e altri che sfociano apertamente nella new age komplottista (bisognerebbe creare un nuovo termine per questa branca fuffologica).
 Nonostante le sue numerose scoperte e invenzioni, Tesla ebbe anche le sue fissazioni cosmogoniche: c'è tutta una parte delle sue teorie dedicate alla grande energia terrestre che affonda le sue radici in libri teosofici orientali, senza contare i suoi tentativi di comunicazione con gli alieni.
Se vi va di approfondire, sicuramente si consiglia la lettura della sua autobiografia, "Le mie invenzioni", ed. Piano B e di "Lampi" di Jean Echenoz, Adelphi edizioni (e se vi piaceranno sappiate che avrete di leggere).

UN GENIO NELLO SCANTINATO:
  Libro diverso dagli altri perché non dedicato ad un genio riconosciuto, ma ad un genio decaduto e perduto: Simon Norton.
Costui sarebbe rimasto nell'oblio di noi tutti che non ci interessiamo a cose matematiche come "la teoria dei gruppi", è arrivato sino a chi ha una laurea solo umanistica, grazie ad un suo inquilino: Alexander Masters. 
 Finito casualmente a coabitare con Norton, Masters ne scopre la vita: bimbo prodigio che si identificava con i numeri, studente di successo, ricercatore a Cambridge. Poi, un tracollo nervoso che lo porta a perdere il posto e a rinunciare alla matematica.
 Penseremmo tutti ad un uomo sull'orlo del suicidio e invece, secondo Masters, Norton se ne sta felice e appagato dalla sua nuova grande passione: il servizio dei trasporti pubblici inglese, che studia e testa con grande fervore.

WOLFGANG PAULI:
 Nato a Vienna, Wolfang Pauli visse e morì in Svizzera (ogni tanto succede qualcosa anche lì), fu uno dei padri della fisica quantistica e, grazie a studi che vanno oltre la mia comprensione, vinse il premio Nobel. 
La sua vita non fu particolare come quella di altri fisici, ma i suoi studi, che sconfinavano nella psicologia e parapsicologia sì. 
 Dal suo incontro con Jung, al quale si rivolse in seguito a forti problemi nervosi, nacque infatti un lungo studio sulla sincronicità e le coincidenze. Se ho ben compreso, perché la parapsicologia mi è ignota almeno quanto la fisica, Pauli e Jung (addirittura più Pauli di Jung) volevano dimostrare una sorta di connessione  cosmica dell'universo che porta tutto e tutti a influenzarsi a vicenda, questo tirando in ballo l'I-Ching e altre faccende assai poco scientifiche.
 Lo stesso Pauli fu vittima connivente di questa teoria se non altro peculiare. Gli venne attribuito infatti una sorta di potere jattorio sulle apparecchiature (generalmente assai costose) presenti nei laboratori dei fisici teorici.Esse pare si rompessero in sua presenza, e alcuni suoi illustri colleghi gli rifiutavano l'ingresso nei loro studi.
 Non so, ma tutto ciò è assai poco scientifico, ma forse mi fa finalmente comprendere tutti quei libri di parafuffologia scritti da gente con dottorati serissimi.

ETTORE MAIORANA E BRUNO PONTECORVO:
 C'è stato un momento storico in cui l'Italia sfornava geni della fisica come se fosse la cosa più semplice del mondo. E non geni qualunque, ma persone in grado di cambiare il corso degli eventi, come Fermi e altri artefici del proprio destino in un modo che nel nostro mondo ormai troppo convenzionale e programmatore sarebbe ormai impossibile.
 I due, indimenticati, più originali, furono indubbiamente Ettore Majorana e Bruno Pontecorvo.
 Sul primo sono stati scritti fiumi d'inchiostro, anche Sciascia rimase affascinato dal destino di questo ombroso e geniale fisico siciliano che mostrò un talento precocissimo, fu in via Panisperna e mostrò, durante un viaggio di studio a Lipsia, una non velata simpatia per il nazismo.
 La sua scomparsa, preceduta da preannunci di suicidio, ha dato vita ad ogni sorta di leggenda popolare. C'è chi lo vuole clochard a Roma, chi rinchiuso in un monastero, chi in Sudamerica e chi complice della Germania nazista. 
  Dulcis in fundo, la vita di Bruno Pontecorvo, la mia storia preferita, la più romanzesca, irripetibile, incredibile.
 Nel 1950, dopo essere sfuggito alle leggi razziali, escluso dal progetto Manhattan per le sue idee comuniste, dopo essere diventato un fisico di grande successo e aver ottenuto la cittadinanza britannica, Pontecorvo scompare assieme a tutta la sua famiglia. Riapparirà 5 anni dopo: si è trasferito in un Unione Sovietica, ma spergiura di non aver portato con sè documenti e ricerche segrete. Solo dopo molti anni gli verrà concesso di viaggiare per motivi di studio e, verso la fine della sua vita, confidò ad alcuni colleghi di essersi amaramente pentito del suo gesto. Una storia che sembra inventata, tra spionaggio, guerra fredda, nazismo, fascismo e atomica.

mercoledì 11 novembre 2015

La "sindrome di Montecristo", il nostro desiderio di trionfo e le aspettative che vengono deluse. Una recensione (peccato il finale) di "Finisco di contare le mattonelle" di Elisabetta Romagnoli.

 Non so quando esattamente, ma non molto tempo fa vidi uno di quei film che gli americani si ostinano a fare nonostante l'idea trita ritrita e ritrita che, stranamente, si rivelò particolarmente illuminante. 
Forse riflettendoci, era "Trent'anni in un secondo"
Parlo di quei soggetti in cui o madre e figlia si scambiano il corpo così si prova l'ebbrezza di ricordarsi cosa si prova a quattordici anni, o il giorno in cui ti svegli e scopri di colpo di non essere più una quattordicenne sfigata, ma una trentenne di successo.
 Il film, di cui non ricordo francamente titolo o trama specifica, aveva però una frase in stile memento mori: "Lo schema di ciò che sarai e di quali saranno i rapporti umani per tutta la vita vita, sono già visibili e fissati alle scuole medie".
 Se a tredici anni facciamo parte della parte di popolazione adolescenziale vessata dal prossimo, abbiamo davanti a noi due strade: soccombere o covare rancore e livore che ci consentiranno di uscire dal nostro stato di minorità e trionfare in differita di dieci o venti anni.
 Questo porta ad un segreto pensiero che credo molti di noi continuano ad accarezzare nel tempo: la voglia mista ad un certo timore di rincontrare qualcuno che non vediamo da anni. 
 Una voglia non legata a nostalgia, ma al desiderio di mostrargli cosa siamo diventati nonostante loro o nonostante loro sembrassero in netto e spesso ingiustificato vantaggio su di noi. 
 Questo sentimento credo sia molto umano e l'ho personalmente ribattezzato "Sindrome del conte di Montecristo".
 Riflettiamo, siamo tutti un po' montecristi (non ci credo che non abbiate almeno una persona su cui vorreste trionfare a posteriori), anzi speriamo di diventarlo. 
 Il povero Edmond Dantès, avviato verso un futuro promettente, con l'amore in tasca, la gioventù più splendente, viene rinchiuso in un sotterraneo con un abate per venti lunghi anni. I motivi che hanno spinto i suoi nemici (e anche i suoi amici) a rinchiudercelo, sono numerosi e vanno dall'interesse all'invidia, tuttavia, essi, nonostante i rimorsi incrociati, non sanno che un giorno egli tornerà dalle tenebre in cui l'hanno rinchiuso.
 E non solo, ma si vendicherà nel modo in cui tutti speriamo di vendicarci (oh, leggete in modo positivo e astratto l'accezione di vendetta), ovvero riapparirà tra i vivi con un aspetto languido e vagamente pallido tanto in voga tra i vampiri ottocenteschi, ricco come Creso, astuto come una volpe, intelligente e tagliente come uno stratega consumato. I suoi nemici, ex amici ed ex amori avranno di che soccombere. 
 Ecco, immagino che al mondo esistano persone pure, meravigliose, illuminate, che tutto lasciano scorrere e, tutto perdonano. Io non sono tra queste e temo di essere in buona compagnia.
 Per non darvi un'impressione sbagliata di me, arrivo al punto in cui voglio far andare a parare questo discorso, ossia ad una graphic novel uscita da poco per Bao Publishing di Elisabetta Romagnoli ( tra l'altro giovanissima, classe 1988), "Finisco di contare le mattonelle".
Attirata dallo stile grazioso e dai toni molto colorati l'ho iniziata assai speranzosa ritrovando questa pista così poco battuta della sindrome di Montecristo. 
 La protagonista è una trentenne (o giù di lì) che da ragazzina si era invaghita di un tizio che non la filava. A posteriori non saprebbe dire perché ne fosse così attratta, ma la faccenda di non essere riuscita a strappargli neanche un bacio le è rimasta sul gozzo.
 Accade così che decida di rimettersi in contatto con lui che nel frattempo è diventato un pilota di aerei e si è trasferito a Barcellona. Presa da un'incontrollabile sindrome di Montecristo, essa decide di partire per conquistarlo in differita: ora ha viaggiato, ha esperienze da vantare, anche amorose, non è più una ragazzina, ha qualcosa più che da offrire da dimostrare.
 L'inconsapevole duello tra i due, lei impegnata a sciorinare il suo curriculum vitae a scopo rimorchio, lui che di rimando dimostra comunque di essere ancora più avanti di lei, è la parte più interessante del libro. 
 Non è che nella vita deve per forza succedere qualcosa e non è neanche vero che dieci anni dopo noi si sia davvero recuperato lo svantaggio che credevamo di avere all'inizio. Certe volte è proprio come nei film americani, ci accorgiamo di essere rimasti nella stessa posizione di cui godevamo, poco invidiabilmente, in seconda media.
 E davvero il libro, con un buon finale, sarebbe stato promettente e ragguardevole.
 Ma è proprio questo il suo problema: questo libro ha ben TRE finali e nessuno dei tre è quello giusto.
 SPOILER
Finale 1: Quello che distrugge la storia. 
Ora, donne etero, io vi voglio bene, comprendo che è un colpo all'autostima che un uomo vi rifiuti, ma ve lo dico, pensare che l'unico motivo papabile per cui uno non vi si conceda è che sia in realtà omosessuale, non solo è offensivo nei confronti del genere maschile, ma va anche contro la statistica.
 Riflettete, se il 10% della popolazione mondiale è omosessuale, e metà di quel 10% sono donne, avete 5 possibilità su 100 di incontrare un uomo gay. 
Vi sembrano tante in effetti, ma se riflettete sul fatto che quei 5 possono avere un'età compresa tra gli 0 e 100 anni, capirete che le possibilità che l'evento si verifichi sono ancora minori. 
 Quindi direi che l'opzione: non vuole venire a letto con me perché è gay, forse è divertente a livello ideale, e forse farà bene alla vostra autostima, ma è stupida.
(Mi rivolgo non solo all'autrice perché conosco fior fior di donne che si spiegano questo rifiuto in un unico modo, come se anche agli uomini fosse idealmente impossibile effettuare una selezione delle donne che vogliono avere tra le loro lenzuola).
Finale 2: Il tocco surreale. Sarebbe stato grazioso se gli altri due fossero stati migliori.
Finale 3: L'ovvietà.
  Lui cede alle di lei lusinghe, dopo una notte in discoteca finiscono a letto, lei prende un aereo e depenna la questione. Aaaaah, finalmente quel fastidio che sentivo, di non essere riuscita a sedurre un ragazzetto al campo scout di quindici anni fa, è passato!
 Ecco, sono rimasta molto delusa, perché il tono della storia fino a quel momento era stato molto realista e dolceamaro e non meritava una chiusa così artefatta che toglie peso ad una storia che colpiva bene un punto dolente.
 La vita, la maggior parte delle volte è assai poco straordinaria, molto deludente e molto stupida. Spesso non ci sono lezioni da imparare né eventi che permettono di tirare le somme, la sindrome di Montecristo solitamente ci si rivolta contro,ricordandoci momenti che avremmo fatto meglio a seppellire anni e anni prima.
 A pensarci, non è folle rimanere appesi ad un desiderio di trionfo che coviamo da decenni?
 E' una domanda retorica, lo so per prima, come so, però, che cercare di rendere reale una fantasia del genere è sempre sconsigliabile. La vita non è una graphic novel. Soprattutto una graphic novel che non racconta bene la vita.

 (Oh, poi Elisabetta Romagnoli se a te è accaduto davvero, sono contenta per te, ma non sono convinta comunque!).
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